La situazione di Garibaldi diveniva disperata; egli non aveva forze sufficienti per gettarsi subito su Roma, dove, fin dal 27 ottobre, le truppe pontificie si andavano concentrando. Ora nulla più impediva che, dove queste si ritiravano, le schiere garibaldine avanzassero; che, il 28, Nicotera occupasse Frosinone e, il giorno seguente, Velletri; che Acerbi rientrasse in Viterbo; che Antinori, Pianciani e Orsini entrassero in Palestrina, Subiaco e Tivoli, dove si costituivano dei governi provvisori. Ora, quale significato poteva più avere l'invasione spinta fin sotto le mura di Roma, se i Francesi si avvicinavano, e il Governo italiano, che non aveva saputo frenare, anzi, che aveva armato questi corpi franchi, si rivolgeva contro di essi e li dichiarava nemici dello Stato?

Solo l'Aniene separava ormai Garibaldi da Roma. Il ponte Salaro era stato fatto saltare. Un tempo i Goti avevano distrutto questo ponte e Narsete l'aveva ricostruito; molte volte, nel corso dei secoli, esso fu tagliato e restaurato; l'ultima volta erano stati i Napoletani che l'avevano fatto saltare in aria ritirandosi da Roma nel 1798; anche l'iscrizione di Narsete si perde. Ora i suoi archi sono di nuovo ruinati nella corrente, offrendo un pittoresco spettacolo al viaggiatore.

Garibaldi fe' trincerare Monte Rotondo e Mentana, incerto sul da farsi. Egli si recò subito a Marciano e al Casino Santa Colomba, sulla via ferroviaria, a sette miglia da Roma.

I suoi bersaglieri avamposti erano sull'altra riva dell'Aniene, di là dal ponte, presso la bella torre de' Pazzi, e si avventuravano prudentemente fin sulle rive del fiume, per scambiar qualche fucilata con i papalini.

Il vecchio eroe popolare si aggirava intorno le mura di Roma, mentre ancora erano vivi i ricordi del 1848. Si narrava, in Roma, che egli si fosse introdotto travestito in città e due notti avesse passato a Palazzo Piombino. Si diceva che egli avesse giurato di penetrare in Roma attraverso quella stessa porta S. Giovanni, per la quale si era ritirato nel 1849. Fu allora che la sua fuga a San Marino e nella Pineta di Ravenna pose le basi della fama di questo duce nazionale, che così meravigliosamente ha rinnovato nel nostro tempo le imprese degli antichi condottieri. Erano passati da quel tempo diciotto anni. Quanti rivolgimenti si erano operati in Italia in questo spazio di tempo, quante strane vicende nella sua esistenza! Dapprima, anni infelici di reazione e di disperazione, ma anche di incessanti congiure, di nascosto lavorìo per il raggiungimento dell'ideale nazionale. Poi, dopochè la caduta di Venezia distrusse anche l'ultimo sogno di liberazione italiana, l'esilio di Garibaldi in America, dove con onorevole lavoro egli dovè guadagnarsi il pane; poi, sette anni dopo, il primo raggio di speranza col prender parte il Piemonte alla guerra di Crimea; ritorno di Garibaldi; l'alleanza della Francia nella insperata guerra d'indipendenza; il precipitoso crollo dei troni italiani; la sua spedizione in Sicilia con i mille; il suo ingresso in Napoli, che costituì il momento più brillante di tutta la sua vita, fatti questi che somigliavano più ad una romanza normanna che alla verità storica; la violenta annessione delle Marche, della Romagna, dell'Umbria; l'Unità italiana; la convenzione di settembre; Firenze capitale; Garibaldi in nuovo contrasto col Governo, nella solitudine di Caprera; la catastrofe disperata di Aspromonte; prigionia e angosce a Varignano; di nuovo Caprera; la seconda insperata guerra d'Indipendenza, coll'aiuto della Prussia! Venezia libera, l'Italia libera, fino all'Adriatico; non rimaneva che Roma, per compiere la realizzazione del sogno di unità del secolo XIX.

Garibaldi rivedeva ora, dopo 18 anni, questa Roma; egli era al suo cospetto, alla testa di nuove schiere di volontari, avendo di nuovo concepito il disegno audace di conquistarla. Egli giustificava la sua illegale impresa attuale proprio con quella data: 1849, e si chiamava generale dei Romani, come altri si erano detti, un tempo, re dei Romani. Ma le condizioni erano del tutto mutate; diciotto anni prima egli difendeva Roma; ora l'assediava e aveva a combattere con quei Francesi che, 18 anni prima, aveva combattuto sotto le mura di Roma; ed anche questa volta essi erano sbarcati a Civitavecchia, per penetrare in Roma. Il medesimo Napoleone li mandava per difendere lo stesso Pio IX, e sotto la sua protezione viveva quel Francesco II, che egli aveva cacciato da Napoli. Degli uomini del '48 rimanevano ancora Pio IX, Napoleone, Garibaldi, Mazzini, tutti ancora alla testa delle varie tendenze e correnti dell'epoca. Altri erano morti, come Manin, Balbo, Gioberti, Cavour.

Il 28 ottobre, la flotta francese apparve in Civitavecchia; il mare agitato ritardò di alcune ore lo sbarco, il 29, ciò che impressionò molto il partito clericale.

Un proclama del comandante generale De Failly, che era stato preceduto in Roma dai generali Polhès e Dumont, fu affisso il 30 per le strade di Roma; esso era così concepito: «Romani! L'Imperatore Napoleone manda per la seconda volta in Roma un corpo di spedizione, per difendere il Santo Padre e il trono pontificio dagli attacchi delle bande rivoluzionarie. Voi ci conoscete da lungo tempo; noi compiamo soltanto una missione morale e disinteressata. Vi aiuteremo a ristabilire la tranquillità e la fiducia nella cittadinanza. I nostri soldati rispetteranno, come prima, le vostre persone, i vostri costumi, le vostre leggi.

«Civitavecchia, 29 ottobre.

«Il Comandante Generale