La folla dei fedeli non mi permise che di gettare un rapido sguardo sopra un bassorilievo, a cui si dà il nome di images du roi René; imperocchè queste sculture sono attribuite al buon Re; e non è a dire di quante statue e di quanti quadri lo faccia autore, nella Provenza, la tradizione.
Sorge, a poca distanza da S. Didier, la chiesa del patrono della città, S. Agricola, il quale è invocato in tutte le pubbliche calamità, e particolarmente nei tempi frequenti di siccità. Questa chiesa risale al secolo X e venne ampliata in secoli posteriori; la sua facciata gotica, con larghe torri merlate, è originale, e la semplicità dello stile ogivale anche nell'interno rivela la sua antichità.
Merita pure di esser ricordata la cappella dei penitents noirs de la miséricorde. Si conserva in essa il famoso crocifisso d'avorio di Guillarmin, opera del 1659, e la suora che lo mostra, narra la leggenda del nipote dell'artefice, condannato a morte, e, per intercessione di quel Cristo, salvato.
Avrei visitato molto volentieri la chiesa ed il convento dei domenicani, quale ricordo di un'epoca storica, della guerra contro gli Albigesi; ma quegli edifici stupendi furono rovinati totalmente dalla furia rivoluzionaria. Il primo Papa d'Avignone ebbe stanza in quel monastero, ora distrutto, ed ivi Giovanni XXII dichiarò santo il più gran filosofo del medio evo, Tommaso di Aquino, alla presenza del re di Napoli. Quel Papa riteneva, fra le cose sue più preziose, lo stupendo codice in pergamena della Somma del santo, e lo lasciò, morendo, alla biblioteca del monastero, con l'espressa condizione che dovesse essere fissato al muro con una catena. La rivoluzione venne a liberarlo, ed ora il prezioso volume, coperto della polvere dei secoli, gode della sua libertà o del suo oblio nella biblioteca civica. Caterina da Siena, monaca dello stesso ordine, rivolse in quel monastero le sue esortazioni al Papa, per persuaderlo a far ritorno a Roma. Era stato quel convento costrutto poco tempo prima, nell'anno 1330, e si assicura che il suo cortile fosse bellissimo e affatto non la cedesse per vaghezza a quello di S. Trofimo in Arles. I sanculotti rovinarono tutto, comprese pure le tombe di ventiquattro cardinali, sepolti nel convento. La chiesa, in gran parte distrutta, venne ridotta più tardi a fonderia di cannoni.
Per farsi un'idea delle vandaliche devastazioni, operate dalla rivoluzione nella Provenza, è d'uopo visitare il museo d'Avignone. Trovasi allogato in un palazzo ampio del secolo XVIII. Dopochè il benemerito dottore Calvet fondò questo museo nel 1810, vennero accolte in esso le reliquie delle arti belle tolte dalle chiese, dai conventi, dai castelli feudali, dai palazzi, non di Avignone soltanto, ma ancora dei dintorni. Vi sono rappresentate tutte le fasi del medio evo, fino all'epoca del risorgimento francese, la rénaissance; ed io provai tanto maggior interesse a contemplare questa collezione delle antichità del medio evo nella Francia meridionale, in quanto che avevo visitato, pochi mesi prima, in Norimberga, il museo tedesco, istituzione destinata a prendere un grande sviluppo, e meritevole dell'appoggio di tutta quanta la Germania.
Il museo di Avignone, del resto, anche per quanto riguarda l'epoca classica, è povero in paragone di quello di Norimberga, e, tuttochè sia diviso in varî rami, non presenta più che un periodo di civiltà. Nella galleria del medio evo si vedono numerose sculture, e si possono seguire i progressi della plastica, dagli antichi sarcofaghi cristiani fino agli avanzi dei mausolei dei cardinali di Brancas e Lagrange, del conte Raimondo di Beaufort e del maresciallo de la Palice.
