Tutti gli occhi eran fissi su Napoleone: anch'egli taceva, e sembrava ridivenuto la Sfinge misteriosa dell'epoca. Tutti si chiedevano che cosa avrebbe fatto di fronte ad una così palese infrazione del trattato di settembre. I liberali a Roma mormoravano, che tutto doveva essere stato accomodato a Biarritz; che la Convenzione di settembre doveva essere stata modificata, che l'Imperatore, sul punto di gettarsi nella prossima inevitabile guerra con la Germania, non poteva privarsi dell'alleanza italiana, e che prezzo di questa alleanza doveva essere lo Stato della Chiesa, che in poche settimane sarebbe tutto conquistato.
Ma il 17 ottobre, il giorno stesso in cui il Papa pubblicò questa enciclica, un telegramma così concepito, giungeva dal Ministero degli Esteri di Parigi al plenipotenziario francese a Roma, Armand: «Il Governo pontificio continui a difendersi energicamente; non gli mancherà l'aiuto della Francia». Questo dispaccio sorprese assai il Comitato Nazionale Romano, e fe' giubilare i conservatori. Napoleone mandò a Roma il generale Prudon, per dichiarare al Papa che l'intervento era deciso, e il cardinale Antonelli incaricò il nunzio di ringraziare l'Imperatore in nome del Pontefice.
Il Governo francese aveva, sinora, tenuto dietro con grande riserbo ai fatti d'Italia, limitandosi a dar consigli al Governo italiano. Questo aveva ripetutamente dichiarato che la sorveglianza dei confini era impossibile per la loro estensione e la loro configurazione naturale; avanzò quindi la proposta, poichè altra via non c'era per risolvere la crisi, di far occupare una parte dello Stato Pontificio dall'esercito italiano. Nigra,[4] plenipotenziario del Re alla Corte francese, fu incaricato di svolgere questo progetto, e intanto di far notare come una seconda spedizione francese nello Stato pontificio, non solo andava contro la Convenzione di settembre, ma era la più pericolosa per risolvere la questione romana. Occupando l'Italia una parte dello Stato Pontificio, non si voleva in nessun modo toccare i diritti della sovranità pontificia; si voleva solo ristabilire l'ordine turbato, e venire ad un accordo con la Francia, relativamente all'indipendenza del Papa, essendo il Governo italiano pronto, a questo scopo, ad invitare ad un Congresso le potenze.
Il Gabinetto francese rispose: «che esso era lieto che l'Italia riconoscesse la sovranità del Papa; che non aveva nulla in contrario a che si tenesse un Congresso delle potenze; ma poteva essere tenuto questo Congresso, se le truppe italiane avessero occupato lo Stato Pontificio, costringendo indubbiamente il Papa all'esilio? Il ritiro delle truppe francesi da Roma era stato conseguenza della convenzione di Settembre e della fiducia, da parte dell'Imperatore, che il Governo italiano avrebbe protetto il dominio papale da un'invasione. Mostrandosi ora il Governo italiano incapace a farlo, il medesimo trattato dava all'Imperatore il diritto di prendere provvedimenti per la difesa dello Stato pontificio.»
Rifiutato categoricamente il progetto di Rattazzi, la netta dichiarazione della Francia costrinse il Governo italiano a dichiarare di voler mantenere la convenzione. Il 19 ottobre, l'Imperatore mandò un ultimatum a Firenze; il suo rappresentante dichiarò a Rattazzi che Napoleone esigeva una prova della sincerità della dichiarazione fatta dal Governo, e cioè: soppressione degli arruolamenti, scioglimento dei comitati d'appoggio all'opera rivoluzionaria; e proclama reale che dichiarasse che dovevano essere disarmati e internati i volontari di Garibaldi.
Lo stesso giorno, il generale De Failly partì da Parigi per Tolone per prendere il comando supremo della spedizione; l'esercito era pronto a partire sulla squadra che aspettava ordini a Tolone, nel caso che il Governo italiano non si sottomettesse all'ultimatum.
Il Ministero Rattazzi si trovò in una posizione difficile; non solo aveva contro di sè la Francia, ma tutte le potenze, risolute a non porre ostacoli all'intervento francese. La Prussia medesima, su cui avrebbe potuto contare, gli sarebbe stata propizia solo quando Napoleone si fosse di nuovo impelagato nella questione italiana, e con ciò avesse perduto le ultime simpatie dell'Italia. Come poteva Rattazzi occupare il territorio dello Stato pontificio? A Roma nessun moto si produsse, che potesse dargli occasione o pretesto. Nelle casse della corrispondenza del Senato romano io trovai, in quel giorno 19 ottobre, solo uno scritto anonimo, che affermava la situazione a Roma essere così minacciosa, da richiedere l'intervento di truppe italiane nella capitale; il senatore dover presentare al Papa la proposta; migliaia di cittadini che avevano lasciato presso un notaio i loro nomi, esser pronti a dichiarare che questa era la volontà della città di Roma. In assenza del senatore marchese Cavalletti, i quattro conservatori inviarono al Papa questo scritto, dichiarando, però, che credevano bene darne contezza a Sua Santità, non dividendo in verun modo le idee espresse nella missiva, idee che ritenevano non convenire alla dignità del Governo.
E poteva davvero una lettera anonima, di dubbia origine romana, e che stava in troppo stretto rapporto col progetto mandato a Parigi da Rattazzi, valere come espressione genuina dell'opinione del popolo e del Senato di Roma?
La sera del 19 ottobre, il giorno della crisi, Rattazzi ricevette il congedo e il Re incaricò il generale Cialdini di comporre un nuovo Gabinetto. Cialdini era l'uomo di Castelfidardo, ma anche di Aspromonte, nemico delle schiere volontarie per principio, e perciò gradito alla Francia. In Firenze l'eccitazione si faceva sempre più grande; e nel dilemma: ritornare alla convenzione e ubbidire alla Francia; o mettersi dalla parte della rivoluzione e romperla con Napoleone; non si sapeva quale via fosse meno pericolosa. Intanto, mentre Cialdini si occupava infruttuosamente della composizione del Ministero, Rattazzi sbrigava ancora gli affari di amministrazione ordinaria; durante questa pausa, poterono mettersi in moto delle forze che condussero alla catastrofe.
L'Imperatore francese, sempre esitante, sempre doppio, desiderava di non essere costretto all'intervento. Egli fu lieto quando il suo plenipotenziario telegrafò, il 20, da Roma, che quel giorno non si trovavano più schiere volontarie nello Stato pontificio.