Il 22 marzo il Re aprì il nuovo parlamento che, nel complesso, era composto come il precedente; non si fece parola sulla questione romana. Ai primi di aprile Urbano Rattazzi salì alla Presidenza del Consiglio, e il partito rivoluzionario sperò, sotto di lui, di ottenere ciò che non gli era riuscito di ottenere sotto Ricasoli, benchè ricordasse che era ben Rattazzi che aveva, per comando di Napoleone, organizzato la tragedia di Aspromonte.
Così, un altro partito democratico era andato prendendo forma, il partito d'azione di Garibaldi, che aveva lo scopo dichiarato di una invasione a Roma. Garibaldi fu eletto suo capo, e proprio da un Comitato mazziniano, con una lettera datata da Roma (Centro dell'Insurrezione di Roma), per quanto l'esistenza di quel Comitato, proprio in questa città, fosse piuttosto dubbia. Questo Comitato invitò, il 1^o aprile, i Romani a sollevarsi ed a rovesciare il governo dei preti; assicurava che, contemporaneamente, altre città degli Stati della Chiesa si sarebbero ribellate, poichè tutto era pronto; proclamava Garibaldi capo della sollevazione, Garibaldi che, dopo la nomina da parte del popolo di Roma nel 1849, era rimasto giustamente generale romano. In risposta, Garibaldi scriveva una lettera, indirizzata al Centro dell'insurrezione, datata da S. Fiorano 22 marzo, nella quale diceva di essere orgoglioso del titolo di generale romano, e annunziava di avere già scelto i Romani che dovevano formare l'élite dell'emigrazione romana a Firenze.
Contro questo appello dei radicali, il Comitato Nazionale pubblicò una protesta, il 9 aprile, ammonendo con essa i Romani di non lasciarsi condurre ad agire con leggerezza colpevole e pericolosa, e di aspettare il tempo opportuno per l'azione. Infatti, la quiete non fu turbata; ed anche il 12 aprile, anniversario del ritorno dall'esilio del Pontefice ed anche del suo scampo miracoloso dal crollo della sala a S. Agnese, fu festeggiato, come al solito, con la luminaria, e trascorse tranquillo.
Ma i segni precursori di un'invasione di schiere volontarie, come chiaramente apparivano dalla lettera di Garibaldi, davano molto da pensare al Governo romano; il cardinale Antonelli passava, il 26 aprile, una nota all'ambasciatore francese in Roma, conte Sartiges, nella quale esprimeva questi timori. Il Gabinetto francese consigliò quello fiorentino a vegliare sulle riunioni rivoluzionarie, secondo gli accordi del trattato di settembre, e ricevette da Rattazzi l'assicurazione che esso vegliava e che non v'era nulla da temere, poichè i comitati rivoluzionarii erano deboli e privi di mezzi. In occasione di un'interpellanza in Parlamento, Rattazzi dichiarò che, nella questione romana, egli avrebbe seguito la linea di condotta tracciata dal trattato di settembre.
Intanto il Governo francese era informato del diffondersi continuo del partito radicale. Ebbe notizia di un trasporto di armi in Viterbo, e del piano di Garibaldi, che consisteva nell'armare navi a Genova e con quelle sbarcare sulla costa romana, mentre frotte di emigranti avrebbero passato il confine napoletano; e a Roma gli emissarii dei rivoluzionari dovevano eccitare alla rivolta. Invero Garibaldi si metteva palesemente a capo dell'invasione; alla fine di aprile egli fece pervenire una circolare ai ministri d'Inghilterra, Prussia e Russia a Firenze, nella quale egli protestava contro la sovranità del Pontefice e ricordava che la Costituente del 1849 aveva nominato proprio lui a governatore di Roma, ed affermava che questo potere a lui affidato era ancora legittimo, e poteva essergli tolto solo da una assemblea di rappresentanti del popolo romano.
