Il re dei Goti morì il 30 agosto 526, in discordia completa con la chiesa di Roma e con Bisanzio; fu sepolto nel mausoleo che egli aveva fatto costruire per sè e per la sua famiglia, presso l'entrata della città. Questo celebre sepolcro, monumento della dominazione dei Goti in Italia, legame tra due periodi della storia dell'arte, si è conservato fino ai nostri giorni ad un dipresso come il mausoleo di Galla Placidia. La maggior parte dei famosi sepolcri di Roma sono stati completamente distrutti, come quello di Augusto, o trasformati in fortezze e resi affatto irriconoscibili, come quelli di Adriano e di Cecilia Metella; il monumento di Teodorico, invece, ha resistito al tempo, almeno nelle sue parti essenziali. Le arcate che circondavano probabilmente le terrazze del piano superiore, sono sparite; ma i secoli non sono riusciti ad abbattere i contrafforti di pietre da taglio, nè la gigantesca cupola monolita, che sormontava l'ultima dimora del grande re barbarico. Questo monumento è la prima cosa che colpisce il viaggiatore appena giunge a Ravenna, perchè la strada ferrata vi passa vicino, a circa cento metri. S'innalza in mezzo a vigne e giardini. Un viale d'alberi vi conduce; la folta erba che lo ricopre mostra chiaramente la scarsezza dei visitatori. Questa solitudine selvaggia e questa bella verdura armonizzano con i gusti dell'eroe germanico, innamorato della fresca natura, come lo era tutto il suo popolo.

Mentre la pia Placidia che visse per molto tempo a Bisanzio, si faceva seppellire in una cappella quasi sotterranea, splendente di mosaici e d'imagini sante, Teodorico, il re goto, preferiva una sepoltura degna di un capo di barbari del nord e di un Cesare romano. La semplicità grandiosa del monumento, di cui i giganti soli sembrano aver potuto sollevare il tetto di roccia, conviene bene alla memoria dell'antico Dietrich von Bern, dell'eroe di Nibelungi; ma, d'altra parte, il carattere romano dell'insieme della costruzione rievoca il ricordo del germano già quasi trasformato dalla civiltà. Ben si adattava là l'ultimo asilo pel sovrano amico del letterato Cassiodoro, per l'erede, nello stesso tempo che per l'emulo, degl'imperatori della Città eterna.

Al piano inferiore dell'edificio una porta arcata si apre su di una sala a vôlta, avente la forma della croce latina; al piano superiore c'è una porta quadrata che dà accesso alla sala, a cui la cupola serve di soffitto. Le due scale di pietra, che conducono a quest'ultimo piano, non furono compiute che nel 1780. Nessun sarcofago appare più nelle due sale vuote; nessuna iscrizione indica il luogo ove riposavano il gran re e i suoi successori. Nessuno sa dire in quale epoca sparvero le urne funerarie, nè in qual luogo furono trasportate. La leggenda sola racconta che il feretro di porfido di Teodorico stava in cima all'edificio sopra la cupola; ma questo non può essere che un errore, poichè il sarcofago doveva rimanere piuttosto nella gran nicchia del piano superiore, di fronte alla porta d'ingresso. Un'altra leggenda vuole che il sarcofago di Teodorico si trovasse nella chiesa di Santa Prassede a Roma. Più ammissibile è che, allorquando Belisario s'impadronì di Ravenna, i Greci e gl'Isaurii abbiano saccheggiato, per vendetta, l'interno del mausoleo e disperse lontano le ceneri del valoroso capo dei Goti; e se il sarcofago non fu distrutto allora, probabilmente uno degli esarca lo fece trasportare a Bisanzio come trofeo. In ogni modo, Carlomagno certo non lo trovò a Ravenna, perchè altrimenti l'avrebbe fatto trasportare ad Aix-la-Chapelle, ove, forse, sarebbe andato a inchinarsi.

Teodorico, costruendo la sua tomba sperava, sicuramente che tutta una sua dinastia vi sarebbe venuta successivamente a riposare; ma s'ingannava. La sua casa doveva bentosto crollare, in un rapido e terribile cataclisma, e l'impero intiero dei Goti venir travolto dalla stessa tormenta. Si pensa a questa brusca catastrofe, quando ci si trova in mezzo al mausoleo, fra le nude muraglie, e si cercano invano le traccie dei morti, ai quali doveva servire d'asilo. Amalasunta, la nobile e intelligente figlia di Teodorico, vi seppellì, nel 534, suo figlio Atalarico, ultimo rampollo del ramo paterno, ucciso, nell'età più tenera, dagli stravizi italiani. Poco dopo, Amalasunta fu strangolata, in un'isola del lago di Bolsena, e, a quanto sembra, il suo corpo fu riportato a Ravenna. Il suo sposo e, probabilmente, suo assassino, Teodato, sgozzato nel 536, mentre fuggiva da Roma verso Ravenna, non trovò neppur lui riposo nel mausoleo di Teodorico; e neanche la disgraziata Matavinta, figlia d'Amalasunta, che Vitige, successore di Teodato, aveva costretto ad accettarlo per marito. Come Vitige, essa terminò i suoi giorni in prigione a Bisanzio o in qualche altra città dell'Oriente. Quanto agli ultimi re ostrogoti, nessuno di essi lasciò a Ravenna la sua spoglia mortale. Il valoroso Totila fu seppellito sugli Appennini e Teia ai piedi del Vesuvio, sul campo di battaglia, ove aveva lottato come un eroe omerico.

