«Il governo di Firenze ha lasciato occupare il dominio Romano che noi avevamo a prezzo di sangue prezioso conquistato, sottratto ai nemici d'Italia. Noi dobbiamo accogliere i nostri fratelli dell'esercito coll'abituale cordialità, ed aiutarli a cacciare da Roma i soldati stranieri che sorreggono la tirannia. Se poi delle vergognose trattative, continuazione della vile convenzione di settembre, possono tanto oltre dare autorità al gesuitismo e alla sporca Consorteria, da costringerci a deporre le armi in omaggio ed ubbidienza al 2 dicembre, allora potrò ricordare al mondo che io, generale romano, creato con pieni poteri dall'unico legittimo governo della Repubblica Romana, per elezione all'unanimità, io solo ho qui il diritto a difendermi colle armi sul terreno della mia giurisdizione; e che se questi miei volontarî, campioni della libertà e dell'unità d'Italia, chiedono Roma capitale d'Italia, fedeli al voto del Parlamento e della Nazione, essi non deporranno le armi che quando la patria sarà compiuta, la libertà di coscienza e di culto sollevata sulle rovine del Necromantismo, e i mercenarî dei tiranni fuor dei confini».

Garibaldi, trovandosi fra i due eserciti nemici, si sarebbe potuto ritirare, come si sperava, su Corese, per lì deporre le armi prima di essere attaccato dai Francesi e dai Pontificî. Si dice che, infine a un certo momento, volesse prender veramente questo partito. Ma perchè voler portare le sue truppe obbliquamente verso l'Appennino, e non direttamente su Corese, dove la strada non passa per Mentana? Si deve credere che egli volesse recarsi in una località qualsiasi del Regno per aspettarvi gli eventi, o forse anche tentar di trascinarsi dietro la nazione, sebbene il ricordo di Aspromonte dovesse ammonirlo della inverosimiglianza d'un buon successo. Effettivamente notizie di fonte italiana spiegano che Garibaldi aveva concepito il piano di ritrarsi coi suoi 8000 su Tivoli, di riunirsi là colle bande di Nicotera e di Orsini, e di gettarsi negli Abruzzi. Dicono che con questo intendimento la notte del 2 novembre egli die' l'ordine di marciare su Tivoli per Mentana. E' da notarsi che una parte dei volontari già si era diretta su Corese,—verosimilmente coloro non più atti a combattere,—per raggiungere di là la patria. In opposizione con questa versione che è quella degli ufficiali garibaldini Fabrizi, Mario, Missori, Menotti ed altri, abbiamo quella del partito francese di Roma che afferma che le forti posizioni, nelle quali furono assaliti i Garibaldini il 3 novembre, Monte Rotondo e Mentana, provano che essi non furono sorpresi nella ritirata, ma che aspettavano là il nemico.

La versione italiana fu anche confermata dalle notizie del Ministero della Guerra Romano, il quale afferma che, mentre i Garibaldini volevano operare a Tivoli il loro congiungimento, furono attaccati. Garibaldi poi confermò egli stesso questa versione.

Egli non cercò dunque la battaglia, ma vi fu costretto; è ingiusto dunque il rimprovero che gli è stato fatto di aver voluto porre in giuoco senza scopo a Mentana il sangue dei suoi soldati; e lo stesso si dica dell'accusa di aver voluto con quella battaglia far scoppiare una guerra fra l'Italia e la Francia; egli non aveva evidentemente alcun sentore il 3 novembre che i Francesi dovessero sostenere i Pontifici nell'attacco imminente. E' certo anche che, se egli si è voluto affermare forza indipendente e superiore alla nazione, ha in parte implicitamente reso possibile, e non voluto evitare, lo scontro.

All'atto del 3 novembre i Pontificî erano usciti da Roma in numero di 3000 al comando del generale Kanzler, seguiti dalla brigata francese Polhès, forte di 2000 uomini, per impadronirsi di Monterotondo e cacciarne le schiere volontarie. Garibaldi doveva prender questo. Verso mezzogiorno i Pontifici attaccarono, presso Mentana, gli avamposti di Garibaldi (I Francesi erano per la riserva). La sorpresa dei volontari, ai quali venne assai tardiva la notizia dell'avvicinarsi del nemico, e che si trovavano in marcia per Tivoli, fu grande. Essi non sapevano nemmeno dell'esistenza di truppe francesi nei dintorni. Il combattimento s'impegnò con uguale furore delle due parti. Due grandi principî del mondo presente lottarono quel giorno, nemici mortali; da un lato il capo della rivoluzione nazionale e della democrazia, alla testa delle sue schiere volontarie composte anche di patriotti di antiche stirpi; dall'altro lato il difensore del potere temporale dei Papi, con soldati volontari delle più cattoliche regioni d'Europa, molti dei quali animati da zelo ardente di crociati, pieni di odio contro l'Italia e la rivoluzione; figli questi in gran parte di antiche case legittimiste di Francia, del Belgio e della Polonia.

