Cinquecento cantori facevano udire i loro inni dal cerchio interno della cupola di Michelangelo. L'illuminazione di questa volta scintillante d'oro era, il 29 giugno, incantevole e magica, come magico era l'effetto del tempio sfavillante di fuoco e di luce: rassomigliava, infatti, ad una sfera celeste nella quale innumerevoli stelle sprizzassero fuoco in mezzo ad una nebbia dorata.

La Cattedra Petri, sulla quale la leggenda vuole che l'Apostolo si sedesse, fu trasportata dal trono vescovile della Tribuna, nel quale Alessandro VII l'aveva fatta chiudere, in una cappella speciale, ed esposta alla pubblica venerazione. Dopo due secoli, essa tornò alla luce. Sul lato anteriore di questa antichissima sedia di legno si trovano delle placche d'avorio, nelle quali sono rappresentate le fatiche di Ercole. La folla si dava gran pena per strofinare, contro di essa, stoffe o anelli, che avrebbero così assunto virtù di amuleti.

Per otto giorni, Roma festeggiò la ricorrenza con processioni, illuminazioni, spettacoli accademici e musicali. Le manifestazioni più alte del culto si trovarono a Roma riunite, lo stesso anno in cui l'Esposizione mondiale di Parigi esibiva i frutti del lavoro e dell'ingegno del nostro secolo.

La festa apostolica dell'unità della Chiesa, nel suo centro a Roma, consacrata dalla storia, doveva, con immensa manifestazione del clero, mostrare che, nell'ingranaggio della macchina gerarchica, non mancava una sola ruota, che fra il capo ed i membri tutti regnava una perfetta ed inalterabile armonia, mantenuta senza sforzo e senza costrizione. Non si trovarono in Roma, in quell'occasione, imperatori, re e principi, come a Parigi; ma convennero qui pellegrini da ogni parte del mondo. I rappresentanti delle più antiche nobiltà legittime d'Europa erano venuti, e non senza doni, a rendere omaggio al Pontefice.

Al Vaticano furono donati, in quell'occasione, parecchi milioni, sia per le collette singole delle varie diocesi, sia per offerte private. Si contarono a Roma da 50.000 a 70.000 forestieri; ne vennero da tutte le Provincie del Regno d'Italia. Ciò dimostrava che la rottura, fra il popolo d'Italia e la Chiesa, non era poi tanto grave come si era voluto far credere.

Le catene di S. Pietro legavano ancora una parte dell'umanità, e mai questa portò più a lungo altre catene!

I paladini del Papato erano pieni di soddisfazione e di fierezza. Non si doveva dimostrare che Roma non poteva essere la capitale di un regno? Ebbene, non ne erano quelle feste la prova più luminosa? Le migliaia di preti, che si raccolsero in quei giorni intorno al Papa e fraternizzarono in mezzo alle sontuose feste della loro Chiesa, erano pieni tutti del medesimo entusiastico sentimento. Non avrebbero essi portato quell'entusiasmo nei loro paesi, nelle loro comunità, diffondendolo ovunque? Con questa festa del centenario doveva cominciare, dunque, la grande reazione e il trionfo della Chiesa su tutte le potenze ostili dell'universo. Così declamava, nell'Universo, Luigi Veuillot. Nessuno avrebbe creduto che a questo entusiasmo potessero seguire nella Chiesa momenti di un così crudo disinganno!

Nelle sue allocuzioni ai Vescovi riuniti, il 26 giugno e il 1 luglio, Pio IX annunziò il Concilio.

Era naturale che il Papa, nella lotta contro ciò che egli chiamava il Secolo e che noi chiamiamo lo spirito della civiltà, raccogliesse più strettamente intorno a sè tutta la gerarchia, e tentasse di esaltare la propria autorità nell'organismo della Chiesa. L'antica idea dell'infallibilità del Papa, innalzata a dogma, ritornò ora più determinata agli organi dei Gesuiti. L'infallibilità è il coronamento del Papato gregoriano. E non ha anche segnato, questo dogma, l'uscita dalla storia di questa grande forza ideale della Chiesa? Se doveva esser l'apoteosi del Papato, si sa bene che le apoteosi si comprano a caro prezzo.

La Civiltà Cattolica aveva solennemente proposto che tutti i preti e tutti i credenti venuti a Roma per il centenario facessero voto sulla tomba dell'Apostolo di sostenere per la vita e per la morte l'infallibilità del pontefice. Finora, essa diceva con cinica franchezza, i cattolici avevano portato a S. Pietro solo sacrifici e offerte materiali, sia le loro ricchezze, sia il loro sangue; ora si trattava di sacrificare la ragione stessa al principe degli Apostoli! Si sperava, così, di legare solidamente il clero tutto nei ceppi di questo voto, e di costituire, nella cristianità, quasi una lega santa di Cavalieri di S. Pietro; ma questa proposta dei Gesuiti non fu raccolta.