Dal principio di settembre, degli agenti di Garibaldi si occupavano attivamente a Roma per preparare e provocare una sollevazione. Nessun mezzo fu trascurato per raggiungere lo scopo. Armi, bombe, polveri erano pronte in luoghi segreti. Il Comitato Nazionale Romano, già disciolto, si ricostituì e bandì, l'8 ottobre, un proclama, dove era detto: «Romani, le provincie son già sollevate; fra poco l'insurrezione sarà generale. Noi dobbiamo unirci a questo movimento e appoggiarlo con tutte le nostre forze, perchè la vittoria delle provincie preparerà e faciliterà la vittoria di Roma. Siamo dunque tutti pronti. Il sangue dei fratelli che gli zuavi pontificii spargono ancora nella Provincia sia la favilla che incendierà i nostri spiriti. Romani, l'ora decisiva si approssima. In nome della Patria uniamoci, e che ognuno obbedisca solo al comando che ci verrà dal Comitato centrale. Unità e disciplina, ecco ciò che forma la forza. Ogni movimento inconsiderato, irregolare e isolato può essere di grave danno. Fidatevi a quel Comitato che ha dato già prova di forza, acutezza e fermo volere. Ora che è giunto il gran momento, egli saprà compiere tutto il suo dovere. Uniamoci fiduciosi e arditi; operiamo disciplinati, e la causa della civiltà sarà guadagnata».
Intanto i fatti mostravano che tutte le esagerate notizie dei fogli garibaldini erano spudorate invenzioni. Non in un luogo solo si ebbe una sollevazione nelle provincie. Potevano, del resto, delle bande indisciplinate, che assalivano e danneggiavano i villaggi, per poi fuggire appena si appressavano le truppe pontificie, aver forza morale sufficiente a trascinare le popolazioni a far causa comune con esse e ad andar con esse in rovina? C'era forse l'Italia dietro quelle bande? E in questo caso, non c'era da temere un intervento francese con le sue conseguenze inevitabili? Nè il cittadino, nè il campagnuolo vollero sapere di sollevarsi. L'invasione somigliava ad un fuoco fatuo che tremolava ai confini, e si accendeva per breve tempo, qua e là, senza risultato. Si sarebbe detta una guerra contro il brigantaggio, in grande.
L'11 ottobre era stata presa Subiaco; il vescovo e il magistrato supremo erano stati messi sotto sorveglianza; invano si era intimata la resa al castello. Comparvero alcuni zuavi, e i garibaldini si dileguarono, abbandonando precipitosamente la città.
Il 13 ottobre Menotti fu snidato dalla forte posizione di Montelibretti, dove era ritornato. Le schiere volontarie non facevano in nessun luogo progressi. Nicotera che, attraverso i confini napoletani doveva penetrare nella valle del Liri, non potè muoversi che il 13 ottobre, ed occupò Falvaterra. Ma il 15 fu battuto a Vallecorsa e cacciato dalla provincia di Frosinone. Castel Sant'Angelo si empiva di prigionieri. Il Papa comandava che fossero lautamente nutriti. A quegli uomini, prostrati dalla fame e dalle fatiche, egli mandava mantelli per ripararsi dal gelo notturno. Li visitò anche un giorno egli stesso, e disse loro: «Eccomi: io son colui che ritenete vostro nemico e di cui avete giurato la morte. E chi avete dinanzi a voi? un uomo vecchio e debole». Essi caddero in ginocchio dinanzi a lui e molti baciarono un lembo della sua veste. «E' buono—dicevano allora di Pio IX i Romani—ma ha due anime: una obbedisce all'Italia ed una ai gesuiti».
La stampa mazziniana dava notizie atroci sul trattamento di questi prigionieri; ma erano false. Negli ospedali e nelle prigioni li trattavano umanamente e benignamente. L'unica cosa di cui potessero lagnarsi i prigionieri, erano le visite e i sermoni di confessori e di preti mandati a loro per farli riconciliare con Dio.
VI.
Intanto, ogni giorno si faceva più grande il pericolo per Roma. L'invasione era l'idra dalle cento teste. Sempre nuove bande sorgevano, e sempre più apertamente appoggiate dalle truppe italiane. Gli arruolamenti eran fatti nelle città del Regno; le armi venivano loro dai magazzini della Guardia Nazionale. Le ferrovie erano al loro servizio, e centinaia di camicie rosse venivano ogni giorno trasportate dai treni ai confini. Anche a Roma si notavano sempre più numerose misteriose figure di stranieri; si facevano grandi arresti preventivi, ma non si riusciva a metter le mani nel centro dell'agitazione. L'aspetto della città diveniva ogni giorno più triste; il commercio cessava; il denaro monetato spariva. Si parlava di prossimi violenti tumulti, e la guarnigione romana, stanca e diminuita dalle malattie e dalle diserzioni, doveva sottoporsi ad un faticosissimo servizio di pattuglie.
