In fatti era riuscito, con grande sforzo, ai pontificii di rigettarle oltre i confini. La così detta legione romana, con la quale un emigrato, l'ex maggiore Ghirelli dell'esercito reale, aveva preso Orte il 17 ottobre, era stata cacciata; le schiere volontarie di Menotti, dopo il violento fatto d'arme del 18 ottobre, avevano dovuto, con grandi perdite, sgombrare Nerola; le bande di Nicotera, il 19, erano cacciate da Vallecorsa nel Lazio. In seguito a quel telegramma che annunciava tutti questi fatti, Napoleone, il 21, dava l'ordine di sospendere l'imbarco a Tolone. Il 22, il Moniteur ne dava notizia in un articolo che esprimeva anche la convinzione che l'invasione dello Stato pontificio avesse toccato il suo termine, e che il Governo italiano fosse risoluto al sicuro adempimento della convenzione di settembre.
Così l'intervento fu disdetto, con gran dolore di quelli che l'avevano tanto bramosamente sperato.
VII.
Intanto Garibaldi era restato a Caprera, in un'ansia penosa. Le lettere dei suoi figli e degli agenti rivoluzionari l'avevano informato dell'insuccesso della spedizione romana; era anche stato avvisato dei preparativi di Napoleone per l'intervento che il Governo italiano era sul punto di subire. Già una volta aveva egli tentato di fuggire verso Livorno, e le navi da guerra in crociera glielo avevano impedito. Egli concepì subito il disegno di mettersi alla testa delle schiere volontarie, di muovere su Roma, per iscuotere alla base il Papato e, nel caso d'insuccesso, di lasciare il proprio corpo fra questo e l'Italia.
Così il 16 ottobre egli lasciò Caprera sul suo battello, felicemente, come già Napoleone era fuggito dall'Elba. Con o senza la complicità dei legni da guerra italiani, raggiunse l'isola della Maddalena, dove una signora inglese lo ospitò; passò poi in Sardegna, donde, travestito, partì e il 19 ottobre, giorno decisivo, sbarcò sulla Maremma di Livorno, presso la torre di Vada. Apertamente giunse il 20 a Firenze. Nessuno pensò a ostacolare il suo viaggio. Rattazzi non era più al potere; il nuovo Ministero non si era ancora formato; il Governo si trovava nell'anarchia più completa.
Egli tenne pubblici discorsi sulla piazza di Santa Maria Novella; eccitò il popolo alla lotta contro il Papato e contro tutti coloro che per errore o per debolezza si trovavano sulla strada della santa causa patriottica. Fu entusiasticamente acclamato.
L'addetto d'affari francese chiese subito il suo arresto, per impedirgli di giungere ai confini e mettersi a capo della schiera dei volontarii, distruggendo così gli accordi diplomatici fra i due Governi, tanto faticosamente raggiunti. Si prevedeva che questo sarebbe accaduto indubbiamente. Ma Garibaldi, con rapida mossa, lasciò Firenze il 22 ottobre, mentre si spiccavano mandati di cattura contro di lui. La gendarmeria reale lo inseguì, e stava per raggiungerlo a Rieti, quando egli ne ripartì.
Il 23 ottobre si recò a Passo Corese e, per Scandriglia, penetrò nello Stato pontificio, dove i suoi due figli e altri capi, come Salomone e Frigesy, avevano raccolte alcune migliaia d'uomini. Fu informato allora Garibaldi dei fatti avvenuti a Roma il giorno precedente, ai quali non era estraneo il suo approssimarsi alla capitale, ma che rimanevano troppo al di sotto delle sue aspettative.
Si trattava ora di fare un colpo di mano su Roma, prima che i Francesi sbarcassero e la coprissero; possibilmente, essa avrebbe dovuto sollevarsi. Una sollevazione in Roma sarebbe stata decisiva. Cento volte era stata preannunziata, ma poi non era mai avvenuta. Da più settimane gli agenti mazziniani si davano da fare nella città. Un bergamasco, Francesco Cucchi, doveva condurre a termine quell'impresa. Si erano stabiliti segretamente dei depositi d'armi, uno presso San Giovanni de' Fiorentini un altro sotto San Paolo, nella vigna Matteini. Anche dei Romani si erano prestati e favorivano il movimento. Anche a Castel S. Angelo erano riusciti a corrompere due artiglieri, i quali, a un dato segnale, dovevano far saltare in aria il magazzino delle polveri. Poi, in molti luoghi, dove le truppe pontificie avevano le loro caserme, nel palazzo Serristori, in Borgo, nel palazzo Cimarra, ai Monti, ed anche nella caserma degli Svizzeri, in Vaticano, dovevano essere messe delle mine. Fu fissato il 21 ottobre per l'insurrezione. Quel giorno, la Giunta Insurrezionale Romana, che si era sostituita al Comitato Nazionale, pubblicò il seguente energico appello alla rivolta:
«Romani, alle armi! alle armi! per la nostra libertà, pel nostro diritto, per l'unità della Patria italiana e per l'onore del nome romano. Il nostro grido di guerra sia: Morte al Potere Temporale dei Papi! Viva Roma, viva la capitale d'Italia! Noi vogliamo rispettare ogni credenza religiosa, ma liberarci per sempre da una tirannia che ci separa a forza dalla famiglia italiana, e vuol perpetrare che a Roma sia estraneo il diritto di nazionalità, e che essa appartenga a tutto il mondo, ma non all'Italia! I nostri fratelli hanno già da più giorni alzato la bandiera della santa ribellione e arrossano del loro sangue la Via Sacra che conduce a Roma. Non soffriamo più oltre che essi rimangano soli. Rispondiamo al loro appello di eroi colla campana del Campidoglio. Il nostro dovere, la comunanza della causa per la quale si combatte, la tradizione di Roma, lo vogliono. Alle armi! Chi può portare un fucile, corra alla lotta! ogni casa sarà una fortezza, ogni ferro un'arma! I vecchi, le donne, i fanciulli possono costruire barricate; i giovani le difenderanno. Viva l'Italia, Viva Roma!»