Ci si rende facilmente conto della diversità dei tempi, quando si paragona questa tomba dell'ultima dinastia imperiale di Roma ai maestosi mausolei dei primi imperatori. E' tutta impregnata di spirito cristiano; la sua forma è quella di una croce latina, lunga cinquantacinque palmi romani e larga quarantaquattro. La cappella è sormontata da una cupola, rivestita di mosaici, come pure lo sono le nicchie e le volte; una mezza luce vi penetra attraverso piccole finestre. Nel mausoleo si trovano cinque sarcofaghi; due piccoli, incastrati nel muro laterale dell'entrata, e tre grandi, posti nelle tre nicchie formate dai bracci della croce. Nella nicchia principale, proprio di fronte all'entrata, si scorge la più grande delle urne, alta sette piedi, semplicissima. Senza dubbio, là riposa la sorella di Onorio. La tradizione vuole che, durante varî secoli, essa restasse nel sarcofago, seduta su di un trono di legno di cipresso e ricoperta de' suoi paramenti imperiali. Secondo storici più moderni, il corpo non divenne polvere che nel 1577. Si dice pure che dei fanciulli introducessero un cero acceso nei fori del sarcofago e che le pareti prendessero fuoco: così fu ridotto in cenere ciò che restava di Placidia.

Quali personaggi sono rinchiusi negli altri sarcofaghi? Non lo si può determinare in modo esatto. I due più grandi contengono, probabilmente, i resti del generale Costanzo e di sua figlia, la sventurata principessa Onoria che, fidanzatasi al terribile Attila, dopo una vita di passioni avventurose, venne a trascinare stentatamente gli ultimi anni della sua esistenza in un chiostro di Ravenna. L'opinione che il corpo di Onorio si trovi del pari in uno di questi sarcofaghi è senza dubbio priva di fondamento, poichè questo imperatore morì, è vero, a Ravenna, ma fu seppellito nel mausoleo imperiale di Roma, vicino a San Pietro.

I mosaici del mausoleo di Galla Placidia sono notevoli per la loro antichità; risalgono avanti al 450, e sono i più antichi prodotti dall'arte cristiana. Oltre gli arabeschi, felicemente disegnati, rappresentano delle figure isolate di profeti e di evangelisti e in due punti l'imagine di Cristo. Qui, come in tutte le vecchie chiese di Ravenna, si rimane colpiti dalla fisonomia bella, giovanissima e imberbe del Salvatore. Questa concezione della figura di Cristo corrisponde del resto all'ideale che la gente si formò nei primi tempi del cristianesimo. Soltanto più tardi, il viso del Salvatore venne rappresentato sotto l'aspetto vecchio, tetro e lugubre del tipo bizantino. Ravenna offre la prova manifesta dell'errore di una tale appellazione. I maestri mosaicisti bizantini, e particolarmente quelli dell'epoca di Giustiniano, hanno dovuto lavorare a Ravenna più che in ogni altra città d'Italia. E anche nei mosaici di San Vitale, posteriori di 100 anni circa a quelli del mausoleo di Galla Placidia, noi ritroviamo lo stesso tipo giovanile della figura del Salvatore, molto lontano dalla tradizione detta bizantina e che si riavvicina piuttosto all'ideale primitivo, caratterizzato dalle pitture delle catacombe. Ma lo strano si è che il secondo tipo, quello che offre un'espressione quasi demoniaca, si trova di già sull'arco trionfale di San Paolo, a Roma, decorato egualmente di mosaici per ordine di Galla Placidia, ai tempi di Papa Leone I (440-462), come lo prova anche oggi l'iscrizione: Piacidiae pia mens operis decus... Il Salvatore vi è rappresentato in mezzo busto, in proporzioni sovrumane; l'espressione del viso è tetra, e sveglia un sentimento di terrore. In quei tempi non vi erano certamente a Roma artisti bizantini; i mosaicisti facevano ancora parte dell'antica scuola, di quella che aveva decorato le Terme. Il tipo severo e terribile della figura di Cristo proviene dunque da una concezione romana, e non bizantina.

Molte altre chiese furono fondate a Ravenna da Galla Placidia. Esse esprimono lo spirito profondamente religioso e melanconico di questa donna straordinaria, che consacrò gli ultimi anni della sua vita alle meditazioni religiose e alla pia contemplazione del passato. E, mentre noi non risentiamo che del disprezzo per quel triste Onorio, che, alla presa di Roma, pianse, soltanto, a quanto dicono, la morte del suo pollastro favorito «Roma», la vita così disgraziata e turbata di Placidia c'ispira, al contrario, simpatia e profonda pietà.

Dopo aver visitato la sua tomba, si può andare a vedere quella di Teodorico, che corrisponde alla seconda epoca della storia di Ravenna e ad uno dei più memorabili periodi degli annali d'Italia.

