Numerose associazioni belghe, francesi, ed anche americane, inviavano a Roma casse piene di denaro e di armi, come tributo. La stampa cattolica diede ai nuovi volontarii l'enfatico titolo di Crociati di San Pietro, giubilando per il rinnovarsi della crociata. La piccola armata papale rappresentava infatti lo sforzo della cristianità intera; molte favelle e molte nazionalità vi erano rappresentate: scozzesi, irlandesi, polacchi, tedeschi, francesi, olandesi, belgi, canadesi, mori dell'Africa, italiani, spagnuoli si mescolavano sotto lo stendardo dell'arcangelo Michele; ed anche in questo cosmopolita esercito non era solo lo zelo religioso che spingeva tanta gente; in taluni era piuttosto lo spirito di avventura, il bisogno, o un passato da redimere.

Il corpo scelto della milizia di S. Pietro, la vera guardia dei cavalieri della Croce, erano gli zuavi. Lamoricière aveva istituto questo corpo in memoria delle sue campagne africane, quando nel 1866 il Pontefice lo aveva chiamato a Roma, salvatore del Potere temporale. Molti figli di antiche case legittimiste di Francia e del Belgio servivano in questo esercito come ufficiali, o anche come semplici soldati a piedi. Loro colonnello era De Charette, discendente del famoso capitano della realista Vandea. Il corpo era in prevalenza formato da francesi e da belgi, e parlava francese. Il loro costume mezzo turco, di colore turchino, un po' teatrale e appariscente, era volentieri indossato da molti signori. La maggior parte di questi ufficiali degli zuavi, ed anche dei soldati semplici, era piena di sentimenti cattolici e di ideali medioevali; essi ardevano dal desiderio di venire alle mani coi ribelli italiani, coi democratici dalla camicia rossa, gli eretici, e di vendicare tutti gli insulti patiti dal Pontefice negli ultimi anni.

A capo dell'esercito papale era il generale Kanzler, già ufficiale nell'esercito di Baden e da lungo tempo al servizio del Pontefice. Una abile ritirata del suo battaglione, dopo la battaglia di Castelfidardo, aveva richiamato l'attenzione su di lui, cosicchè fu promosso di grado e nominato vice ministro alla guerra. Il Ministero della guerra pontificio era stato sin qui affidato a prelati; ultimamente a Merode, cognato di Montalembert, e questo costume non poteva essere molto giovevole all'organizzazione dell'esercito. Quando, finalmente, esso fu affidato ad un uomo d'armi, subito se ne notò il visibile cambiamento. La serietà e l'attività del generale riordinarono in breve le truppe, e certamente lo Stato Pontificio deve al Kanzler se così a lungo potè resistere alle forze degli invasori.

Lo Stato della Chiesa era stato ripartito in zone militari: Viterbo, Civitavecchia, Tivoli, la Sabina, e Campagna e Marittima (Velletri e Frosinone). Queste formavano insieme una mezza divisione sotto il comando del generale De Courten; l'altra mezza divisione, un duemila uomini, risiedeva a Roma, sotto il generale Zappi. Nelle città maggiori risiedevano compagnie; nelle minori spesso soltanto posti di gendarmeria. La guarnigione della Campagna fu rinforzata da volontarî della popolazione campagnuola, i così detti ausiliari o squadriglieri, i quali formarono corpi militarmente organizzati, serbando il loro costume pittoresco della ciociaria e i sandali caratteristici. Si erano già costituiti militarmente al tempo della guerra contro il brigantaggio, nel 1866-67, nella quale avevano reso grandi servigi alla regione laziale. Un battaglione di essi, forte di 638 uomini, risiedeva a Frosinone e nei confini di Napoli. Altri si erano, altrove, incorporati nella gendarmeria. In complesso, la loro forza ammontava a 1200 uomini.

Alla fine di settembre il Lazio offriva uno strano e comico aspetto. Mentre lo Stato Pontificio si preparava a contrastare con tutte le sue forze l'occupazione di Roma e di tutto il territorio, ai confini facevano le loro evoluzioni da 10 a 20,000 soldati italiani, in una attitudine equivoca e misteriosa, che avrebbero dovuto tener lontano dai confini le schiere volontarie, ma, viceversa, le lasciavano palesemente entrare e uscire, mentre essi stessi cantavano inni patriottici, col ritornello: «Andremo a Roma Santa». Stavano, coll'arme al piede, a guardare tranquillamente centinaia di camicie rosse, divise in piccole bande, aggirarsi intorno ai confini, ardendo dal desiderio di irrompere nella regione pontificia, mentre il loro duce, il capo del movimento, il cui nome era da solo un grido di guerra, era ancora relegato sullo scoglio di Caprera. Intorno a quest'isola incrociavano sette legni da guerra italiani, come già i legni da guerra inglesi avevano un tempo incrociato intorno all'Elba, gelosi di un uomo più grande, che stava là preparando le audaci imprese contro il continente.