Nel maggio, il movimento ai confini e l'attività dei comitati si fecero più vivaci. In seguito alle note della Francia, Rattazzi rispose che Garibaldi si trovava ammalato a Signa e non aveva certo intenzione di tentare imprese temerarie, e che, comunque, il Governo vegliava. Si può effettivamente credere che tale fosse la sua sincera opinione, anche se segretamente pensava di utilizzare il movimento rivoluzionario per condurre ad una modificazione della Convenzione di settembre. Difatti, Rattazzi dispose perchè gli emigranti romani fossero allontanati da Bologna, dove era il centro dell'insurrezione. Intanto il cardinale Antonelli permetteva che le truppe pontificie si intendessero con quelle italiane per la sorveglianza dei confini. Nel giugno una prima schiera di 200 volontari avendo tentato di passare i confini a Terni, per comando del governo italiano, fu trattenuta. Si imprigionarono 60 volontari; gli altri si dispersero. Questo fatto produsse un'impressione assai favorevole, e tranquillizzò molti. L'invasione romana fu rimandata, non solo perchè si era insufficientemente provvisti di uomini e di armi, ma perchè il mantenimento della pace tra Francia e Russia modificava la situazione politica. La democrazia italiana aveva contato sulla guerra di quelle potenze in seguito alla questione del Lussemburgo, ma, per il trattato di Londra dell'11 maggio, questo pericolo si era allontanato.
Il mantenimento della pace salvò allora il potere temporale del Papa dalla rovina, che immancabilmente sarebbe avvenuta se la Francia si fosse impegnata in una guerra con la Germania. Ora si potevano fare, senza pericolo, le grandi feste del Centenarium Petri. Questo giubileo del principe degli Apostoli, del quale i papi si dicono successori, doveva, in mezzo alle agitazioni italiane per la minaccia di un'invasione degli Stati pontificî, affermare che Roma era città della Chiesa e la capitale del mondo cattolico. Fin dal principio di giugno, schiere di preti si diressero a Roma da ogni paese, su tutte le ferrovie italiane. Quattrocentonovanta vescovi e prelati, più di diecimila preti si radunarono in Roma, dove non si era mai visto nulla di simile, prima dell'istituzione delle ferrovie. Alberghi, abitazioni e strade erano rigurgitanti di clero. Roma sembrava subisse ora, dopo la temuta invasione delle camicie rosse di Garibaldi, un'altra invasione di sottane nere; tutto un popolo accorso in difesa della sua città.
In questa folla si distinguevano numerosissime nazionalità; ma Francesi, Italiani e Spagnuoli avevano la prevalenza, come a dimostrare ancora una volta la romanità della Chiesa cattolica. I Tedeschi si perdevano in mezzo a questo brulichio. Noto gli arcivescovi di Magonza, Colonia, Posen, Salzburg, Praga e Olmütz; mancava l'arcivescovo di Vienna. Si videro, in quell'occasione, tutti i costumi della Cristianità. Si ammirarono i fastosi e maestosi patriarchi di Oriente, la cui presenza rammentava i rapporti del culto cristiano coll'Asia e l'antico Testamento. Si videro anche dei Cinesi e dei Mori.
Mai, nemmeno nei tempi più luminosi del Papato di Leone X, si erano viste in Roma processioni simili a quelle che si svolsero per la festa del Corpus Domini e il giorno di San Pietro, nell'anno 1867. Queste feste rappresentarono la più bella e grandiosa rivista che mai pontefice abbia passato al suo clero.
La grande processione del giorno di S. Pietro, che uscì dalla chiesa nella piazza, e nella chiesa poi rientrò, durò due lunghe ore. Vi erano portati degli stendardi alti 20 piedi, rappresentanti i nuovi santi, o in punto di morte, o mentre stavano compiendo un miracolo, e fra questi santi (più di 200 martiri della missione giapponese furono allora beatificati) nessuno suscitò più interesse di Pedro Arbues, il terribile inquisitore di Spagna, la cui assunzione nel cielo dei beati fu giudicata, all'estero, come una aperta e chiara dichiarazione di guerra alle leggi dell'umanità e della civiltà. Il popolo, silenzioso torrente, per tutta la giornata entrò da una porta del tempio ed uscì dall'altra.