Il Comitato Nazionale Romano.

Roma, 14 dicembre 1866».

III.

I timori che al ritiro dei Francesi seguisse la sollevazione, se non di Roma, delle città del circondario e specialmente di Viterbo, si mostrarono ingiustificati; la tranquillità non fu turbata in nessun luogo. Questo fatto è dovuto in parte all'ottimo contegno delle truppe pontificie, organizzate nuovamente, e in parte al comando venuto da Firenze al Comitato Nazionale Romano. Per mostrare le sue buone intenzioni, il Governo italiano aveva preso disposizioni per il ritorno nelle loro sedi di tutti i vescovi scacciati o trattenuti in arresto. Aveva inoltre mandato a Roma Tonello, non solo perchè giungesse ad un accordo sulla questione del giuramento dei vescovi, e dell'exequatur reale, ma anche perchè portasse la proposta di quel grande progetto finanziario, che consisteva nel convertire i beni ecclesiastici d'Italia, valutati a due miliardi di lire, in una rendita mobile; così la Chiesa avrebbe acquistato una vera indipendenza dallo Stato. Queste trattative, anche se non seguite da effetti, richiamavano l'attenzione di tutti e rafforzavano l'opinione di quelli che speravano ancora in una conciliazione. La questione romana, da una questione europea, divenne, dopo il ritiro dei Francesi, una questione interna italiana. Ora il Papato si trovava circondato e stretto tutt'intorno dall'Italia, solo di fronte alle sue pretese: questa situazione appariva così insostenibile, che molti eran d'opinione che necessariamente dovesse in qualche modo stabilirsi un'intesa fra Roma e l'Italia.

Il partito italiano della città si era organizzato nel Comitato Nazionale Romano, il quale riceveva il suo indirizzo dal Governo di Firenze, ed era un suo organo. Queste erano le sue mire: accordo col Papato, spogliato del potere temporale; annessione di Roma all'Italia mediante plebiscito; dichiarazione di Roma a capitale, con la dinastia di Savoia. Sosteneva dunque la opportunità della quiete e dell'ordine, e della resistenza passiva.

Fin dalla fine del 1866 si oppose a questo il partito mazziniano, che voleva abbattere il Papato e costituire la Repubblica a Roma, dopo i quali avvenimenti sarebbe scoppiata—sognavano quei radicali—la rivoluzione sociale in tutta l'Europa e forse in tutta l'umanità? Questi partiti cominciarono a combattersi aspramente, ed anche questa scissione nel campo dei rivoluzionarii fu una causa di più della permanenza in Roma della tranquillità e dell'ordine.

Per le intenzioni pacifiche del Comitato Nazionale, i mazziniani gli affibbiarono il soprannome dispregiativo: la Malva. Ambedue questi partiti facevano stampar fogli volanti e giornali segreti; i nazionali la Roma dei Romani; i mazziniani la Sveglia. La vita ed il lavorìo segreto di questi governi sotterranei, della Roma sub-terranea rivoluzionaria, si sottrassero agli sguardi della Polizia che non riuscì a scoprire nè i capi, nè i locali, nè le stamperie. Forse quei giornali non furono mai stampati in Roma, bensì in altre città.

I mazziniani e gli emigranti italiani, appartenenti in parte alla loro sètta, tenevano vivaci riunioni nel Napoletano e in tutta l'Umbria. Si sparsero queste associazioni per tutta Italia e fecero nelle città propaganda per l'invasione a mano armata degli Stati della Chiesa. Già dal gennaio si era stabilito a Terni un deposito di armi e si richiamarono in quella città dalla Lombardia gli emigranti romani. Le armi dovevano essere introdotte segretamente nel Romano, cioè a Viterbo. Moustier, ministro francese degli esteri, avvertì di quel che si preparava l'ambasciatore dell'Imperatore a Firenze, perchè egli a sua volta richiamasse l'attenzione del Governo italiano.

I mazziniani diedero il primo segno di vita la notte del 10 febbraio 1867 con lo scoppio di varii petardi, che spaventarono la città. Ricorreva l'anniversario della proclamazione della Repubblica Romana del 1849. Del resto non vi furono eccessi; solo il Comitato Nazionale interdì la visita dei teatri e la celebrazione del Carnevale, cosicchè non si vide mai più melanconico Carnevale di quello del 1867. Fuori, ed anche alle porte di Roma, infieriva sempre più il brigantaggio. Tutte le strade erano malsicure; finalmente il Governo pontificio intervenne con una energica legge e con efficaci misure militari.

In tutta l'Italia cresceva l'agitazione. Dopo il rigetto per parte dei democratici e radicali, nemici di ogni libertà della Chiesa, del progetto finanziario di Scialoia, la camera italiana fu sciolta; le nuove elezioni agitavano tutto il paese e minacciavano di spingerlo alla rivoluzione. Dal trasferimento della capitale sembrava che il Governo italiano fosse scosso alle basi; la Monarchia, nonostante l'acquisto di Venezia, vacillava; la infelice guerra del 1866 aveva accresciuto la disistima, in cui essa era caduta. Disonestà in tutta l'amministrazione, rapidi mutamenti di ministero, difficoltà finanziarie, interno dissolvimento, tutto ciò produceva una situazione confinante coll'anarchia, in tutto ciò il Governo perdeva ogni prestigio morale. Il partito d'azione chiedeva sempre la violazione della Convenzione di settembre; non solo esso formava comitati segreti, ma palesi associazioni per una invasione negli Stati della Chiesa. Comitati di questo genere sorsero a Firenze, a Genova, a Bologna e altrove, senza che il governo credesse bene prendere dei provvedimenti. Garibaldi s'era ravvicinato ai mazziniani e seguiva i loro piani. Da Caprera egli accorse a Firenze il 23 Febbraio, durante la lotta elettorale per la nuova Camera, onde aiutare alla vittoria il partito democratico. Egli si recò allora come agitatore per le città italiane, eccitando le popolazioni ad una guerra mortale contro il prete, dalle cui mani bisognava ora liberare Roma.