I discorsi che egli tenne dal balcone della casa Fazy e quelli per l'inaugurazione del Congresso, furono così spinti, che urtarono anche molti dei suoi partigiani. Egli volle dimenticare che la città di Calvino e di Rousseau contava fra i suoi cittadini anche molti cattolici e che altri fra essi avevano opinioni aristocratiche e conservatrici. Le sue violente declamazioni contro il Papato e la Chiesa provocarono aperte proteste da parte della cittadinanza cattolica; fra i Riformati, i moderati non furono meno spaventati; nel Congresso si produsse una scissione, e Garibaldi lasciò Ginevra l'11 settembre, quasi clandestinamente, e del tutto disilluso.

Si recò allora a Genestrelle, deciso ad effettuare l'invasione romana. I preparativi e i piani strategici per questa audace impresa erano stati alacremente continuati fin dal suo soggiorno ad Orvieto. Si armarono truppe di volontari ad Ancona, a Foligno, a Bologna, a Firenze, negli Abruzzi, a Napoli. Depositi d'armi erano trasportati ai confini, e segretamente fin dentro gli Stati della Chiesa. I volontari si dirigevano da ogni parte alla spicciolata verso i confini, i quali erano custoditi dalle truppe di linea italiane, secondo la Convenzione di settembre.

Il carattere palese di questi armamenti sotto gli occhi del Governo, le invettive della stampa mazziniana, i proclami dei comitati nazionali, le lettere di Garibaldi, i messaggi dei legati di Roma e di Firenze spinsero il Governo francese a eccitare il ministero italiano ad un'azione pronta ed efficace, facendogli intendere come serie difficoltà potessero sorgere se fosse continuato quello stato di cose, difficoltà che l'Imperatore desiderava risparmiare a sè e al Re d'Italia. E infatti le difficoltà di Napoleone non erano poche. Egli desiderava non allontanare da sè l'Italia, in vista della minaccia sempre più vicina d'una guerra colla Prussia; allontanandosi dalla Francia, l'Italia si sarebbe avvicinata alla sua alleata di Padova; se poi egli avesse lasciato violare la Convenzione di settembre, avrebbe subìto un nuovo scacco, facendo la figura di un complice o di un canzonato. Se egli si risolveva all'intervento, secondo i desiderî del Pontefice, feriva anche gravemente il partito liberale di Francia, suscitando forse una guerra di disperata difesa in Italia, o rigettandola nell'anarchia, distruggendo la sua propria opera del 1859.

Dispacci urgenti da Parigi determinarono l'azione contro il partito rivoluzionario. Degli inviati di Vittorio Emanuele si recarono per persuadere Garibaldi in nome del re ad abbandonare i suoi intempestivi progetti e a ritrarsi a Caprera. Ma egli lasciò Firenze per raggiungere Arezzo passando da Sinalunga, e di là per far irruzione negli Stati della Chiesa.

Ma, per comando del Governo, a Sinalunga il generale fu arrestato il 23 settembre e mandato per ferrovia alla fortezza di Alessandria. D'un colpo questo fatto sorprendente cambiò la situazione; apparentemente il progetto dell'invasione venne meno con esso.

Il piano di Garibaldi era stato di provocare una sollevazione a Viterbo, per mezzo dei suoi agenti; ma dopo il suo arresto, il Governo papale si impadronì di loro e delle corrispondenze che avevano seco. Gli agenti di Garibaldi erano anche a Roma pieni di attività, ma dopo molto vano lavoro dovettero persuadersi che in questa città non c'era nulla da fare. Anche qui furono operati arresti in massa. Dei fogli volanti diffusi per la città annunciarono che la Giunta nazionale si era disciolta il 22 settembre, e che il 27 i così detti capi di sezione ne avevano formata un'altra al suo posto, «perchè la città non rimanesse senza Governo in tempi così difficili». La cattura di Garibaldi fu appresa all'estero con soddisfazione; si complimentò il governo d'Italia per aver finalmente trovato la forza di ridivenire padrone di un increscioso stato di cose, per il quale era permesso ad un capo popolo di porsi al di sopra delle leggi dello Stato, di formare un Governo proprio nello Stato stesso, di eseguire dei piani proprî, di versare il sangue del popolo, di mandarne in malora i denari affidatigli e di condurlo alla rivoluzione, determinando così la necessità di un intervento straniero, che immancabilmente sarebbe avvenuto. Infatti si diceva che una flotta francese fosse nel porto di Tolone pronta a salpare. La stima e la considerazione verso Garibaldi si era inoltre da tempo diminuita. Le sue copiose declamazioni, i suoi proclami numerosi, le sue stranezze (era giunto a battezzare egli stesso dei fanciullini come sacerdote dell'avvenire), l'imperversare senza tregua dei suoi tuoni senza il lampo dell'azione, e l'essersi egli ravvicinato al movimento mazziniano, avevano fatto impallidire l'aureola del grande agitatore, che aveva avuto sì eroica parte nella redenzione italiana[2]. Si deplorava in quel tempo che egli non fosse morto a Capua o ad Aspromonte, chiudendo così la sua vita di eroe popolare, invece di sopravviversi. La sua prigionia fu appresa con favore anche dai liberali di Roma; essi speravano che essa preludesse a negoziati diplomatici del Governo italiano, tendenti ad una liberazione definitiva da un intervento, anche morale, della Francia, e ad una modificazione della Convenzione di settembre. Ed effettivamente non c'era che l'Italia che potesse difendere gli Stati della Chiesa impedendo alle schiere dei volontari di farvi irruzione.

