Il suo successore Gregorio XI fu l'ultimo papa in Avignone. Scosso dalle preghiere dei Romani, di Pietro d'Aragona, delle sante donne Brigida e Caterina da Siena, la quale ultima venne persino a tal uopo in Avignone, abbandonò, il 13 settembre 1376, per sempre la Provenza, accompagnato da tutti i cardinali, ad eccezione di sei, i quali preferirono continuare ad abitare le loro amene ville sulle sponde del Rodano.
Perde da questo momento ogni interesse il palazzo dei Papi, imperocchè, dopo il loro ritorno a Roma, rimase deserto. Durante lo scisma, però, vi abitarono ancora due antipapi: Clemente VII e Benedetto XIII, il quale ultimo vi fu assediato.
Dal 1409 in poi, Avignone ed il contado Venosino furono governati da cardinali legati, fra i quali però gl'italiani, quasi sempre nipoti, punto non si muovevano da Roma, facendosi rappresentare da vice legati. L'ultimo fu Filippo Casoni; la repubblica francese lo scacciò per sempre col dominio papale da Avignone, e questa città venne funestata da atroci scene di sangue sotto Jourdan, Duprat e Jouve, nella notte dal 16 al 17 ottobre 1791. Si fa vedere tuttora, nella torre Trouillas, il luogo dove le vittime infelici erano precipitate da quelle belve umane, sitibonde di sangue. Era pur troppo naturale che l'odio, concentrato a lungo contro la dominazione pontificia, somministrasse pretesto a quegli atti crudeli: il popolo parlava di carceri sotterranee della inquisizione nel castello, di orribili misteri consumativi durante il governo dei legati. La favola narra che nel secolo XV, nell'epoca terribile dei Borgia, un vice legato avesse invitati i cittadini più distinti di Avignone ad una festa nel palazzo pontificio, che avesse chiuso quindi le porte delle sale, e, appiccato il fuoco agli appartamenti, avesse arsi vivi i suoi ospiti; così egli avrebbe vendicato un nipote assassinato da un marito tradito.
Quando si visita Avignone, sotto l'impressione di simili atrocità commesse dalla rivoluzione, sotto il ricordo ancora recente dell'assassinio del maresciallo Brune, commesso dai realisti il 2 agosto 1815, quando si vede quella popolazione rozza e fanatica, si prova un vivo desiderio di partire al più presto da quella città. Oggidì la popolazione di Avignone è ritenuta ancora per superstiziosa, rozza, irritabile, ignorante, ed è possibile che questa contrada possa divenire ancora teatro di brutti eccessi.
Non voglio però dimostrarmi ingrato verso una città così notevole, e mi ci tratterrò ancora un poco. Ci rimane a visitare l'antica cattedrale, il San Pietro di Avignone, ché difatti quello di Roma potè per ben settanta anni nutrire invidia a questa chiesa piccola, nera ed oscura, quale usurpatrice dei suoi diritti secolari. Intanto i Papi si trovarono in questo angolo del mondo, ridotti ad una semplice cappella, la quale sottraeva le pompe del culto e gli atti della storia della Chiesa agli sguardi della cristianità.
Nôtre-Dame des Doms, secondo la tradizione, venne fondata da Santa Marta sorella di Lazzaro, imperocchè la pia donna sarebbe sbarcata nella Camargue, avrebbe introdotto il cristianesimo nella Provenza e fabbricata la prima chiesa in Avignone, sulle rovine di un tempio d'Ercole. L'origine, del resto, di Nôtre-Dame, non è conosciuta, ed il suo vanto di essere stata edificata da Carlomagno trovasi tutt'altro che fondato; solo è certo che essa è una chiesa molto antica, come lo si vede dalla sua porta principale, di stile prettamente romano, fiancheggiata da due colonne antiche d'ordine corinzio. Il vandalismo della rivoluzione, il quale ridusse a mucchio di rovine altre chiese della città, non risparmiò neppure questa. Rimane, a soddisfazione dei dilettanti di antichità, la così detta cappella di Carlomagno, ma andarono miseramente perduti i monumenti di varî Papi, ricordi preziosi dell'arte gotica nel secolo XIV. Furono restaurate le tombe di Benedetto XII e quella più pregevole di Giovanni XXII, di gusto gotico, con fini sculture e con la figura del pontefice stesa sopra un sarcofago. In una nicchia esistono alcuni avanzi della tomba del cardinale di Armagnac; nel Sancta-Sanctorum si scorge la lapide mortuaria di Luigi Balbo Bertone di Crillon, soprannominato il Bravo, l'amico di Arrigo IV. Egli morì in Avignone nel 1615, e la sua statua in bronzo sorge sulla piazza dell'Horloge.
E' questa la più bella piazza della città, e trovasi a poca distanza, scendendo dal palazzo dei Papi. E' circondata da varî belli edificî, fra i quali l'elegante teatro ed il nuovo palazzo municipale, nello stile del risorgimento francese, preceduto da una corte sopracarica di colonne. Il custode, che me lo fece visitare, mi diceva con aria d'importanza che Luigi Napoleone aveva onorato quel palazzo della sua presenza, nel recarsi ad Algeri, che le scale erano state ricoperte da tappeti, e tutto il quartiere aggiustato con gusto squisito. L'Imperatore venne accolto con grande ostentazione; però il partito legittimista è ancora numeroso in Provenza, sebbene sia grandemente scaduto di ricchezze. Intanto Napoleone può per qualche tempo riposare tranquillo; ha per sè i proprietarî e le classi che lavorano; si odono per ogni dove le sue lodi: egli ha domato la rivoluzione, ristabilito l'ordine e, co' suoi trattati di commercio, ha procurato immenso vantaggio a queste contrade vitifere. Ed inoltre, notre préponderance!... Sono parole che si sentono ripetere ad ogni passo.
In fin dei conti convien però dire che il visitare questa città cagiona una grande stanchezza. Le sue strade, dove qua e là sorgono alcuni palazzi, in stile del risorgimento, alcuni edificî antichi e bizzarri, con porticati e cortili che richiamano a sè l'attenzione, sono cupe; l'atmosfera che vi si respira, è malinconica e suscita tristi ricordi.
Quanto non sono più belle le piccole città della Toscana, Prato, Pistoia, Siena, Arezzo, nelle quali ad ogni tratto s'incontrano meraviglie d'arte, memorie della libertà municipale, di una antica e splendida civiltà!
Ho visitato la maggior parte delle chiese di Avignone; non havvene una che si possa dire propriamente bella, e tutte, quasi, recano le traccie della devastazione dell'epoca rivoluzionaria. Entrai una domenica in S. Didier, chiesa di architettura gotica; era piena di donne velate di bianco, le quali, inginocchiate, cantavano delle litanie. Era un quadro pieno di anima e di vita; in quel raccoglimento devoto, nelle armonie di quei canti mi parve ravvisare l'influenza esercitata da Roma per lunghi anni su Avignone. Era un quadro di carattere prettamente romano, se non che la piazza attorno alla chiesa, ombreggiata da grandi alberi, non aveva affatto aspetto romano, nè meridionale, e mi ricordava piuttosto le chiese campestri delle care mie contrade natìe.