La questione romana, così profondamente connessa con tutto l'ingranaggio complicato del mondo europeo, pareva, a questo uomo di guerra, un nodo gordiano che la spada sola potesse risolvere. Ma egli non aveva la spada di Alessandro, e se anche ciò non è che un simbolo della realtà contemporanea, come l'uovo di Colombo, l'opinione europea non avrebbe mai riconosciuto in Garibaldi o in Mazzini e il suo partito, i suoi rappresentanti e i suoi patrocinatori.
E veramente sembra ai nostri occhi un sogno fantastico che delle schiere, accozzate alla rinfusa, male armate e senza disciplina, e tali che gli antichi condottieri d'Italia avrebbero sdegnato di prenderle al loro servizio, avessero la pretesa di conquistare Roma, come un Connestabile di Borbone! Eppure, proprio nel nostro tempo, un disegno di tal genere fu possibile, e ci mancò poco che questo sogno si trasformasse in realtà. Un giorno questo sarà un mito nella storia di Roma.
E l'ardente e nobile patriottismo di un guerriero della specie di Garibaldi, e l'audacia sublime che spingeva le sue schiere alla morte, saranno riconosciuti ed ammirati anche da chi ha condannato la sua impresa come dannosa alla patria, ed ha tremato al pensiero che il principio della libertà brigantesca degli Americani della Plata o del Chilì potesse trovare esplicazione anche in uno Stato della civile Europa. Ma questo è tutto quel che si può dire a questo proposito. Invece, lo spassionato giudizio del più caldo amico della nazione italiana e della libertà dei popoli considererà sempre, con disprezzo e disistima, coloro che seguirono, in questo falso giuoco, le regole del «Principe» di Machiavelli, perchè si deve annunciare fino ai confini del mondo la giustezza della massima di Washington, e provare che la migliore politica è la verità. La storia della politica fu arricchita, nel 1867, di una commedia tale, che a lungo dovrà l'umanità ricercar ne' suoi annali, per trovarne una simile; e, se in nome della libertà si perpetrarono spesse volte delitti, raramente in suo nome si commisero così fondamentali sciocchezze.
Il Gabinetto italiano, per la sua debolezza e per una specie di strana illusione, fu condotto a tollerare il pericoloso disegno dell'invasione, poi anche ad accettarlo e accelerarlo, ciò che gettò l'Italia nella più terribile crisi, mise in giuoco la monarchia e l'unità del paese, e produsse, in tutta la nazione, una spaventosa demoralizzazione. Così, fra una diplomazia senza forza ed una eroica furia di condottieri, si maturarono grandi errori. Si sperava in una sollevazione romana, la quale mancò. Non ve ne fu alcuna negli Stati della Chiesa, e tanto meno a Roma e a Viterbo, dove gli agenti del partito rivoluzionario facevano vani sforzi per suscitarla. Solo una vera rivolta negli Stati della Chiesa poteva, se fosse apparsa chiaramente l'espressione della volontà popolare, mutare la situazione, far sembrare giustificato un intervento da parte dell'Italia, e escludere assolutamente quello francese. Ma poichè essa non avvenne, e la popolazione dello Stato romano rimase tranquilla, invano si sarebbe voluto far passare per insurrezione popolare una invasione di truppe volontarie di altre regioni. Si contava, da parte di queste schiere, sulla inabilità e sul carattere imbelle delle truppe pontificie, oltre che sulla diserzione dell'elemento italiano; ma questi soldati, stranieri e paesani, si batterono con inaspettato valore, rimanendo fedeli alla bandiera, sulla quale avevan giurato. Si contava anche sugli errori del Governo pontificio, ma questo raramente dimostrò come allora tanta ragionevolezza e tanta forza, e seppe mantenere, in condizioni tanto difficili un contegno così legittimo e conveniente, che fece ottima impressione sull'opinione pubblica europea, specialmente perchè in contrasto con quello del Governo italiano.
Si sperava specialmente sull'approvazione tacita del protettore di Francia, e sul suo consenso alla modificazione del trattato di settembre. In Inghilterra correvano delle voci che affermavano prossima questa modificazione, per l'estate futura, e che Napoleone si sarebbe ricreduto e si sarebbe deciso all'intervento dopo che aveva appreso di sicure offerte di Rattazzi alla Prussia. Comunque sia, Napoleone non poteva lasciar manomettere dalla parte rivoluzionaria, contro la quale egli si era drizzato, un trattato da lui confermato e riconosciuto; egli intervenne—poichè lo Stato Romano non si era sollevato—a favore del Papa e del Potere spirituale, col quale voleva mantenersi in buona amicizia, dapprima esitando e temporeggiando, poi con inconsiderata gravità.
