La fortezza è certo resistente, poichè la sua situazione la rende inaccessibile. Essa racchiude la città propriamente detta, un quadro deserto di distruzione e di abbandono. Una gran parte delle opere furono fatte saltare nel 1815 per ordine di Napoleone. La fortezza ha dovuto sostenere diversi attacchi, quando i Francesi combattevano anche qui gli Spagnoli, ai tempi di Luigi XIV. Un ufficiale della guarnigione toscana, presso la famiglia della quale passammo una bella ospitale giornata, ci fece vedere ciò che vi era di notevole. Egli era direttore della compagnia di pena, dalla quale egli ha raccolto i ravveduti in una scuola militare. Nel forte trovammo un piccolo gruppo di veterani toscani, dei quali alcuni conoscevano la Germania dai tempi napoleonici e vantavano tanto la bellezza delle sue regioni, come la nettezza delle sue case. Tutto ciò che il nostro ospite ci mostrò, dalla disposizione ed organizzazione interna della sua compagnia, alla sua amministrazione, e al suo codice penale, tutto era un vero modello di indirizzo militare; tutto aveva la sua regola ed ogni oggetto il suo posto assegnato, persino il ferro dei piedi ed il nerbo fatale.
Anche a Longone, Napoleone aveva un così detto palazzo, una casa non imponente, in cui egli scendeva tutte le volte che veniva a cavallo dalla sua capitale. La prossimità di questa fortezza gli si adattava in modo speciale. Egli soleva mangiare all'aperto, come racconta Valery nella sua descrizione dell'Elba, sotto il monte, seduto sopra un sedile scavato nella roccia (chiamato canapé) ove aveva piantato in semicerchio dei gelsi. Di là osservava con un cannocchiale i bastimenti che passavano, e le coste d'Italia.
Di fronte al golfo di Longone è situato il forte Fucardo, con un faro per i bastimenti che entrano in porto. Intorno son rive pittoresche e dalla parte di terra i monti più scoscesi, che in qualche roccia ricordano Capri, senza avere certamente quel calore meridionale nel tono dei colori. In questi luoghi romantici e deserti, prossimo alla strada che conduce alle miniere di Rio, è situato l'eremitaggio di Monserrato, fondato dagli Spagnoli.
Attraversammo col nostro ospite le roccie per giungere a Rio. La strada conduce per contrade deserte, traverso pianure e sorgenti. Una di queste sorgenti porta il nome di Barbarossa, non dell'imperatore tedesco, ma bensì del corsaro che attaccò e saccheggiò, nel 1544, Porto Longone. Il suo nome è ancora vivo in diverse isole del Mediterraneo, forse in tutte, poichè non ve n'è alcuna in quei paraggi che non sia stata visitata da questo che fu il più ardito di tutti i pirati.
Passammo così per diversi piani e diverse colline rocciose, sempre rallegrati da nuove vedute di roccie, valli e mare, sino a che non discendemmo a Rio. Qui rumoreggia giù dalle alture un ruscello che si scarica nel porto. Da esso il luogo ha preso il nome di Rio. Di questo torrentello, il più rapido dell'Elba, si dice che non abbia origine nell'isola, ma che provenga dalla Corsica, da dove poi proseguirebbe per canali sotterranei al disotto del mare, sino a tornare alla luce nel Rio. Le foglie ed i rami dei castagni, che l'acqua trasporta con sè, dimostrerebbero chiaramente la sua origine côrsa. Comunque sia, questa nuova Aretusa sembra potersi riferire, secondo il significato poetico, alla sorte di Napoleone.
Un'altra considerazione ancora congiunge le miniere di Rio alla Corsica; di qui fuggì una volta, nel secolo XV, Pietro Cireneo, scrittore conosciuto dei côrsi, di cui la vita avventurosa di fuggiasco è simile ad un romanzo; fuggendo dal patrigno, egli giunse ancora bambino a Rio e guadagnò la sua vita nelle miniere di ferro, aiutando a portare coi somari il minerale al porto.
Il terreno rosso sul quale camminavamo ci avvertiva che ci trovavamo su terra ferrugginosa; dappertutto nient'altro che questa polvere di ferro; le colline d'intorno, scure e rossicce, coperte d'innumerevoli arbusti d'aloè, i quali con le loro foglie rigide, di un colore di bleu acciaio, e terminanti in punte di spine, sembrano essere tanti fasci di pugnali e di spade. Tutto ciò che incontrammo aveva questo color di ferro, gli operai di Rio, tinti di rosso nei vestiti, nella faccia e nelle mani, ed anche i cani stessi, che ci venivano incontro. Il porto stesso, verso il quale scendemmo, era rosso di polvere di ferro; sulla spiaggia giacevano mucchi di minerale, che di là veniva poi caricato sui bastimenti.
Cercammo il direttore dei lavori. Egli era un tedesco, la qual cosa appresi con grande gioia. Solamente il tedesco è, fra i vari popoli, il vero minatore; egli solo è capace di scendere nel pozzo della vita e di scrutare negli antri bui della natura il suo più profondo carattere. Qui egli scava di continuo, sino a che trova il minerale puro, e, dimentico di sè, non ricorda la primavera che è di fuori. Talvolta egli dorme giù nel fondo, come Epimenide, o come l'imperatore Barbarossa nel Kyfthäuser, quel vecchio minatore tedesco dalla corona aurea e dalla lunga barba cresciuta traverso il tavolo, oppure come il Tannhäuser nel Venusberg (Monte di Venere).
Il signor Ulrich, un uomo marziale, un tedesco di buona lega, ci venne incontro; anche la sua stretta di mano era ferrea, la sua parola breve e decisa e la sua voce straordinariamente potente. Ci ricevette cordialmente, come suoi compatriotti, ci condusse ai lavori e ci spiegò la loro disposizione. Le miniere di ferro dell'Elba, che sono amministrate per proprio conto da una Società toscana, erano da poco tempo sotto la sua direzione. Egli le ricevette in condizioni miserrime; in pochi mesi le ha però tanto migliorate che già ora si può calcolare la produzione annuale a 35,000 tonnellate, mentre non producevano prima che solo 22,000 tonnellate. Giornalmente vengono estratte 120,000 libbre di ferro; in estate però i lavori languono, perchè la lavorazione dei campi reclama gli operai, i quali sono per la maggior parte di Rio. Nell'inverno i lavori procedono molto più alacremente.
Già dai tempi più remoti la miniera di Rio era sfruttata, pure essa rende ancor oggi moltissimo, è un monte di circa 500 piedi di altezza, tutto di materiale di ferro. Nelle sue vicinanze vi sono ancora altri giacimenti non meno ricchi, quelli di Terra Nera, di Rio Albano e quello della Calamita, un vero monte magnetico. Già gli Etruschi sfruttarono queste cave; essi portavano il materiale a Populonium, sotto il cui dominio l'isola giaceva e colà veniva estratto il ferro. La penuria di legna non permette all'Elba il lavoro di fusione ed anche oggi il ferro viene fuso in fabbriche nelle vicinanze dell'antica Populonium, oppure il materiale viene imbarcato per Napoli, Genova, Marsiglia e Bastia.