Quando, più tardi, dopo la caduta del regno longobardo e dell'esarcato, il Papa rivendicò la popolazione della città, fondandosi sui diritti che gli concedevano le donazioni di Pipino, i patriarchi o arcivescovi di Ravenna combatterono questa pretesa. Essi stabilirono il loro dominio sulla Romagna, assunsero la successione degli esarca, e, sostenuti dai privilegi che loro accordavano gl'imperatori, respinsero per molto tempo i tentativi della Santa Sede, mantenendo la loro autorità su Ravenna.

Il ricordo dei tragici avvenimenti della decadenza romana e dell'invasione barbarica, i tempi di Stilicone, di Alarico, di Attila e di Genserico, la grande figura di Teodorico, le lotte gigantesche che misero termine alla dominazione dei Goti e immortalarono i nomi di Totila, di Belisario, di Teia e di Narsete; infine, l'oscurità quasi mistica del periodo degli esarca bizantini, a mala pena rischiarata, di tanto in tanto, da qualche debole barlume, proveniente dalle cronache del tempo: tutto ciò dà a Ravenna una grazia singolare e produce sullo spirito del viaggiatore un'impressione profonda.

Come ci apparirà la città che vide compiersi tanti avvenimenti? Senza dubbio ci sembrerà più malinconica e più tetra ancora della vecchia Bologna. Ma qui ci troviamo ancora dinanzi all'ironico contrasto che la realtà appone quasi sempre alla visione che la fantasia si forma delle cose.

La delusione è grande. Cento altre città d'Italia, anche dei piccoli borghi fortificati, sperduti nelle montagne, ricordano più vivamente il passato ed offrono al primo sguardo un aspetto più storico e più monumentale dell'antica città bizantina e gotica.

Non è che a poco a poco, vagando per la città, che si sente aleggiare su noi il soffio del passato. Ma allora l'impressione diventa più possente che altrove, paragonabile solo, per la sua intensità, a quello che si prova a Roma, per quanto diversa nella natura. E' l'anima della storia universale quasi intera, che anima i monumenti della Città eterna; quelli di Ravenna non appartengono che ad un corto periodo, ma l'impronta che ne conservano è più forte che altrove.

In tutte le strade di Ravenna regna un silenzio di morte; le case sono moderne e la maggior parte piccole; le vie larghe e diritte, la città essendo costruita su di un terreno piano. Dappertutto un profondo raccoglimento. Qua e là, sulle piazze, si vedono delle curiose colonne medioevali, con l'imagine di qualche santo; altrove, la statua di un Papa che beneficò la città, pensoso e assorto nelle sue meditazioni. Di palazzi, i quali in altre città rappresentano con tanto splendore la grande epoca guelfa, non si trova traccia. Di quando in quando solamente si scorge una torre rovinata. Le chiese invece sono numerose. Qualcheduna è stata restaurata; altre hanno conservato intatto il carattere gotico primitivo. In generale, sono di proporzioni piuttosto piccole; nessuna ha l'imponente maestà delle cattedrali di Pisa, di Siena o d'Orvieto. Si direbbe che siano state addormentate da qualche incantatore e si siano conservate così fino ai nostri giorni; esse danno a Ravenna un carattere di mistero e di poesia.

E' curioso notare che a Ravenna non si ritrova vestigia dell'epoca romana. I sobborghi di Classe e di Cesarea, un tempo importanti e ricchi di grandi edifici, sono oggi inghiottiti nelle paludi e resta appena qualche segno della loro esistenza. Ravenna fu un tempo l'Avignone degl'imperatori romani. Quando, nel 404, Onorio, temendo un'invasione di goti, trasportò la sua residenza da Roma a Ravenna, rinforzò le mura e si costruì un palazzo. In qual punto sorgeva questo edificio? E' impossibile determinarlo, oggi, benchè le guide non si facciano scrupolo di indicarne il punto preciso. Antonio Zirardini, giureconsulto erudito e archeologo dei più distinti di Ravenna, ha scritto, nel 1762, un eccellente libro sulle antichità della sua patria: Degli edifici profani di Ravenna.

La sua opera è ancora la migliore che si possa consultare in proposito, e pur tuttavia non getta che una pallida luce sulle origini di Ravenna.

Fu in questa residenza che Onorio ricevette la notizia della presa di Roma per opera di Alarico; e fu là che egli morì, nell'agosto del 423. Fu però sepolto a Roma, accanto a San Pietro. Per noi, il più antico dei monumenti storici di Ravenna è il mausoleo della sorella di Onorio, Galla Placidia, una delle più straordinarie figure di donna di quell'epoca; una di quelle di cui la sorte si trova legata, nella maniera più stretta e più tragica, ai destini dell'Impero romano spirante. La figlia del gran Teodosio a ventun'anno viveva nel palazzo dei Cesari a Roma, quando Alarico arrivò davanti la città, l'assediò, se ne impadronì e la saccheggiò. Galla Placidia, condotta a lui come prigioniera, dovette seguirlo in Calabria. Poco dopo, la figlia e la sorella degli imperatori romani si vide obbligata a sposare, a Narbona, Ataulfo, successore di Alarico. Ella accompagnò in seguito suo marito in Spagna, vi divenne vedova, vi perse il figlio Teodosio, e, dopo aver subìto indegni insulti, fu rinviata a Ravenna, presso suo fratello Onorio. Appena arrivata, questi la costrinse a sposare il generale Costanzo, da cui ebbe due figli, Valentiniano e Onoria. Morto a sua volta Costanzo, Galla Placidia fu bandita da Ravenna da suo fratello ed esiliata a Bisanzio. Dopo la morte di Onorio ne ritornò, scortata da una flotta greca, pose il suo giovane figlio Valentiniano III sul trono di Occidente, esercitò il potere per lunghi anni, come tutrice del giovane principe, in mezzo a difficoltà e calamità continue, e terminò infine a Roma, a 61 anni, nel 450, la sua esistenza agitata. Con suo figlio Valentiniano III, che fu assassinato cinque anni più tardi, si spense l'ultimo discendente della razza imperiale del grande Teodosio.

La storia dell'estinzione della famiglia di Teodosio segna quella dell'agonia dell'Impero romano, e il mausoleo di Galla Placidia ci appare oggi come la tomba della potenza dei Cesari. Entrando in questo piccolo e tetro sepolcro, rivestito di meravigliosi mosaici, si prova un senso di raccoglimento storico, così intenso come non lo risveglia neppure il mausoleo di Augusto, nè la tomba romana di Adriano. La disgraziata principessa volle essere sotterrata a Ravenna, ch'essa amava e che si era compiaciuta di arricchire di numerose chiese, e non a Roma, a cui la legavano così crudeli ricordi. Si era fatta fabbricare una tomba e l'aveva dedicata, come cappella espiatoria, ai santi Nazaro e Celso.