«Romani! Da tre giorni voi spargete—senza armi, senza munizioni, animati solo dal sentimento del dovere, forti del vostro diritto—voi spargete timore e danno nelle file di una feroce soldatesca, che sta pronta alla lotta nei suoi quartieri, e mostrate così all'Italia e al mondo che Roma, anche se inerme, non può attaccare un'aperta battaglia, sa scrivere col proprio sangue la protesta contro il suo martirio. Nella prima notte del 22 avete scoperte e portate via le poche armi che servivano per la vostra difesa; avete costretto il nemico ad aprire la Porta S. Paolo, avete risolutamente assalito la guardia del Campidoglio e vendicato così i vostri morti, abbattendo tutti quegli avversarî che han potuto raggiungere le vostre armi. Una parte della caserma, Serristori saltò in aria, minata dalla vostra mano, e seppellì non pochi nemici sotto le rovine.
«In tutte le lotte a corpo a corpo il nemico piegò sotto i vostri colpi. Sopratutto seminarono il terrore nelle schiere nemiche le vostre bombe Orsini. Nella notte del 23, quando il nemico già si era messo sulle difese, osaste assalire, in S. Pietro e Tommaso, le pattuglie che accompagnavano i prigionieri, e riusciste a liberarli. Ai Monti, il sangue degli zuavi arrossò le strade; a Ripetta, presso il Clementino, sulla piazza Sforza Cesarini e in altri luoghi, ufficiali e soldati caddero colpiti da voi. Il governo papale, nella vana speranza di far credere all'Europa ingannata che Roma sia tranquilla, vi ha, da una settimana, tenuto in un effettivo stato d'assedio, senza osare di proclamarlo; ma questo giuoco non poteva a lungo durare, di fronte al vostro animoso contegno, ed i vostri oppressori sono stati forzati a riconoscere e dichiarare la vostra ribellione e la loro paura.
«Ieri fu dichiarato lo stato d'assedio e dato l'ordine del generale disarmo, ma con quella ipocrisia che è caratteristica principale del governo pretesco. Roma è messa in stato d'assedio e disarmata, non perchè i Romani lottano e muoiono, ma perchè una banda di uomini, introdottisi segretamente in città, turba l'ordine pubblico e sparge il terrore in una guarnigione di migliaia di soldati. O menzogna! Romani furono uccisi al Campidoglio, Romani i 200 prigionieri della porta S. Paolo, Romani la vecchia e il bambino uccisi nella caserma di Sora.
«Mentre quella menzogna si faceva ogni giorno più palese, il popolo di Trastevere, memore del suo passato, scese in campo, e afferrando con mano febbrile le poche armi restate in suo potere, si chiuse in una delle sue case come in una fortezza, e sfidò tutto l'esercito pontificio ad una lotta leale e cruenta. Erano cinquanta contro mille; ogni strumento, ogni arnese era un'arma, e per quattro ore resisterono. Il popolo inerme cercava di portar loro soccorso, ma ogni accesso era chiuso; impossibile avvicinarsi ai combattenti. Il numero soverchiò finalmente il valore; gli zuavi riuscirono, mentre già avevan veduto la strada seminata di cadaveri dei loro compagni, a penetrar nell'interno della casa, e allora non diedero quartiere. Nessuna ferocia potrebbe paragonarsi a quella di questi crociati del vicario di Cristo. Tutto fu massacrato: la famiglia Aiani, donne e bambini, senza pietà trucidata; i feriti con pochi colpi finiti di uccidere. Il Papa Re può benedire questo bagno sanguinoso e ringraziare il Signore.
«Romani! Era necessario dare una risposta di sangue alla proclamazione dello stato d'assedio, e voi l'avete data; era necessario porre tra voi ed il Papa una barriera di cadaveri, ed uno solo dei massacrati di Trastevere basterebbe a provare al mondo che non è più possibile una conciliazione fra Roma e i suoi tiranni. Se ciò non basta, se l'Italia non si affretta ed esita, se la vittoria non deve arriderci ancora, non sarà colpa nostra; noi avremo compiuto intero il nostro dovere, e questa pagina rimarrà nella nostra Storia. Ma abbiate fiducia: Garibaldi è alle porte; l'intervento francese sembra scongiurato; tutta l'Italia, Governo e Popolo, sta per riunire le sue forze ad uno scopo unico: Roma. Noi non saremo abbandonati. E' impossibile che questa esitazione si prolunghi; è impossibile che questo conflitto non termini colla proclamazione di Roma a capitale d'Italia».
Roma, 27 ottobre 1867.
Ma la speranza di avere scongiurato l'intervento francese dovette essere presto abbandonata. L'opinione pubblica in Francia sembrava favorevole a questa; solo i ministri Duruy e La Valette erano contrari, e parlavano in pro della causa italiana.
Il 24 ottobre, il papa ricevette, per mezzo del suo nunzio a Parigi, una netta dichiarazione dall'Imperatore, al quale aveva fatto conoscere le disperate condizioni di Roma, e Monstier, il 25, partecipò alle potenze che la Francia interveniva, perchè era stata commessa un'infrazione al trattato di settembre. Invano Vittorio Emanuele aveva tentato di provocare un intervento misto, non ottenendo che di ritardare la partenza della flotta da Tolone; ma il 26 ottobre il comando fu dato, e le corazzate francesi navigarono verso Civitavecchia.
In questa crisi, dal suo esito sembrava dipendere la sorte della sua monarchia, si risolse finalmente il Re al passo che da molto tempo avrebbe dovuto fare, cioè a mettersi deliberatamente dalla parte della legalità, ed a mettere un argine, per mezzo della violenza, al movimento rivoluzionario di Garibaldi.
Chiamato, il 27 ottobre, Menabrea al nuovo Ministero, egli pose un termine all'anarchia ministeriale, e pubblicò il seguente proclama: