Avignone appartenne al regno di Arles; ma, oltre i conti di Provenza, possedevano pure diritti sulla città, quelli di Tolosa, e quelli ancora di Forcalquier, di guisa che, prima di diventare dominio dei Papi, ebbe per lungo spazio di tempo tre signori, pur rimanendo soggetta ancora all'Imperatore di Germania; strana ed assurda combinazione, che solo il feudalismo e l'intricato suo sistema di diritto pubblico possono spiegare.

Nell'epoca avventurata in cui principiarono a svilupparsi ed a fiorire le libertà municipali, anche Avignone ottenne la propria autonomia, come l'avevano ottenuta Marsiglia ed Arles, e fu governata da consoli e da podestà, ad imitazione delle repubbliche italiane. L'imperatore Barbarossa confermò nel 1137 gli statuti di Avignone, ed allora la fiorente città prese pure il nome di repubblica imperiale.

Poco tempo dopo fu coinvolta nella grande agitazione, nel grande rivolgimento che prese nome dagli Albigesi.

L'affrancamento, l'emancipazione del pensiero andarono di pari passo coll'affrancamento della borghesia; e le città della Francia meridionale, dove fin dai tempi dei Greci e dei Romani eransi mantenuti sentimenti municipali, inalberarono con ardore la bandiera degli Albigesi e di Raimondo di Tolosa, per conquistare la loro piena indipendenza. È noto quale fu l'esito finale di quest'ultima lotta della Francia meridionale per la sua libertà; le crociate micidiali, bandite prima da Innocenzo III, quindi da Onorio contro gli Albigesi, ebbero per fine di annientare la libertà di quelle città, di rovinare la loro prosperità e di fare assorbire la loro nazionalità dalla Francia.

Simone di Monfort si rese padrone della Linguadoca, la bella proprietà dei conti di Tolosa; e Roma che a quei tempi regalava regni, quasi fosse stato il Papa padrone del mondo, lo confermò nel possesso di tali contrade. Se non che, l'infelice Raimondo e suo figlio, partiti da Genova, dove si trovavano in esilio, furono accolti con trasporto dalle repubbliche di Avignone e di Marsiglia, e si riaccese la guerra più accanita che mai. Un sasso, lanciato dalla mano di una donna, colse al capo Simone di Monfort, all'assedio di Tolosa, e gli Albigesi trionfarono per poco tempo.

Soggiacquero alla spada di Ludovico VIII, di cui l'aveva armato Onorio III. Il giovane Raimondo fu costretto alla pace, cedendo alla corona di Francia molte delle sue possessioni, ed alla chiesa romana parecchi de' suoi diritti sopra Avignone ed il contado Venosino. Roma guadagnò nella guerra contro gli Albigesi il primo titolo ad una novella signoria in Francia, ed ottenne particolarmente Venasque e Carpentras; sebbene questa cessione non avesse propriamente che il carattere di un pegno, e la Chiesa si trovasse poi costretta a dovere restituire quelle città ai conti di Tolosa. Non dimenticò però mai i suoi diritti, e fin dal 1273 il re di Francia fece cessione assoluta, e per sempre, ai Papi del contado Venosino.

Avignone, costretta da Ludovico VIII nel 1226 ad arrendersi, rimase ancora una volta soggetta ai conti di Tolosa ed a quelli di Provenza. Ma in forza dei patti della pace di Parigi, Raimondo aveva dovuto concedere la mano della sua figliuola ed erede Giovanna ad Alfonso di Poitiers, fratello del re. Colla morte del primo, avvenuta nell'anno 1249, si estinse la famiglia illustre dei conti di Tolosa ed i suoi possedimenti passarono alla Francia. Uguale sorte toccò alla stirpe dei conti di Provenza; l'ultimo di questi, Raimondo Berengario, maritò la sua figliuola Beatrice con Alfonso fratello di Carlo d'Angiò, che fu più tardi conquistatore di Napoli e carnefice di Corradino, e in tal modo anche la Provenza passò nel 1245 in potere della corona di Francia.

I due fratelli cercarono di far valere i loro diritti sopra Avignone e su altre città. Invano si rivolsero le repubbliche minacciate, per aiuto, al grande imperatore Federico II, loro alto signore, in forza degli antichi diritti dell'impero; dovettero soggiacere al duro conquistatore. Avignone si arrese il 10 maggio 1251; scomparvero così i suoi ordinamenti repubblicani e la fiorente sua civiltà municipale, alla quale doveva succedere sessanta anni dopo un'altra esotica e curiale, istituita dai Papi in quella stessa Provenza, che i loro predecessori, per mezzo di legati, avevano messa a ferro e fuoco, spegnendo la splendida civiltà della Francia meridionale, la brillante scienza di Arles, di Tolosa e di Nimes.

Avignone rimase esclusivamente ai re di Napoli, i quali portavano pure il titolo di conti di Provenza e di Forcalquier. Narrerò poi, nel palazzo stesso dei Papi, come la Chiesa romana potè ottenere questa città dalla corona di Napoli.

Il castello cupo, con le sue torri massiccie e colossali, le sue mura nere e gigantesche, interrotte da poche finestre gotiche irregolari, con i suoi fossati, con le sue saracinesche, con le sue prigioni sotterranee, produce non solo un'impressione di tristezza, ma anche sinistra. Nel complesso, il castello è un brutto edificio, un misto di fortezza e di convento, di palazzo e di prigione, fabbricato senza piano, senza disegno: una specie di laberinto. Sebbene la mole abbia una certa imponenza, questa fortezza papale in Francia, isolata da tutta quanta la storia del papato, senza veruna connessione con tutti gli altri monumenti del paese, offre un carattere di casualità, di meschinità, quando si pensi al Vaticano. Anche a fianco di questo sorge una fortezza, ma è il mausoleo di un imperatore romano; il genio delle arti ha ingentilita la sua mole e nelle sue ampie stanze brillano le meraviglie del mondo classico. A S. Pietro, a fianco del Vaticano, corrisponde in Avignone la piccola chiesa Notre Dame des Doms, annessa al castello. Rappresenta dunque, questa residenza passeggera, le sorti ed il decadimento del papato durante la sua permanenza in Francia; essa fu una prigione dei Papi, ed il suo castello baronale ricorda l'epoca del feudalismo, nella quale il supremo gerarca della cristianità non era altro che un vassallo della Francia e non arrossiva di fregiarsi del titolo feudale di conte Venosino e di Avignone.