La notizia della disfatta e della ritirata di Garibaldi giunse a Roma la sera del 3, e si sparse il mattino seguente. Essa provocò un'eccitazione di diverse nature. I nazionali fremevano al pensiero che i Francesi, alleati dell'Italia, avevan preso parte alla lotta come gendarmi del Papa, avevan tirato agl'Italiani come su bestie feroci, ed avevan esperimentato le qualità dei loro chassepots sui volontari quasi inermi. Li commoveva il pensiero che l'esercito regolare del Re, a poche miglia da Mentana, doveva essere stato testimone della battaglia, le armi al piede. Essi non sapevano per quale delle due nazioni dovesse ritenersi più vergognoso questo fatto d'armi, per l'Italia o per la Francia. Nella storia di Francia, la meraviglia di Mentana, sarebbe certamente rimasta, tragico capitolo della Gesta clericorum per Francos.
La via Nomentana offriva il 4 novembre un aspetto singolare. Centinaia di carrozze erano state portate nella notte, per la ricerca dei feriti. Questi già dal mattino avevano cominciato a venire a gruppi o alla spicciolata, tristissimo spettacolo, e fra loro erano anche delle piccole schiere vacillanti di feriti più leggeri, a piedi o a cavallo. Molti e molti Romani movevano loro incontro. Non dimenticherò mai l'aspetto di due garibaldini giacenti su un carretto che procedeva lentamente, non so se morenti o già morti. I loro volti già anneriti dalla morte sembravano ancora contrarsi nell'ultimo spasimo di dolore e di rabbia.
Verso mezzodì arrivò il primo gruppo di prigionieri, circa 400, scortato da papalini e da francesi. Essi camminavano disinvolti, con ostentata tranquillità. Uno dei loro ufficiali, un bel giovane dalla camicia rossa, camminava altero innanzi a loro. Il popolo se lo additava dicendo che era Menotti Garibaldi; ma sembra che non fosse vero. Quegli uomini erano giunti finalmente alla tanto sospirata Roma, ma in altre condizioni da quelle che avevano sognato; essi passarono attraverso la folla silenziosa fino alla prigione sul Quirinale.
Erano quasi tutti laceri o mal vestiti; pochissimi indossavano la camicia rossa; fra di essi ve ne erano molti straordinariamente giovani. Il loro aspetto diceva una odissea di privazioni e di dolori; su alcuni pallidi volti si leggeva ancora: Roma o Morte! Facevano un effetto di profonda commozione, che non avrebbero fatto se fossero stati bene armati e ben vestiti.
Io vidi il secondo gruppo di prigionieri, di 600 uomini, passare il Ponte Nomentano sull'Aniene. Essi sembravano in migliori condizioni dei primi. La maggior parte portavano la camicia rossa e il berretto rosso; alcuni avevan su questo delle penne; tutta la strada era illuminata da questi colori. Vi eran fra loro anche degli uomini maturi, dai capelli grigi, nell'uniforme della Guardia Nazionale Italiana. I capitani portavano ancora la spada, prova questa che avevano capitolato onorevolmente. Essi tacevano tutti; molti guardavano timidamente la folla che era venuta loro incontro da Roma. Un segnale dato dal corno avvisò che era giunto il momento del riposo; i soldati di scorta si stesero entro i fossati; dei prigionieri, la maggior parte rimase in piedi sulla via; alcuni si gettarono sulla nuda terra di Roma; altri si accomodarono a fianco dei papalini, i quali li lasciarono fare in silenzio; tutta la scena rappresentava un singolare quadro storico sul pittoresco paesaggio dell'Aniene, presso il vetusto e turrito ponte memore di Belisario. Su di esso stanno incise le armi di quel notevolissimo pontefice che fu Nicolò V, contro il governo del quale congiurò Stefano Porcari, per morire poi in Castel S. Angelo, per mano del carnefice. L'oro diffuso e luminoso del sole irradiava la solenne campagna, nel cui sfondo già biancheggiavan di neve le maestose vette dell'Abruzzo.
La marcia verso Roma di questi figli d'Italia destinati al carcere di Castel S. Angelo mi riportava il pensiero alle memorie della prima fanciullezza, quando io vidi a migliaia i vinti difensori della Polonia, dell'esercito di Gielgrid, passare prigionieri il confine, accompagnati dalle truppe prussiane.
Dinanzi al mio sguardo si presentavano di nuovo tutte le tragiche lotte dai popoli combattute su questo grande territorio di Roma, i secoli barbari del Medio Evo passati su questa città, la cui storia io già scrivevo da anni e ancora scrivo; e mi prese un'infinita tristezza quando tornai a considerare tutti quei prigionieri di guerra incamminati per Roma.
XI.
Cinque giorni dopo la battaglia io mi recai a Mentana con alcuni amici romani per visitarla. Fu una passeggiata incantevole attraverso la tranquilla campagna, sotto il sole puro e il cielo nitido di novembre. La via Nomentana era animata soltanto da gruppi di soldati. Sull'Aniene erano ancora attendate le vedette francesi. Passavano ancora carrozze che trasportavano feriti.
Antiche tombe romane in rovina sorgono nei campi che si attraversano, dove, secondo l'uso remotissimo dei padri, i pastori abruzzesi portano a pascolare le loro greggi. I belati delle pecore e le note tenui delle zampogne dei pastori riempiono l'aria di lamento e il cuore del viandante di mistero, sentimento che resta perennemente in ognuno che abbia attraversato quella sacra località.