I vescovi radunati non fecero nuove dichiarazioni riguardo al Dominio temporale. Nel loro indirizzo al Papa, dettato da Heinald, dicevano soltanto che essi tenevano a ripetere quel che avevano già espresso nel 1862, e cioè di voler credere ciò che il Papa crede, e di voler respingere ciò che il Papa respinge. Non era già questa una dichiarazione della sua infallibilità?
In mezzo a tali feste giunse a Roma la notizia dell'esecuzione dell'arciduca Massimiliano, al Messico. Essa produsse un'impressione enorme. Molti clericali espressero, con soddisfazione, l'opinione che la morte di questo infelice principe fosse, per l'imperatore Napoleone, una specie di testa di Medusa; come egli aveva tradito Massimiliano, egli era pronto a tradire il pontefice! Si ricordava, ora, con meraviglia, la satira romana che nel 1864 aveva salutato l'arciduca, quando era venuto in Roma prima di partire per l'avventuroso viaggio al Messico, ed i suoi versi profetici:
Massimiliano, non ti fidare,
Torna sollecito a Miramare.
Il trono fracido di Montezuma
È nappo gallico colmo di spuma.
Il timeo Danaos, chi non ricorda,
Sotto la clamide trova la corda.
IV.
A queste magnifiche feste seguirono avvenimenti di tutt'altro genere. Bisogna cercare a lungo nella storia per trovare l'esempio di un così repentino e crudo contrasto, quale offrì Roma nel volger di pochi mesi. Se noi immaginiamo che fra i pellegrini accorsi a Roma si trovasse un asiatico o un africano, il quale fosse rimasto del tutto ignaro della politica europea, questo straniero avrebbe potuto dire parlando di Roma alla fine di giugno: «Roma, l'antichissima capitale del mondo cattolico, è non solo la più ricca e la più nobile, ma anche la più felice città della terra. Tutti i popoli vengono a turbe verso di lei, per portarle doni e tributi, e non dietro un severo e temuto ammonimento del loro sovrano, come nell'antica Roma, o negli imperi dell'Asia o dell'Egitto, ma volontariamente, per l'esaltazione del loro amore verso di Lui. Migliaia di pellegrini vi accorrono e si prostrano in orazione sulla tomba del Principe degli Apostoli e assistono nel suo sublime tempio, a cui nulla si può paragonare, a cerimonie d'una grandiosità indescrivibile. Sembra che l'amore degli uomini tutti coroni Roma di feste e di onori, dei quali è centro un venerando vecchio, al cui cenno i vescovi della terra e settantamila preti sono accorsi per dirgli che essi credono ciò che egli crede, che riprovano ciò che egli riprova, come migliaia di altri uomini che non sono preti, e che sono venuti anch'essi a tributargli onori divini».
Ora, se il medesimo straniero fosse tornato nella stessa città, solo tre mesi dopo, non avrebbe prestato fede ai suoi sensi, e si sarebbe creduto vittima d'un incantesimo. Avrebbe infatti trovato quella città, poco prima piena di un tumulto festivo e inghirlandata di fiori e coperta di tappeti e di quadri, quasi contaminata dalla peste, immersa nello stupore, nell'ansia, nel terrore, di notte per lo scoppio di bombe e di mine, di giorno per le pattuglie di impauriti soldati, che raccoglievano qua e là torme di arrestati. Avrebbe visto cannoni sulle piazze; le fosse di Castel Sant'Angelo riempite d'acqua; gli avrebbero riferito che quel vecchio, che pur ora aveva veduto esaltato al cielo, stava ora pieno di terrore in preghiera nel Vaticano solitario e squallido, chiedendo a Dio che lo salvasse dall'imminente pericolo, e divisando già di rifugiarsi in Castel Sant'Angelo e di rinchiudervisi. Avrebbe visto le porte di Roma serrate e rinforzate di dentro con terrapieni, i merli delle fortezze difesi da sacchi di terra; e gli sarebbe stato narrato che innumerevoli bande malconcie, affamate, male armate, vestite di rosse camicie, venivano da ogni parte verso Roma, al grido: Roma o morte! per conquistare la capitale della cristianità e imprigionare il Santo Padre, o cacciarlo esule per il mondo.
Intanto però, già nel giugno si era manifestato il colèra, che nel luglio crebbe di violenza. Il 6 agosto scoppiò ad Albano con straordinario vigore, mentre molte famiglie romane erano andate a passarvi l'estate. Là morì, l'8 agosto, la regina-vedova di Napoli, Maria Teresa, figlia dell'arciduca Carlo. Il timor panico riempì Albano; abitanti e forestieri si dispersero spaventati. Il cardinale Altieri che vi si era recato, come vescovo del luogo, per tranquillizzare con la sua presenza la popolazione, rimase vittima della sua abnegazione. Gli zuavi che erano là di guarnigione mantennero da soli l'ordine, e della loro attività va resa loro ampia lode.
Anche nel resto d'Italia infieriva il colèra, ma non interruppe il movimento rivoluzionario del partito d'azione, al quale le feste di Roma avevano acuito la smania di porre presto in atto i suoi disegni. Intanto la condotta del governo francese rafforzava la concorde aspirazione degl'Italiani; quel governo sembrava partire dal concetto che l'occupazione di Roma durasse ancora per mezzo della legione di Antibo. Non solo il generale Dumond era venuto a Roma per passare in rivista questa legione, che numerose diserzioni avevano mezzo disciolta, ma la pubblicazione di una lettera del maresciallo Wiel al colonnello d'Argy mostrava come queste truppe al servizio del Pontefice fossero considerate ancora siccome un corpo francese. Ciò provocò, alla fine di agosto, una nota di Rattazzi al Gabinetto di Parigi, nella quale egli faceva voti perchè il Governo francese non aumentasse le difficoltà, in cui si trovava l'Italia, risollevando la questione Romana e mettendo in pericolo la Convenzione di settembre.
La stampa democratica dichiarò violentemente che quella Convenzione era stata violata dalla Francia e che, quindi, anche l'Italia era in diritto di non più rispettarla. Il Governo, che ormai meditava—appoggiandosi alla Convenzione di settembre—di rinunziare a Roma e riconoscere la sovranità del Papa, e, per di più, minacciava continuamente l'Italia di un nuovo intervento francese, si trovò ad essere in contradizione con sè stesso, mentre si sentiva troppo debole per sostenere la pressione del partito d'azione in un'epoca nella quale, dopo il disgraziato progetto finanziario, vedeva crescere a dismisura i proprî imbarazzi.
Garibaldi visitò di nuovo le città italiane, parlando apertamente di una campagna contro Roma, dove, il 13 luglio, si erano già fusi e unificati il Comitato Nazionale e il Centro dell'Insurrezione, nella Giunta Nazionale Romana. Si raccolsero armi e denari, fino in Inghilterra, dove si era recato un figlio di Garibaldi. I confini dell'Umbria cominciarono a brulicare di figure sospette. Il 26 agosto l'Agitatore apparve a Orvieto. Qui egli raccolse il popolo a udirlo, attaccò nel suo discorso, accompagnato da grida di Roma o morte, tanto violentemente il Governo di Firenze, quanto quello di Parigi, e dichiarò finalmente che, nonostante la Convenzione di settembre, Roma doveva essere conquistata dal popolo sorto in armi. Si recò quindi a Rapallo, e l'8 settembre si trovò a Ginevra, al Congresso per la pace, dove i capi della democrazia europea si erano adunati per stabilire le linee di un programma della futura società europea. Garibaldi, salutato da unanimi omaggi, fu nominato presidente onorario di questo Parlamento.