Alla diffusione di questo proclama rispose un silenzio di tomba. Coloro che lo avevano composto, non conoscevano le condizioni dello spirito pubblico a Roma. Essi potevano contare solo sulle poche centinaia di uomini che segretamente erano stati introdotti nella città, e su quei pochi romani che erano stati persuasi a viva voce a secondare e favorire il tentativo di insurrezione. Roma non era più la città del medioevo. Allora essa aveva una cittadinanza chiusa solidamente nelle corporazioni di mestiere, la quale custodiva l'ideale di una repubblica politica indipendente; una milizia divisa nelle varie milizie dei rioni, al servizio del magistrato capitolino, ed una nobiltà in parte ghibellina, pronta sempre alla lotta. Allora la città si sollevava abbastanza di frequente contro gli odiati pontefici, che cacciava o costringeva al riconoscimento dei suoi diritti politici. Nella Roma attuale di 220,000 abitanti, le condizioni erano del tutto mutate. La cittadinanza non aveva più alcun carattere politico; la nobiltà conduceva, all'ombra degli alberi genealogici, una vita di vuoto ozio (le eccezioni erano rare); il che è vergognoso, ma storicamente spiegabile. In gran parte essa apparteneva a famiglie beneficate e illustrate dai papi che uscirono da esse. Ma parte della popolazione romana era devota al Governo papale, al cui servizio si trovava, che la nutriva, tenendola necessariamente soggetta, per mezzo del clero. Credevano dunque realmente, i mazziniani, che si sarebbe trovata in Roma una massa compatta, di sentimenti italiani, che si sarebbe sollevata al loro appello per costruire barricate, per farsi fucilare dagli zuavi, o in ogni caso, dopo una sanguinosa repressione per opera dell'esercito francese, per finire la vita in esilio o in carcere?

C'erano di guarnigione, nella città, circa 3000 uomini, al comando del marchese Zappi, e ripartiti in modo da poter in breve domar la sommossa, se fosse scoppiata. C'era l'ordine che cinque colpi di cannone dessero l'allarme da Castel Sant'Angelo. Furono prese molte misure di difesa, per consiglio specialmente del generale Prudon, il quale il 20 ottobre era venuto a Roma ad assicurare il Papa dell'immancabile protezione francese e a persuaderlo a restare a Roma, finchè la flotta francese da Tolone non fosse giunta a Civitavecchia. Egli consigliò anche di abbandonare le provincie, e di concentrare in Roma le truppe che vi si trovavano sparse, per difendere questa città, mira unica del movimento. Nella notte dal 21 al 22 ottobre si cominciarono a barricare le porte, a porre trincee dinanzi a quelle che rimanevano aperte, e a rincalzare, dal di dentro, con terrapieni, quelle che si potevano serrare. Questo si chiamava nel medioevo fabbricare le porte. Furono completamente chiuse le porte Maggiore, Salara, S. Lorenzo, S. Paolo, S. Pancrazio, S. Sebastiano. Il Ponte Rotto e il nuovo ponte alla Lungara furono resi impraticabili col levar via le tavole che li coprivano. I tre ponti sull'Aniene, Salaro, Nomentano e Mammolo, sulla via di Tivoli, furono minati. Si praticarono feritoie nelle mura, ed anche al Pincio, e si stabilirono batterie di cannoni. Se ne pose una al punto dove la ferrovia entrava in città. Le fosse di Castel Sant'Angelo furono empite d'acqua.

La notte del 22 ottobre trascorse passò tranquilla; si udì solo lo scoppio di petardi in molte strade, e l'allarme delle sentinelle e i colpi delle loro armi.

Una tensione febbrile era in tutti gli animi. Roma si sentiva separata dal mondo: i telegrafi erano inattivi, la posta irregolare; le ferrovie interrotte in parte ai confini dall'esercito pontificio medesimo. Sinistre voci correvano. Che contrasto fra la Roma splendida del giugno e la squallida Roma di ora!

Il 22 ottobre si diffuse la voce che la sera, in città, sarebbe scoppiata la rivolta; se ne parlava apertamente negli alberghi e nei caffè. Si sapeva che Garibaldi era andato a Firenze; si diceva che si sarebbe posto alla testa delle schiere volontarie, che Roma si sarebbe sollevata, e che egli vi avrebbe fatto il suo ingresso trionfale. Tutti gli orrori di una guerra civile per le vie, tutti gli eccessi che si compiono in una rivoluzione, forse anche un probabile saccheggio, riempivano molti di apprensione e di angoscia. In molte famiglie, dove erano da temersi vendette da parte del partito d'azione, regnava grande spavento. Era vivo ancora in città il ricordo del famoso sacco di Roma da parte delle bande del Borbone.

