S. Scolastica conta ancor oggi circa settanta fratelli, fra cui parecchi tedeschi, e l'attuale abate, Don Pietro Casaretto, ha severamente riformato la disciplina dell'ordine. Ora, a quanto mi si è detto, i monaci sono stati messi a magro regime; ma visitando la bella cucina, dalla volta profonda, un odore gradevole di grasso, degno di Omero, mi ha colpito le narici e non mi è parso esattamente secondo la regola pitagorica di S. Benedetto, proibente l'uso della carne.
Passiamo ora al vero santuario dei Benedettini, a quel piccolo secondo chiostro che alla metà del secolo XI fu edificato sulla grotta di Benedetto, e per questo chiamato sacro speco. I monaci di Montecassino nel 1688 aprirono una strada per salirvi, via ripida, che conduce, traverso le rupi, alla grotta, offrendo magnifici panorami. Mentre il viaggiatore ha sotto i piedi la corrente spumeggiante, vede la bella valle di Subiaco e il burrone dell'Aniene. In lontananza, dove la valle sembra chiudersi, si scorge l'alpestre paese di Jenne, patria di Alessandro IV e dell'abate Lando dei conti di Segni. Immediatamente prima della grotta si trova un ombroso e oscuro boschetto di quercie, che forse già attrasse il solitario Benedetto, e che anche oggi, come un bosco sacro degli antichi, annuncia la vicinanza di un mistero.
I piccoli fabbricati, fondati l'uno di seguito all'altro sulla grotta, sono appoggiati alla parete scoscesa della rupe, e presentano all'aspetto un miscuglio originale di stili e sono ornati fin dall'esterno di pitture. Si passa sopra un ponte murato, che deve essere stato nel medio evo un ponte levatoio, e si penetra in una lunga galleria che conduce nell'interno ed è ornata d'imagini non antiche degli evangelisti. Su di una parete si leggono questi buoni distici:
Lumina si quaeris Benedicte quid eligis antra?
Quaesiti servant luminis antra nihil.
Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem,
Nonnisi ab obscura sidera nocte micant.
E sotto:
D. O. M. ordinis S. Benedicti Occidentalium Monachorum Patriarchae cunabula.
In verità mi son creduto d'un tratto piombato nella misteriosa atmosfera di quei tempi straordinari, allorchè, passato dalla galleria nella prima chiesa, improvvisamente mi sono trovato in un piccolo duomo di splendida architettura gotica, nel soffitto e nelle pareti del quale si andavano già attenuando, per l'annerirsi graduale degli affreschi, il barbaglìo di luci multicolori. Invisibili monaci cantavano in coro il vespro; le loro voci possenti di basso risuonavano solenni e ritmiche attraverso l'ombra crepuscolare della chiesa, e nelle pause delle loro litanie si udiva il rauco gracchiare dei corvi. Tre corvi novelli sono infatti nutriti nel chiostro in memoria di S. Benedetto, e sembra che il numero tradizionale di questi simboli viventi dell'ordine non venga mai oltrepassato.
Sarebbe difficile una descrizione minuta del chiostro, tanto famoso per i suoi dipinti. Molti sono i tempietti e le cappelle, di costruzione laberintica, siccome si conviene ad un edificio fabbricato tra le rupi. Quei tempietti e quelle cappelle in parte sono fondati sulle grotte stesse, delle quali talora è visibile la nuda roccia; in parte sono appoggiati sulla parete della rupe. Si scende da una chiesa all'altra mediante scalini, e si crederebbe di essere dentro a catacombe montane, cariche di colori, scintillanti di ceri sugli altari. In queste cripte non si trovano soffitti o pareti che non siano ornati di affreschi, rappresentanti la vita di Benedetto, scene della storia del chiostro e della vita dei santi, o rappresentazioni allegoriche. La storia del monacato raggiunge con la vita di S. Benedetto il suo punto culminante epico-eroico, parallelamente ai canti cavallereschi delle lingue neo-latine. Non terribile come le leggende dei martiri del cristianesimo, che sostenevano la loro disperata lotta per la vita, ma penetrato di una mite dolcezza fantastica, esso spiega una ricchezza sorprendente di gradevoli motivi artistici. Mi sembra anche che i miracoli di Benedetto abbiano in sè più poesia di quelli degli altri santi, pochi eccettuati. L'amore fraterno tempera in essi l'egoismo di una esistenza d'eremita, separata del tutto dal mondo, e nobili ci sembrano in essa le avventure di Benedetto e di Scolastica, la loro solitudine, il lungo peregrinare sui monti, la distruzione dei templi pagani, l'erezione di nuovi chiostri. Al maestro si uniscono nobili giovani; fra gli altri Placido, l'apostolo di Sicilia, e Mauro, l'apostolo di Francia; essi guidano la fantasia dalla limitata solitudine dell'eremita ad un orizzonte pieno di storia e di destino. La vita di Benedetto si prestava ad essere soggetto di pittura; e perciò questo grandioso ciclo del monacato, che ha avuto la sua influenza anche sui poemi del Graal e di Titurello, ha trovato in Subiaco la sua rappresentazione classica.