Le proporzioni del fatto d'armi di Mentana avrebbero potuto in altri tempi valergli il nome di battaglia; ma ora esso ci sembra di non grande entità numerica, se pensiamo ai colossali movimenti di truppa di altre battaglie contemporanee. Nondimeno questo combattimento avrà per due ragioni significato importante nella storia. Primo, perchè in esso ci trovarono di fronte due tendenze, due principî, due forze nettamente opposte dell'epoca nostra; secondo perchè chiuse tutto un periodo della Storia d'Italia e del papato temporale.

I volontari, male armati, indeboliti dalla fame e dal freddo—alcuni eran ragazzi di 15 o 17 anni—si batterono con eroico valore, colla picca, la spada, la baionetta; ma furono sloggiati dalle loro posizioni dal reggimento di Zuavi. Si gettarono sotto le mura della Vigna Santucci di fronte a Mentana, ed anche di lì dovettero ritrarsi. I cannoni pontificii e francesi, portati lassù batterono allora furiosamente le mura del Castello, mentre i due cannoni di Garibaldi, predati a Monterotondo, esaurirono dopo 50 o 60 colpi le loro munizioni. In queste condizioni i volontari fecero uno sforzo disperato per prendere ai lati il nemico con due forti colonne, tentativo che riuscì, e verso le due e mezzo del pomeriggio le truppe pontificie si videro a mal partito, e nel combattimento si sarebbero evidentemente cambiate le sorti, se il generale romano non avesse chiamato a soccorso la brigata francese. Anche se il loro appoggio fosse stato inutile, si sarebbe voluto mostrare che i Francesi c'erano ed aiutavano validamente i papalini. Essi avanzarono e coprirono i Garibaldini di una fitta pioggia di proiettili dei loro chassepots.

Il generale francese stesso scrivendo poi al Ministero della Guerra, diceva les chassepots ont fait merveille., frase supremamente inopportuna, anzi indelicata e villana, che l'Italia non dimenticherà più. I volontari furono sopraffatti; e dapprima essi non credettero francesi i nuovi assalitori, ma legionari d'Antibo; tanto era lungi da loro il pensiero che Napoleone permettesse ai suoi soldati di spargere sangue italiano. Ma quando si sparse la voce che i Francesi stessi attaccavano, i volontari gettarono le armi e si dispersero in fuga. Solo un battaglione s'indugiò a difendere le case, le barricate e il castello baronale di Mentana. Così esso protesse la ritirata che Garibaldi aveva cominciato su Monterotondo. I Pontificii e i Francesi non poterono penetrare nella forte posizione. La notte lo circondarono, per rinnovare l'attacco il mattino seguente, ma alle 5 fu inalberata bandiera bianca: un capitano garibaldino chiese, parlamentando col colonnello francese del 59^o linea, libera uscita con armi e bagagli; fu accordata libera uscita, ma senza armi e bagagli. Una compagnia francese doveva condurre la guarnigione di Mentana, prigioniera di guerra, a Corese, e consegnarla alle truppe italiane. Così la lotta non fu in alcun modo disonorevole. I vincitori stessi dovettero riconoscere il valore mostrato dai vinti.

Garibaldi stesso, che durante il combattimento non si era mostrato nelle prime file, ma aveva dovuto dare i comandi seduto in carrozza, si era già ritirato con due migliaia circa di soldati, quando fu dato l'assalto a Mentana.

Secondo dice Crispi, testimone oculare, la sera del 3 novembre Garibaldi giunse al ponte di Corese con 5000 nomini, se pure questa cifra è esatta. Là depose le armi, e il giorno seguente, per ordine superiore, fu incarcerato a Figline presso Arezzo. Quando le truppe pontificie ed imperiali la mattina del 4 mossero verso Monterotondo, trovarono che il luogo era stato sgombrato. Le perdite di Garibaldi furono grandi; 1000 uomini giacevano morti o feriti; circa 1400 prigionieri. Le perdite francesi non ammontarono, secondo i rapporti ufficiali, che a 2 morti e 36 feriti, quelle dei pontifici a 30 morti e 103 feriti.