Verso sera l'aspetto di Roma si fece spaventoso. Botteghe e porte chiuse; qua e là si facevano arresti; gli accessi al corso deserto erano sbarrati da sentinelle; pattuglie a piedi e a cavallo percorrevano le strade.

Una bomba, gettata correndo da un uomo contro il corpo di guardia di Piazza Colonna, diede il primo segnale della rivolta. Subito dopo si udì un frequente scoppiar di petardi, un rumore di moschetteria, e un sordo rimbombo. Saltava in Borgo la mina a palazzo Serristori; una parte del grande edificio, dove avevano il quartiere principale gli zuavi, saltò in aria, seppellendo più di venti persone, in massima parte giovani musicanti del corpo e orfani della città. Fortunatamente non si riuscì a incendiare le mine poste sotto le altre caserme. Gli artiglieri che erano stati guadagnati alla causa rivoluzionaria, in Castel Sant'Angelo, erano già stati scoperti e imprigionati. Secondo il loro piano, i rivoluzionari, non più di 500 uomini, si erano divisi in piccole bande e dovevano impadronirsi dei varî posti militari. Il corpo di guardia del Campidoglio doveva essere forzato, e si doveva suonare la campana della torre per chiamare alle armi i Romani. I 50 garibaldini che mossero contro il Campidoglio, furono dispersi da un paio di fucilate. Eguale esito ebbe ogni altro tentativo del genere. Solo a porta S. Paolo i garibaldini, in numero di 400, al comando, dicesi, di un deputato italiano, riuscirono a impadronirsi del corpo di guardia. Una parte di essi occupò quella porta fortificata e a forma di rocca; altri si diressero verso S. Paolo, per impadronirsi del deposito di armi ch'era nella vigna Matteini. Ma la polizia l'aveva già scoperto e portato via. Un altro deposito, nascosto in una cava di pozzolana presso la basilica, non potè essere rintracciato da quelli stessi che ve l'avevano stabilito. La schiera, tornando verso la porta, si scontrò coi pontificii, e si disperse dopo breve combattimento. Anche la porta fu riconquistata dalle truppe papali. L'assalto al gassometro, presso il Circo Massimo, tentato allo scopo di far piombare Roma nelle tenebre, fallì egualmente.

La piccola schiera di volontarii, condotta dai fratelli Cairoli lungo il Tevere, verso la città, coll'intenzione di approdare a Ripetta, non giunse fin qui, ma occupò, fuori delle mura, una villa sulle alture dell'Acqua Acetosa.

Senza le armi sparse qua e là, le vesti lacere gettate sulla strada, delle traccie di sangue, e specialmente senza la rovina del palazzo Serristori, la grande maggioranza dei cittadini romani non avrebbe saputo, il mattino del 23 ottobre, che nella notte si era combattuto. Quella mattina stessa delle truppe mossero da Porta del Popolo verso l'Acqua Acetosa, per snidarne la schiera di Cairoli. Là, fra il Tevere e l'Aniene, presso la loro confluenza, sorgono dei colli verdeggianti che digradano in prati tranquilli fino al Tevere, il quale scorre maestoso fra due rive basse, in vista dei lontani e pittoreschi monti della Sabina. Qualche casetta di campagna sorge in quei colli detti Parioli. Su questi, nella villa Glori, si erano fermati i 70 volontarii, fra cui erano patriotti, uomini di coltura e di audacia, in gran parte possidenti di campagna e ingegneri, studenti, soldati. I due fratelli Cairoli li guidavano, Enrico deputato al Parlamento, e Benedetto, capitano d'artiglieria nell'esercito italiano. Fra loro vi era anche un conte Colloredo, napoletano, della casa Acton. Attaccati all'improvviso dai carabinieri pontificii, questi garibaldini si difesero da eroi, in una lotta corpo a corpo. Dopo che Enrico e molti altri furono uccisi o messi fuori di combattimento, i restanti si dispersero o furono fatti prigionieri.

VIII.