Alla collezione di antichità classiche contribuirono quasi tutte le città del mezzodì della Francia; in complesso, però, è povera e non vi si vedono oggetti pregevoli; tanto più che quasi tutte quelle città posseggono il proprio museo. Si osserva, però, con interesse tutto quanto fu rinvenuto in questa parte della Francia, dell'epoca dei Romani, ed anche dei Greci. Vi sono parecchie antiche iscrizioni greche, e altre greche del tempo dei Romani. Si deve pure far menzione di una bella collezione di piccoli bronzi e di un ricco medagliere di tutte le provincie e di tutte le epoche della Francia. Trovasi, nello stesso palazzo, la biblioteca civica, la quale conta più di sessantamila volumi. Contiene parecchie buone opere sulla storia del mezzodì della Francia, ma sono scarsi i manoscritti ed i documenti originali. Gli atti del papato, durante la sua stanza in Avignone, vennero già da tempo, come è noto, trasportati negli archivi segreti del Vaticano. Stanno in una sala della biblioteca i ritratti degli uomini illustri appartenenti al dipartimento di Valchiusa, fra' quali il duca di Mahon, il prode Crillon, Giovanni di Althens, il cardinale Maury, il pittore Mignard, il dottore Calvet, e vi si vedono pure i ritratti di Petrarca e di Madonna Laura, i quali datano però da epoca posteriore.
Nel piano superiore c'è una galleria di quadri, abbastanza pregevole per Avignone; vi sono pochi buoni quadri antichi italiani, fiamminghi e tedeschi di valore, ma molti francesi, particolarmente di Mignard e dei cinque Vernet, la cui famiglia era originaria di questa città. Del resto, bisogna osservare che Avignone non ha prodotto nessun uomo che possa dirsi un vero genio; anzi nessuno dei celebri, a ragione o a torto, poeti della Provenza nacque sulle sponde del Rodano o della Durance. Era d'uopo venisse un forestiero da Arezzo, per dare a quelle contrade il prestigio poetico; ed Avignone gli offrì, ad argomento de' suoi versi armoniosi, una bella donna, come Crotone o Taranto offrivano le loro ragazze per modelli a Zeusi. Ben più avventurata fu Firenze che può vantarsi ad un tempo di Dante e di Beatrice.
Ed ora, addio, chiese, palazzi, musei e meschine antichità di Avignone! Come finiscono per stancare questi quadri, questi monumenti, queste reliquie dei tempi andati! Come riposa il ricrearsi nella vista della bella valle del Rodano ai piedi della città! Lo splendido sole di Provenza illumina le verdi isole del fiume, indora la collina di Villeneuve ed invita il viaggiatore a passeggiare all'ombra dei pioppi e dei platani agitati dal vento, a prestar ascolto al muggito delle acque poderose, a contemplare le grandi barche di trasporto che guizzano con la rapidità della freccia sotto gli archi del ponte! La vista, dalla porta dell'Ouille di Avignone, dell'ampio Rodano con le sue due isole, e con le rive singolari della Linguadoca, è bella davvero; non valse, però, a cancellare dalla mia memoria quella contemplata poco tempo prima, della Vistola, il gran fiume che svolge le sue acque profonde sotto gli archi giganteschi del ponte della strada ferrata presso Dirschau, nè l'immagine del Nogat che scorre tranquillo ai piedi dell'antica e bella Mariemburg. Il castello del medio evo, dei cavalieri dell'ordine teutonico, torreggia colà in modo assai più pittoresco che il palazzo dei Papi in Avignone.
Il fiume separa Villeneuve dalla città, e la Provenza dalla Linguadoca. Le due rive sono congiunte da ponti; di uno, di costruzione romana, non sussistono più che quattro grandi archi molto pittoreschi e che si estendono per un tratto dalla riva sopra il fiume, poi cessano. Su di essi sorge una piccola cappella, che guarda, solitaria e fantastica, i flutti. Narrasi che risiedesse in quella il santo uomo che aveva edificato il ponte stesso, e la leggenda relativa a quella costruzione è l'unica d'indole mite e poetica che io abbia trovata in Avignone.