La partenza dei reggimenti cominciò il 7 dicembre, calma e ordinata. Li si sentiva attraversar la città, sul far dell'alba, al suono guerriero della loro marcia Partant pour la Syrie. Questo fu il loro saluto d'addio. Con quanta pompa e burbanza essi avevano occupato Roma, e con quanta timida tranquillità l'abbandonavano ora!

Tutte le porte, il Campidoglio e il corpo di guardia di piazza Colonna furono occupati da milizie romane La fisonomia della città parve mutata. Abituati da 17 anni a vedere quei bei reggimenti di Francia, i Romani guardavano ora con stupore i goffi soldati pontifici venuti al loro posto. Roma entrò in un silenzio di morte. Si sentiva da tutti che un periodo storico era chiuso, e che il Vaticano tornava nella sua solitudine. L'11 dicembre, alle otto del mattino, i Francesi sgombrarono anche l'ultimo posto, Castel Sant'Angelo. Un tenente degli zuavi venne con una mezza compagnia ai cancelli della fortezza, dietro i quali stavano le sentinelle francesi. Si parlamentò. Apparve un generale pontificio. La bandiera francese fu abbassata, alzata quella papale. Furono presentate le armi; i Francesi uscirono, vi entrarono gli zuavi.

Lo stendardo della Chiesa ondeggiò di nuovo sul mausoleo di Adriano presso l'arcangelo di bronzo, Michele. Questo arcangelo che si libra verso la città con le ali stese, riponendo nella guaina una grossa spada, è per la Chiesa il più bel simbolo della pace che essa deve dare al mondo, una di quelle idee che l'umanità dolorosa suol esprimere coi miti. Vi è nella storia dei simboli di tutti i tempi qualche cosa di così profondo come questo angelo che si libra sulla tragica tomba di un imperatore romano, anzi su tutta la città eterna, riponendo nel fodero la spada, a significare Redenzione e Pace? L'11 dicembre 1866 esso parve acquistare una nuova significazione simbolica. Non era la non evangelica spada della potenza temporale dei Papi il cui regno non deve esser di questo mondo, che l'Arcangelo riponeva per sempre nella guaina? La spada contro cui avevan lottato Arnaldo da Brescia, Dante, i nostri Enrichi e gli Hohenstaufen? O era semplicemente la daga che la Francia ringuainava abbandonando il Pontefice?

La partenza dei Francesi lasciò dietro di sè un sensibile vuoto. 17 anni di permanenza in Roma, se non li aveva fatti cittadini romani, almeno certo abitatori della città, e il loro aspetto guerriero era divenuto un tratto familiare della città. L'odio con cui da principio il popolo romano li aveva ricevuti, s'era a poco a poco dileguato colla consuetudine, e per il loro contegno esemplare. Di tutte le occupazioni di un paese da parte di truppe straniere, questa era certamente la più tollerabile, tanto più che non stava a significare una conquista, ma la difesa del Papato. Non costava nulla al paese; anzi lo arricchiva: i Francesi portavano annualmente a Roma in circolazione 12 milioni di lire. Il Papato che in condizioni normali si sarebbe dovuto rallegrare del ritiro di truppe straniere, ora doveva deplorarne la perdita. Il governo pontificio che per 17 anni aveva avuto presso di sè il Comando militare francese, che formava un altro governo, col quale esso spesso veniva a trovarsi in umiliante contrasto, ora aveva ripreso la sua indipendenza.

Il 14 dicembre 1866, le ultime truppe francesi s'imbarcarono a Civitavecchia: così quel giorno nessuna bandiera straniera sventolò più sull'Italia dalle Alpi al mare. Era questa una condizione nuovissima nella storia della Penisola, condizione che non si era più presentata dall'anno 1494. Mentre la Francia, per il diritto della nazione italiana e l'opinione pubblica di tutta Europa era forzata a cedere e ad abbandonare Roma, dopo avere obbligato l'Austria a sgombrare l'Italia,—un nuovo grande principio civile veniva chiaramente ad affermarsi.

Lo stesso giorno il Comitato nazionale segreto di Roma pubblicò in un foglio volante questo importante proclama:

«Romani! finalmente l'ultimo soldato francese, l'ultimo straniero ha abbandonato l'Italia. Dalle Alpi al mare nessuno stendardo straniero spiega più sull'Italia protezione iniqua o signoria. Questo spettacolo, doloroso per i nostri oppressori, è pieno di conforto per noi che dopo 18 anni rialziamo di nuovo la fronte, e vediamo Roma arbitra dei suoi destini. Questo gran giorno resti profondamente impresso nella memoria e nel cuore d'ogni romano che senta onore per la sua patria fin ora tanto infelice. Questo giorno, il 14 dicembre 1866, apre un'èra nuova, un'èra che vedrà, a fianco della religione purificata e liberata dal dispotismo, Roma stessa libera e fiorente.

«E' nostro, o Romani, questo compito. Una tarda giustizia ripone nelle nostre mani il destino di questa terra, finalmente! Il momento è solenne e decisivo. Tutto il mondo, commosso e variamente disposto, ha lo sguardo su Roma. Noi, forti della forza d'un inalterabile diritto, risoluti ad esercitarlo senza ledere in alcun modo i diritti del potere spirituale, teniamo pronti per il grande avvenimento la mente, il cuore, e, se ve ne sia bisogno, anche il braccio. Non vani discorsi, non malintesi movimenti, o azioni separate e inopportune! Rimanga fuori dalle nostre file chi non sappia portare altro contributo alla nostra causa. La nostra patria è ricca di ardire e di civile virtù; il momento decisivo lo mostrerà. Nessuna dimostrazione vana e disordinata, dunque. Questo infatti desidererebbero i nostri nemici, coloro che contano sui nostri errori per far ricadere l'Italia nell'antica schiavitù; essi son numerosi e perversi, e ci circondano, ci spiano, ci insidiano. Ma non dubitate; a loro son rivolti gli sguardi di coloro che vegliano instancabili per il nostro riscatto. Ma contro di essi bisogna specialmente usare l'unione e l'ordine, un contegno fermo, risoluto e tranquillo durante il tempo che ancora ci separa dall'esaudimento dei nostri desiderî.

«Riuniamoci, stringiamoci le mani e formiamo una solida catena per il nome e la gloria di Roma. In nome della patria, non una minima parte delle nostre forze vada perduta in questo solenne momento.

«Così uniti e stretti in un sol gruppo aspettiamo il momento opportuno. La vittoria è sicura. I giorni del dispotismo sacerdotale sono già inesorabilmente contati. Il vostro comitato sarà, ove occorra, pronto al consiglio e all'azione.