L'ha detto Garibaldi,
E questa è verità,
Chi muore per la patria
In paradiso va.
Quando le schiere garibaldine furono nel duomo di Monterotondo, uno di essi salì sul pulpito, afferrò il crocifisso e cominciò un sermone burlesco, condito di innumerevoli sozze bestemmie, invitando finalmente l'uditorio ad invocare il Dio Garibaldi. Questo fu fatto in mezzo ad un indescrivibile baccano, dopo di che il predicatore esclamò: «Ed in nome di Garibaldi io vi impartisco la benedizione». Gli ascoltatori non risparmiavano ogni sorta di gesti osceni e schernitori delle sacre reliquie; quello salito sul pulpito fece, col crocifisso, il segno della croce, poi lo gettò al suolo riducendolo in pezzi.
Questo narra il domenicano prigioniero, cappellano degli zuavi[6], e dice: «I garibaldini appartengono a tutte le classi sociali; vi sono nobili, plebei, colti, incolti, ed ogni specie di briganti. Essi appartengono a tutte le nazioni e si sono tutti riuniti con lo scopo di condurre, contro la Chiesa e la società Cristiana, la campagna della distruzione; infine essi sono l'esercito cosmopolita del diavolo, la spaventevole caricatura dell'esercito cattolico. Fra di essi, molti hanno avuto una buona educazione cristiana ed hanno eccellenti genitori. Molti hanno pure ingegno e coltura ed anche maniere distinte e signorili. Però la massa è fatta di uomini di vita indegna ed errante, avanzi di galera, o di giovanetti fatti entrare con insidie nelle sètte segrete, o di vagabondi delle grandi città, senza fisso impiego, che vanno guadagnandosi il pane alla ventura, servendo da cocchieri, fattorini, facchini, garzoni e via dicendo. Altri sono braccianti ed operai. Tutti questi si arruolano per tentar la fortuna, per ammazzare o lasciarsi ammazzare, senza sapere perchè. Una febbre, un delirio vano li trascina alla lotta, e non se ne rendono conto. Fra loro sarebbe vano cercare una qualunque coesione ed unità di idee. Alcuni hanno lo scopo di distruggere il Papato, come a me stesso hanno detto; altri di fare l'Italia una; altri di togliere al Papa il potere temporale che, secondo loro, è contrario al Vangelo, altri di rovesciare tutti i troni e tutti i re; e molti, finalmente, lo scopo di rubare. Da questa varietà di intenzioni, nasce una indescrivibile confusione sicchè non c'è da far le meraviglie se talora si maltrattano e si fan del male fra di loro.
Se fra i loro comandanti uno ordina una cosa, un'altro ne ordina un'altra, onde l'abitudine di disprezzare e trasgredire i comandi. Ciascuno si crede un'autorità, e tutti vogliono dominare. Molti di essi non sarebbero cattivi, ma, in quei momenti di febbre, sono capaci di eccessi; ne fui purtroppo testimone a Monterotondo, e le sue chiese ne serbano le deplorevoli traccie. Le loro vesti sono intonate alle loro idee ed opinioni. Sarebbe difficile trovar fra di loro due uomini vestiti nello stesso modo. Molti portano la camicia rossa o il berretto rosso; alcuni son vestiti di rosso da capo a piedi, ma tutti hanno un cencio rosso in qualche parte. Di religiosità non mostrano traccie; molti ostentano odio verso ogni forma religiosa; in parecchi si potrebbe facilmente trovare un'esatta immagine dei demonî, così sinistra appare la loro veste fiammante, specialmente quando va unita ad uno sguardo selvaggio ed audace.
V'è un solo nome che li elettrizza: Garibaldi. Esso ha su tutti loro una tale autorità affascinante, da far veramente supporre, non essendo possibile scorgervi cause reali, una potenza diabolica a servizio della sètta segreta.»[7]
Il medesimo monaco descrive i suoi colloquî con Pantaleone, già francescano, e, dopo Marsala, cappellano di Garibaldi, al quale serviva da segretario e scriveva proclami, un siciliano schietto, di buon umore e di estrema vivacità. Fu proprio lui che trovò, per il primo, il grido di battaglia: Roma o morte! Del che egli stesso si vantava col nostro monaco, il quale dovè, del resto, a lui la sua salvezza. Pantaleone era forte e ben fatto; portava un berretto di pelle d'orso, detto all'Orsini, senza tesa, alla maniera armena; sulla camicia rossa recava, specialmente in battaglia, una giacca nera abbottonata, per non offrire un bersaglio al nemico. Aveva poi stivaloni e pantaloni scuri, al fianco una grande sciabola e al collo, attaccato ad una catena, un fischio per far segnali. Parlava con facilità sorprendente, con uno stile figurato ed elegante, sopra una infinità di argomenti. Soleva dire, assai spesso, che la religione cattolica è contro natura, che il papato è una menzogna, una frode che ha fatto il suo tempo e dovrebbe essere tolta via. Egli aggiungeva che i preti non amano le loro famiglie, che rinunciano all'amore coniugale, che deprimono e tengono soggetti i popoli per mezzo di mille menzogne, e via dicendo. Avendogli chiesto l'ingenuo monaco se avesse già contratto matrimonio, egli rispose: «Non ho trovato finora nessuna donna che abbia conquistato il mio cuore, e non so quando questo avverrà... ma non potrà tardar molto ad accadere, se non morrò prima. Togli via questa cocolla—diceva poi al monaco—simbolo di ignominia e di menzogna, e segui noi che siamo gli uomini della verità. Noi siamo i primi uomini della rivoluzione; è nostro compito di distruggere il papato e di insegnare le dottrine semplici del vero Cristo, senza miracoli e senza umiliazioni»[8].
IX.
La presa di Monterotondo suscitò spavento in Roma, dove più d'uno pensò a porre al sicuro i proprî valori.
La Giunta Insurrezionale Romana pubblicò questo proclama (27 ottobre):