EDIFICATIO UIUS ECCLE SCE SCOLASTICE TEMPORE
DOMNI BENEDICTI VII PP. AB. IPSO PPA DEDICATA
Q. D. S. AN. AB INCARNATIONE DNI CCCCCCCCCLXXXI
M. DECB. D. III. INDICTIONE VIII.
Sul bassorilievo si trova un'altra iscrizione rovinata, della quale mi è stato impossibile decifrare il principio. Di fronte a questa, accanto alla porta della chiesa, si legge l'iscrizione del tempo di Leone IX, di cui ho già parlato.
La chiesa stessa, della quale la primitiva fabbrica era stata consacrata da Benedetto VII, non ha più nulla di antico. Ma se si entra nel vero e proprio cortile del chiostro, a destra, si trova uno spazio quadrato intorno ad un pozzo ornato di quelle piccole colonne ed archi rotondi come se ne vedono a Roma in molti chiostri: è del principio del secolo XIII, memoria del potente abate Lando e della famosa famiglia artistica romana dei Cosmati. Gli esametri sull'entrata principale dicono:
COSMUS ET FILII LUCAS ET JACOBUS ALTER
ROMANI CIVES IN MARMORIS ARTE PERITI
HOC OPUS EXPLERUNT ABBATIS TEMPORE LANDI.
Questi degni maestri furono più felici nei loro monumenti funerari e tabernacoli che in questa costruzione, che non può in nessun modo sostenere il confronto col chiostro dei benedettini di S. Paolo in Roma. Le colonne (ogni due ve n'è una doppia e contorta) sono semplici e rozze; i capitelli sono brutti e a forma di trave; nè mosaici, nè intagli ornano l'arco e il cornicione. L'arte sembra qui essersi adattata alla rozzezza della campagna.
Questi sono essenzialmente gli unici o i più notevoli resti di un passato così ricco e così lungo, che ha subìto tante devastazioni. Gli edifici del chiostro, spaziosi nell'interno, con molti corridoi, celle, camere, e sale per usi diversi, sono in gran parte recenti. Sono entrato con piacere e curiosità solo nelle biblioteche e nell'archivio dei benedettini; i ben catalogati scaffali contengono materiali preziosi per la conoscenza del Lazio nel medio evo. Alcuni scaffali sono consultabili e visibili a tutti, altri inaccessibili, e la bacchetta magica del Muratori stesso non riuscì a farne aprire i ripostigli. Di gran pregio è il Regestum insigne veterum monumentorum Monasteri Scholastici, in pergamena, raccolta di documenti dal nono secolo in poi.[9] Mancano documenti anteriori. Nessuna delle cronache di Subiaco è stata data alle stampe, eccettuata una anonima che giunge sino al 1390 ed è edita dal Muratori. A questo fu interdetta la stampa di una cronaca più particolareggiata, scritta da un tedesco di Treviri nel 1629: Chronicon Sublacense P. D. Cherubini Mirtii Trevirensis anno Dni 1629.[10] I monaci permettono di vederla: è assai più completa dell'altra, neppure quella stampata, di Guglielmo Capisacchi di Narni (1573); non può dirsi un lavoro notevole, ma solo una compilazione, senza corredo di documenti. La storia dell'abbazia giace ancora sepolta in questi archivi; l'ha scritta di nuovo il canonico Janucelli, ma anche l'opera sua non è scientifica. Ho avuto fra mano un manoscritto del 1833, che contiene una storia abbastanza esatta dell'abbazia; n'è autore Silvio Mariani, di Subiaco, morto testè in Grecia. Egli si è servito dei cronisti sopra nominati, ed anche di alcuni documenti, ma la sua opera non è, essa pure, che manoscritta. È dettata con spirito liberale e consta di 492 pagine: debbo ad essa molte delle notizie che qui sopra ho riportato.
La biblioteca è piccola ma notevole per quegli antichissimi incunabuli tedeschi di cui ho già dato notizia. Ho preso in mano con gioia i preziosi, belli e ben stampati volumi in-folio che mi porgeva un giovane benedettino tedesco. In fondo all'opera di Lattanzio ho trovato scritto: «Lactantii Firmiani de divinis institutionibus adversus gentes libri septem, nec non ejusdem ad Donatum de ira Dei liber unus, una cum libro de opificio hoîs ad Demetrianum finiunt. Sub anno Dni MCCCCLXV pontificatus Pauli papae. Anno ejus secundo. Indictione XIII die vero antipenultima mensis Octobris. In venerabili monasterio Sublacensi. Deo gratias».
Spontaneo grido di gioia, questo, di quei bravi stampatori che, per modestia, nemmeno hanno manifestato il loro nome. Ciò mi ricorda il motto che i greci e i latini del medio evo ponevano in fondo al manoscritto copiato, per coronare le proprie fatiche:
ὥσπερ ξένοι χαίρουσι πάτριδα βλέπειν
οὕτως καὶ οἳ γράφουσι τέλος βιβλίου. [11]