Il 29 settembre venne a Roma l'annuncio che era cominciata l'invasione. Nella notte, 40 garibaldini avevano passato i confini a Grotte S. Stefano in provincia di Viterbo, avevan disarmato quel posto di gendarmeria, strappato gli stemmi papali, e piantato la bandiera italiana. Poi si erano diretti su Bomarzo, dove si era ripetuta la scena stessa. Da quel giorno, ebbero spesso lungo qua e là in vari punti, piccole invasioni di questo genere. Il 29 stesso, altri occuparono Bagnorea e Torre Alfina, e il giorno seguente il luogo più importante, Acquapendente. La caserma dei gendarmi si difese, in questa città, per ben tre ore, poi si arrese. I garibaldini si impadronirono delle casse pubbliche, arrestarono il Magistrato e levarono contribuzioni. Dichiaravano di essere l'avanguardia del generale Acerbi; avevano a capo un tal conte Pagliacci, emigrato da Viterbo.

All'annuncio della occupazione di Acquapendente, il colonnello Azzanesi si mosse da Viterbo con truppe; piombò sui garibaldini il 2 ottobre a S. Lorenzo, li mise in fuga, prese molti prigionieri, rioccupò Acquapendente. I fuggiaschi si radunarono e Bagnorea, l'antico Balneum Regis. Un corpo di 95 zuavi ve li assalì di sorpresa, ma fu respinto con perdite, finchè non giunsero rinforzi pontificii. Bagnorea fu assalita il 5 ottobre; i garibaldini, in numero di 500, si ritirarono lasciando 100 fra morti e feriti e 178 prigionieri. Questo fu il primo fatto notevole di quella guerriglia. Esso mostrò, contro ogni previsione, che i soldati pontificii sapevano battersi con valore e serietà, ed erano tanto validi ed atti alla guerra, quanto erano inetti i loro avversarî.

Ogni giorno avvenivano a Roma partenze di truppe; la città pareva vuotarsi completamente di milizie, e giornalmente arrivavano notizie di nuove invasioni nella regione laziale. Una straordinaria eccitazione cominciò a notarsi in città, anche perchè venivano sparse ad arte, di tanto in tanto, delle notizie di sconfitte, di vittorie, di sollevazioni ipotetiche.

Le schiere volontarie, scacciate da Bagnorea, si erano gettate su Torre Alfina, piccolo villaggio sul confine toscano, fortissimo per la natura del luogo. Qui il generale Acerbi radunò le sue schiere, come in un quartier generale, per piombar su Viterbo, appena fosse possibile. Contemporaneamente altre bande si fortificavano a Nerola, Moricone, Montemaggiore, Montelibretti; piccoli e deserti luoghi della Sabina. Sono veri aggruppamenti di case in cima ad aspre rupi, dalle quali emerge la chiesa, e qualche torre medioevale diroccata, e il grandioso castello baronale, del tempo in cui gli Orsini dominavano tanta parte della Sabina.

Il giovane Menotti condusse là 600 uomini, coi quali sperava di poter irrompere nella campagna verso Tivoli, se appoggiato da altre truppe, e favorito dalla concertata conquista di Subiaco che doveva congiungerlo agli Abruzzi. Garibaldi aveva nominato il figlio suo luogotenente, con un decreto da Caprera; c'era anche una specie di dinastia garibaldina, e, mentre il vecchio leone ruggiva chiuso in Caprera, dovevano almeno i suoi figli, Ricciotti e Menotti, pugnar per la causa nazionale. Ma, quando il 7 ottobre, il colonnello Carette marciò sulle truppe di Menotti, queste ripiegarono su Fara. Ma furono inseguite, cacciate, e dopo breve lotta disperse; si ritirarono allora sui confini, benignamente ricevute dalle truppe italiane. Rinforzate, tornarono rinnovando qua e là la guerriglia. Le truppe pontificie mandavano ogni giorno prigionieri a Castel Sant'Angelo, ma le marcie e contromarcie continue, e le perdite che subivano, cominciavano a stancarle. La guerra d'invasione era cominciata nello Stato della Chiesa come una febbretta intermittente in un corpo malato: non avrebbe potuto in breve estendersi al capo, la già torbida Roma?