«Italiani! Delle schiere di volontari, esaltate e trascinate per opera di un partito, hanno, senza l'autorizzazione mia e del mio Governo, varcato i confini dello Stato. Il rispetto che tutti i cittadini debbono alle leggi e ai trattati internazionali, approvati da me e dal mio Parlamento, esige, in questa occasione, da noi il compimento di un indeclinabile dovere.
«L'Europa sa che la bandiera, spiegata nel paese confinante col nostro, e sulla quale sta scritto distruzione della più alta autorità spirituale, quella del Capo della Religione Cattolica, non è la mia. Questo attentato pone la patria in grave pericolo e mi obbliga insieme a salvare l'onore del paese e ad impedire che siano confusi due scopi e due indirizzi diversi.
«L'Italia deve essere posta al sicuro dai pericoli che la minacciano; l'Europa deve vedere che l'Italia, fedele ai suoi impegni, non può e non vuole essere la disturbatrice dell'ordine pubblico.
«Una guerra coi nostri alleati sarebbe una lotta fraterna fra due eserciti, che han combattuto, l'uno a fianco dell'altro, per la medesima causa.
«Io, che sono arbitro della pace e della guerra, non potrei tollerarlo. Confido quindi che la voce della ragione venga ascoltata, e che quei cittadini d'Italia, che dimenticarono i loro doveri, ritornino presto nelle file del nostro esercito.
«I pericoli, a cui il turbamento dell'ordine e inopportune risoluzioni potrebbero esporci, debbono essere scongiurati, e rigidamente mantenuti il prestigio del Governo e l'inviolabilità delle leggi.
«L'onore del Paese riposa nelle mie mani, e non mi può, ora, mancare quella fiducia che in me ripose la nazione nei giorni del suo più profondo lutto.
«Appena sarà tornata la pace negli animi e l'ordine pubblico sarà ristabilito completamente, il mio Governo si occuperà, con sincero vigore, in collaborazione col Governo francese, per giungere ad un pratico accordo, atto a porre un termine alla grave questione romana.
«Italiani! Non dubito della vostra prudenza, quella prudenza che dimostraste sempre per l'amore del Vostro Re, e per questa Grande Patria, che noi, grazie ai comuni sacrifici, abbiam visto tornare ad essere annoverata fra le nazioni, e che vogliamo tramandare illesa e onorata alle future generazioni».
Febbrile divenne l'agitazione a Firenze. Si tumultuava per le vie. Si gridava: «Abbasso il Ministero Menabrea! Vogliamo Crispi, e andare avanti!» Si desiderava una guerra colla Francia: «Vogliamo Roma, capitale d'Italia! Viva Garibaldi! Viva l'esercito italiano in Campidoglio!» Le truppe mantenevano l'ordine. Severi comandi furon trasmessi ai confini per disarmare le bande e cacciarle nell'interno. Ora soltanto si chiusero gli uffici di arruolamento e si sciolse il Comitato rivoluzionario.