Il sig. Ulrich ci dimostrò quanto gli antichi e i loro successori avessero scialacquato con questi giacimenti. Delle intere colline di terra ferruginosa inutilizzata sono state ammonticchiate, coprendo i giacimenti di minerale. Questa terra sprecata però è tanto ricca di sostanze, sì da dare pur sempre un ottimo materiale. Il signor Ulrich prese una manciata di terra, dove noi stavamo, ce la mostrò e disse;—«Osservate, la terra che io prendo qui alla superficie, dà ancora un ferro migliore di quello che ottengono i francesi nell'Auvergne, dove gli scavi son ben più difficili». Qui il minerale si trova veramente sopra terra e per diverse miglia in giro si sta e si cammina sul ferro. Le miniere di Rio sono più ricche di quelle possedute dal Demidoff in Siberia, e, probabilmente, di uguali ad esse non se ne trovano.

I lavori si limitano ancora alla superficie, e di opere sotterranee, non vi è altro che due gallerie; con tutto ciò si vedono i più bei giacimenti di minerale allo scoperto. Chi s'immaginasse di trovare a Rio dei pozzi di gallerie, delle cave con tutti i romantici accessori dei minatori, come lo avevo immaginato io, prima di vedere questo straordinario monte di ferro, sbaglierebbe di molto.

Gettai uno sguardo nei dintorni; dappertutto vi era malinconia e le opere stesse, queste colline rosse e nere, la terra color di ferro e la polvere di ferro scintillante producevano l'effetto del deserto, come i campi di lava e di cenere di un vulcano. Una torre merlata guardava tristamente dall'alto di uno scoglio sulle miniere. Era la torre di Giove. Innanzi a queste sinistre miniere, dalle quale la furia della guerra ha portato ininterrottamente nel mondo spade, lancie e palle, e dalle quali sembra essere emersa direttamente l'età del ferro, come è stato cantato dal poeta, dovevasi innalzare un monumento a Napoleone, ponendo sul piedistallo quell'ordine del Re degli Etruschi, Porsenna, che, cioè, per l'avvenire il ferro dovesse soltanto essere adoperato per fare arnesi per l'agricoltura e per le arti pacifiche.

La bella leggenda mi fa ricordare un fatto storico dell'antichità greca, un'altra condizione di pace. Quando Gelone dettò ai Cartaginesi la pace in Siracusa, dopo la battaglia di Himera, una delle sue condizioni fu questa, che essi dovessero in seguito cessare dal far sacrifici a Moloc. Anche questa ordinanza avrebbe dovuto esser posta sul piedistallo di quel colosso di ferro da erigersi all'Elba: non più vittime da immolare al Dio Moloc!

Io non so, tuttavia, se una tale êra icarica verrà mai, e se le olive di Elihu Buritt metteranno radici. I popoli mi sembrano che siano moralmente poco più grandi di quello che erano ai tempi di Porsenna e di Gelone di Siracusa.—Tanto in onore del Moloc politico, quanto di quello religioso, le nazioni si combattono oggi come ieri, ed il fiore della loro gioventù si lascia mietere così tranquillamente, come se la vita umana potesse rinnovarsi centuplicata come l'idra.

Per questo ci separiamo dall'isola del ferro col grido di Porsenna: «Non più spade nè lancie, ma industria ed agricoltura, e non più sacrifici umani a nessun idolo».


SAN MARCO DI FIRENZE.