Ma il partito d'azione si sollevò vivacemente, chiedendo la liberazione del suo capo, membro inviolabile del Parlamento. Sotto la pressione di tumulti a Firenze e in altre città, Garibaldi fu condotto da Alessandria a Genova, e senz'altro rimesso in libertà, come almeno egli stesso dichiarò, —cioè imbarcato il 27 settembre per Caprera su un legno da guerra. Era stata cosa veramente seria la sua prigionia? Non era stato un giuoco per tacitare, diciamo così, il Governo di Francia, mascherando la rottura effettiva della Convenzione di settembre? Non si era fatto sparire il capo dell'invasione, perchè questa potesse seguire il suo cammino, più liberamente e meno manifestamente, e perchè, invece di un generale officialmente disconosciuto, e talora in segreto sostenuto, come a Marsala a Capua e nelle Marche, altri generali, nel nome d'Italia, la conducessero? Non aveva davvero la forza, il Governo italiano, di disperdere le schiere dei volontari, che si raccoglievano sui confini? Numerose truppe di ogni arme stringevano, è vero, da presso la linea dei confini romani, ma questa catena di milizie spesso diradava per varie cause i suoi anelli, permettendo a bande armate di introdursi agevolmente nello Stato pontificio. Appena all'estero si seppe che il Governo italiano aveva impedito l'esecuzione dei piani di Garibaldi e l'aveva imprigionato, contemporaneamente si fu informati che di fatto l'audace impresa dell'invasione era cominciata, e che apertamente proseguiva coll'appoggio del Governo italiano.

V.

L'invasione, da parte delle schiere di volontari, dello Stato della Chiesa, invasione che durò più di cinque settimane, rappresenterà un giorno un notevole e altamente drammatico episodio della storia di Roma e del Papato. Nella storia d'Italia essa sarà una pagina dolorosa, che non farà certo onore al Governo di quel tempo, del quale mostrò il macchiavellismo e la debolezza profonda. Se, nel futuro, le difficili questioni dei nostri giorni avran trovato una soluzione in un regime di libertà, i popoli si rivolgeranno indietro e considereranno quel periodo della nostra storia con stupore eguale a quello con cui noi consideriamo oggi le forme di anarchia medioevale e feudale.

E invero, nell'anno 1867, sembrarono risuscitate d'un tratto, con tutti i loro caratteri, le compagnie di ventura medioevali e quei condottieri del passato, che, indipendentemente dallo Stato, conducevano i loro eserciti attraverso le campagne. Chi fu allora in Roma testimone di questo stato di cose, credette di essere tornato d'un tratto a vivere nel Medio Evo, e in un paese dove nullo era oramai il potere delle leggi; vide cose e figure che aveva già riscontrate nelle cronache di quel tempo, al quale potè esattamente rassomigliare quest'epoca straordinaria. Garibaldi, l'uomo più moderno del suo tempo, secondo il suo ideale, è pure fra gli italiani del nostro tempo quello che, per la sua figura psichica, più profondamente è legato alle forme e ai sentimenti medioevali, ciò che spiega in parte la sua grande popolarità. Egli sta fuori dello Stato; come un condottiero; vive, eremita agitatore, in un'isola solitaria, lungi dal continente. Egli appare nella sua patria solo per mettere in esecuzione i suoi disegni, a dispetto dello Stato, per mezzo di agitazioni popolari e di schiere di volontari. Monreale, Sforza Attendolo, Piccinino e Fortebraccio avrebbero certo riconosciuto in lui un collega, un valoroso capitano di bande; al loro tempo, egli si sarebbe formata una repubblica militare, o avrebbe conquistata una corona ducale. Oggi, però lo distingue da quei condottieri il fatto che egli ha messo la sua spada al servizio della sua patria e del suo popolo. Egli combatte con disinteresse repubblicano per le idee del presente, anzi, forse, per le idee del futuro. Egli vuole abbattere l'idolo dell'assolutismo e della tirannía, così spirituale che temporale, ma vuol porre al suo posto un altro idolo, il cui dispotismo non potrebbe forse essere minore. Anch'egli, con la noncuranza di un tiranno degli antichi tempi, ha sacrificato la balda gioventù della sua patria, servendosene come di strumento per i suoi fini.