Secondo il piano di Garibaldi, l'invasione doveva procedere da tre lati; dalla Sabina e l'Umbria, dalla Tuscia e dal Lazio, dovevano le schiere dirigersi alla loro mèta: Roma. La prima è la via più breve e conduce direttamente a Roma, poichè qui i confini, a Corese e Scandriglia, sono distanti dalla città appena due ore di treno. Menotti, il figlio di Garibaldi, prese là il comando delle schiere che scendevano dall'Umbria. La seconda strada passa da Viterbo, prima mèta delle truppe che la seguirono, oggi seconda città dello Stato, situata in una ricca campagna ed abitata da una popolazione che fu sempre ritenuta audace, fiera ed amante di novità. Qui doveva assumere il comando Acerbi. Sulla terza strada, Nicotera doveva dirigere l'invasione contro Roma attraverso i Monti Latini. Questi ultimi due capi erano deputati al Parlamento italiano. Inoltre, dei manipoli minori dovevano far capo a queste strade da varii punti per assalire, qua e là, le guarnigioni pontificie, per tenere occupato e sparso tutto l'esercito pontificio col sistema della guerriglia.
Il grosso di queste schiere era formato di gente accozzata alla rinfusa, della quale una gran parte sapeva appena maneggiare un fucile. Le loro condizioni, che avrebbero fatto andare in visibilio un romanziere o un Salvator Rosa, hanno fatto dubitare e restare perplesso ogni uomo di guerra; erano camerieri, cocchieri, servi, studenti scrivani, contadini, sarti, calzolai, operai di ogni genere, lavoranti di fabbriche, ogni sorta di gente affamata. Nelle loro file si trovavano anche uomini e giovani di estesa coltura, nobili e ricchi, ed anche delle signore emancipate, che seguivano a cavallo il piccolo esercito. Simili imprese non si compiono che in Italia, perchè qui risponde ad esse il singolare carattere della popolazione. Certo che la leva, che muoveva tutta questa gente, era, in prevalenza, il bisogno e lo spirito d'avventura, ma sarebbe ingiusto considerare queste schiere solo come una riunione di mascalzoni e di canaglia. L'esaltazione patriottica si era dai circoli democratici diffusa fra le classi più infime della popolazione, e quei poveri operai si batterono eroicamente a Mentana. Vi erano infine, fra di essi, noti patriotti e spiriti nobili, i quali, pieni di sentimento patrio, avevano risoluto di sacrificare, alla patria, tutto, anche la vita. E questi andavano di mano in mano crescendo di numero; tutti gli stati e provincie d'Italia vi avevano i loro rappresentanti; finalmente dei veri e proprii soldati italiani, segretamente congedati, vennero a rafforzare queste bande di volontarii.
Erano divisi in battaglioni. La loro uniforme doveva essere la camicia rossa, ma non tutti ne possedevano una; molti indossavano, sui loro abiti, un pezzo di stoffa rossa. Tutti avevano ai cappelli una piuma di gallo o di falco. Le armi erano manchevoli e in cattivo stato. Molti non avevano che lancie, pugnali e sciabole. Alcuni battaglioni avevano armi usate, uscite dai magazzini delle guardie nazionali. Il metodo di approvigionamento e di rifornimento di questo esercito era primitivo, come quello del suo armamento. Essi facevano assegnamento sulle contribuzioni dei luoghi che occupavano, ma tutti sanno che i castelli dei distretti della Sabina e del Lazio sono in gran prevalenza abitati da agricoltori assai poveri, che vivono del grano dei loro campi, delle rendite dei loro vigneti, degli oliveti e castagneti. E si poteva davvero ben profetizzare che il patriottico fanatismo di Garibaldi avrebbe gettato nella miseria tante migliaia di persone, come al tempo di Aspromonte, se a lui ora non fosse riuscito, come allora, di trascinarsi dietro tutto il popolo italiano e di far levare in armi il popolo dello Stato Pontificio.
L'esercito che il Papa poteva opporre a queste schiere di volontarii, contava allora 12,981 uomini e 929 cavalli, di cui 8000 veramente atti e pronti a combattere. I corpi, disposti secondo il numero degli uomini, erano in quest'ordine: reggimento di zuavi, 2237; legione di gendarmi indigeni, 2082; reggimento di linea, anche indigeno, 1595; battaglione di carabinieri stranieri, 1233; legione francese d'Antibes, 1096; battaglione di cacciatori, 956 fanti e 442 cavalli; finalmente 5 batterie di artiglieria.
Questo esercito era formato da italiani dello Stato pontificio e da stranieri d'ogni nazionalità. Da quando il Papato si era trovato in serie difficoltà, al ritiro dell'esercito francese, tutte le regioni del mondo si erano date, con grande zelo cattolico, alla ricostituzione dell'esercito pontificio.