Il 17 ottobre, il Papa pubblicò un'enciclica al clero cattolico, nella quale tratteggiava la disperata situazione romana. Nella ampollosità declamatoria abituale di questi atti, si notava, strano a dirsi, che proprio la prima frase dell'enciclica coincideva con quella: Levate in circuitu oculos vestros,[3] con la quale una volta il gran nemico del papato, Federico II di Hohenstaufen, aveva cominciato la sua enciclica alla cristianità contro Gregorio IX: «Alzate, o venerabili fratelli, i vostri occhi all'intorno e vedrete, e ve ne dorrete con Noi, le abbominazioni orribili che attualmente funestano la misera Italia. Ma Noi umilmente ci rimettiamo agli imperscrutabili voleri Divini, che vollero farci vivere in così tristi tempi, in cui, per opera di alcuni uomini, e proprio di quelli che reggono la cosa pubblica in Italia, sono calpestati i precetti di Dio e le leggi della Chiesa, e la miscredenza trionfa impunita. Da questo stato di cose derivano tutte le ingiustizie e tutti i mali di cui siamo addolorati testimoni; in questo stato di cose trovarono nutrimento e sprone quelle numerose bande di atei spieganti gli stendardi di Satana, e che portano scritto in fronte: Menzogna; che bestemmiano contro il Cielo in nome della ribellione, che insozzano tutto ciò che è santo, che calpestano ogni diritto divino ed umano, che, come lupi in cerca di preda, spargono sangue, corrompono le anime nel loro delirio, chiedono la mercede della loro perversità, derubano i fratelli, rendono più miseri i poveri e i deboli, aumentano il numero delle vedove e degli orfani, per denaro esaltano l'ingiustizia, e, cercando in ogni modo di sodisfare le loro perverse brame, spargono la desolazione e la morte nella nazione.
«O venerabili fratelli, oggi noi ci troviamo circondati da questa malvagia genìa. Sì, questi uomini vogliono, mossi da uno spirito diabolico, inalberare la bandiera della menzogna in questa nostra illuminata città, sulla sedia di Pietro, nel centro della fede e dell'unità cattolica. E i rappresentanti del Governo Subalpino, che dovrebbero dar opera a frenare questa gente, non arrossiscono di aiutarla, di fornire armi e tutto il necessario per facilitare la loro venuta a Roma. Ma queste persone—occupino esse pure un alto grado nella gerarchia civile—tremino di vedersi ben presto punite del loro contegno. Se da un lato, nella nostra umiltà, noi preghiamo caldamente Iddio di voler rivolgere su tutti questi infelici il suo sguardo benigno, per ricondurli sulla via della Giustizia e del Bene, d'altro canto non possiamo tacere i gravi pericoli che ci sovrastano in questa ora di tenebre. Noi attendiamo con animo tranquillo gli avvenimenti, sebbene commossi da tanto inganno, da tanta calunnia, da tanta menzogna, riponendo in Dio la nostra fiducia, in Dio che è la nostra salvezza e la nostra forza, e che non permetterà che coloro che fidano in lui siano vittime di tanti indegni miscredenti, ch'Egli ben saprà fiaccare e distruggere. Frattanto però, o venerabili fratelli, e voi tutti, o fedeli, che ci siete affidati, noi non vogliamo dissimularvi la triste posizione e il pericolo, in cui ci troviamo per opera del Governo Subalpino. E quantunque difesi finora dal valore del nostro fedele esercito, valore che si palesò già in mille fatti d'armi, pure pensiamo che, dinanzi al numero sempre crescente degli invasori, esso non potrà a lungo resistere. Non poco anche ci affida la pietà e la fedeltà dei nostri sudditi in queste tristissime ed empie congiunture, ma soffriamo anzi profondamente nel vedere anch'essi esposti a pericoli di ogni sorta da parte di quegli scellerati che, con ogni mezzo, li minacciano, li depredano, li tormentano...».
Il Papa non parlava della Francia, ma questo meditato silenzio era forse più efficace d'un appello diretto all'intervento delle potenze.