Il duce germanico, Odoacre, avendo, nel 476, messo fine all'esistenza dell'Impero romano d'Occidente ed essendosi proclamato primo re d'Italia, governò con saggezza e fermezza in Ravenna, quando fu attaccato da Teodorico. Per tre anni si difese gagliardamente; obbligato, infine, ad arrendersi, fu massacrato nel suo palazzo per ordine del vincitore, nonostante i patti della capitolazione.

E' da Ravenna che Teodorico governò l'Italia, riunita per l'ultima volta in regno sotto la dominazione dei Goti. Egli vi costruì un magnifico palazzo. Se egli avesse mai abitato questo edificio, si potrebbe concludere che la residenza degli ultimi imperatori d'Occidente si era di già sprofondata nella tormenta dell'invasione barbarica. Ma antichi scrittori, che si occuparono del palazzo innalzato da Teodorico, hanno fatto osservare che questi non inaugurò l'edificio costruito per sua cura, la qual cosa nel linguaggio dell'epoca significa che non vi abitò. Se ciò è esatto, caratterizza assai bene il destino degli Ostrogoti, che, in generale, non riuscirono mai a prendere piede stabile in Italia. Il re degli Ostrogoti continuò dunque, probabilmente, a risiedere nel vecchio palazzo imperiale, mentre faceva costruire l'altro, del quale alcuni frammenti sono rimasti.

Si scorgono nella strada principale che, da Porta Serrata a Porta Nuova, traversa Ravenna da un capo all'altro. Là s'innalza un alto muro in mattoni, sulla parte superiore del quale stanno una grande nicchia e otto piccoli archi romani. Le porte hanno egualmente la forma di arcate romane. Così come sono attualmente, col loro triste aspetto, questi ruderi ci fanno intravedere il medio evo nascente, caratterizzato dallo scomparire della grandiosa concezione architettonica romana. Questa riduzione di dimensioni appare, del resto, in tutti i monumenti di Ravenna. In verità, sarebbe azzardato appoggiarsi alla piccolezza delle vestigie del palazzo gotico di Ravenna per concludere che, nel suo insieme, questa costruzione non era nè sontuosa, nè grandiosa. Gli antichi cronisti affermano che Teodorico si fece portare da Roma e da Costantinopoli marmi preziosi e colonne, e che impiegò specialmente i ricchi avanzi del distrutto palazzo il «Pincio». Ciò è molto strano, poichè Ravenna stessa doveva essere una miniera di magnifici materiali. La residenza di Teodorico era, dicono, contornata da portici e ornata, all'interno, di splendidi mosaici.

Davanti la facciata del palazzo si trovava la statua equestre di Teodorico, in bronzo dorato. La bellezza di quest'opera ha vivamente colpito lo spirito dei contemporanei e di Carlomagno, mediocre conoscitore, in verità, in cose d'arte. Se la morte impedì a Teodorico di stabilirsi nella sua compiuta dimora, vi risiederono però i suoi successori. In seguito, vi si stabilirono gli esarchi, mentre l'antico palazzo degli imperatori subiva la sorte delle dimore imperiali di Roma, cadeva cioè a poco a poco in rovina. La stessa sorte ebbe a sua volta il palazzo di Teodorico, che durò press'a poco due secoli. Carlomagno lo saccheggiò col consenso di papa Adriano I, e ne trasse marmi e mosaici, che fece trasportare a Aix-la-Chapelle, per ornarne la sua celebre chiesa e il suo palazzo. Anche la statua di Teodorico fu da lui trasportata di là dalle Alpi. Però Zirardini, appoggiandosi a documenti antichi, afferma che nell'XI e anche nel XII secolo si faceva ancora menzione del palazzo dei re goti; dei resti assai importanti di esso si erano dunque conservati intatti, almeno sino a quell'epoca. Tutta una parte della città si chiamava «palazzo di Teodorico»; e anche oggi il nome del gran re dei Goti viene conservato da un quartiere di Ravenna, e il viaggiatore può vederlo, non senza stupore, scritto alle cantonate delle strade.

Non si può dubitare che il resto di muro, di cui si parla più sopra, abbia fatto parte del palazzo di Teodorico. La tradizione del luogo, in cui sorgeva questo fabbricato, non poteva in alcun modo perdersi in Ravenna. Del resto, un pezzo di mosaico fortunatamente conservato a Sant'Apollinare Nuovo, rappresentante la facciata del palazzo stesso, riproduce appunto uno stile architettonico analogo a quello del muro che ho descritto. Nel 1654, un legato del Papa fece incastrare in questo muro un'urna di porfido; e siccome questa era stata trovata presso la tomba di Teodorico, ne concluse che aveva contenuto le ceneri del gran re dei Goti e ciò fu arditamente affermato nell'iscrizione oggi ancora visibile.