Il viaggiatore tedesco sente passare su di sè il grande soffio della storia e, nello stesso tempo, prova un profondo e malinconico amore per la sua patria, quando, isolato in quel deserto di verdura, contempla la tomba di Teodorico. Intorno al severo monumento del re ostrogoto aleggiano le ombre di quel secolo eroico, in cui l'epopea greca di Omero sembra confondersi con l'epopea tedesca dei Nibelungi. La mente evoca le imagini di Belisario, di Narsete, di Totila, di Teia, di Teodorico e di Amalasunta, di Cassiodoro, di Procopio, di Boezio, di Giustiniano, di tante altre figure di goti e di greci, che recitarono la loro parte in uno dei più meravigliosi drammi che la storia universale annoveri, nel caos delle nazionalità, delle civiltà che si confusero e si combatterono sulla soglia del medio evo. A Roma, l'arco trionfale di Costantino segna la frontiera tra il paganesimo e il cristianesimo; a Ravenna il monumento di Teodorico è il tratto d'unione tra il mondo antico e il medio evo germanico-romano, mentre è, nello stesso tempo, la tomba dell'arte, della letteratura, della scienza e della civiltà, protetta in generale da Teodorico e da sua figlia, ma condannata a sparire dopo essi, per secoli e secoli, nelle fitte tenebre della barbarie. Le fondamenta della tomba si sprofondano ogni giorno di più nel sottosuolo paludoso. Un papa, bene intenzionato, Gregorio XVI, se non erro, tentò di sviare le acque stagnanti per mezzo di un canale murato, ma il suo tentativo fallì. Ho trovato io stesso, nella stagione più asciutta dell'anno, un vero pantano che, in autunno, immagino, invaderà il piano inferiore del monumento. Il peggio si è che le pietre da taglio del piano superiore qua e là si staccano. Il conte Alessandro Cappi, amante della conservazione di Ravenna, si è lagnato amaramente con me dello stato di abbandono, in cui si lascia il monumento, pel quale nulla si è fatto da molti anni; e io non posso qui che unirmi a lui per scongiurare gl'Italiani a prendere, il più prontamente possibile, delle misure atte a preservare da una maggiore ruina questo importante documento dei secoli scorsi. Chi si ricorda le parole di Cassiodoro, ultimo dei Romani, ministro dell'immortale Teodorico? Siccome si portava dinanzi a lui, contro i Goti, l'accusa di essere i distruttori della civiltà antica, egli gridò: «Gothorum laus est civilitas custodita!» E' questo un proposito, al quale si dovrebbero ispirare gl'Italiani d'oggi; se essi hanno un diritto storico sul monumento di Teodorico, noi tedeschi gli siamo legati da una specie di attaccamento morale. A questo titolo, mettiamo il mausoleo del gran re dei Goti sotto la protezione del sentimento di pietà che ordinariamente ispirano i ricordi del proprio passato glorioso. Grazie a Dio, non siamo più a quell'epoca di vero vandalismo, in cui si abbandonavano con indifferenza al disfacimento e alla rovina i più maravigliosi monumenti dell'arte e della storia.

Alla fine del 539, il grande Belisario fece la sua entrata da vincitore nella città di Ravenna, fino allora inespugnabile, e si stabilì nella dimora abbandonata di Teodorico. Non è pertanto a lui, ma al suo emulo in valore e gloria, all'eunuco Narsete che il destino riserbava l'onore di por fine alla spaventosa guerra intrapresa contro i Goti. Giustiniano nominò questo generale patrizio e governatore delle sue Provincie d'Italia; e Narsete fissò la sua residenza nel palazzo di Teodorico, e Ravenna continuò a essere considerata come la capitale d'Italia.

La più celebre delle chiese di Ravenna è quella di San Vitale, presso il mausoleo di Galla Placidia. Cominciata nell'ultimo anno di regno di Teodorico e continuata durante tutto il periodo della guerra contro i Goti, era ancora incompiuta, quando Belisario fece la sua entrata nella città. Finalmente, nel 547, l'arcivescovo Massimiano consacrò la chiesa nel momento in cui, per la seconda volta, Totila assediava Roma, e Belisario, per la seconda volta pure, la difendeva vittoriosamente. La costruzione di San Vitale è dunque contemporanea alla caduta dei Goti e glorificò il trionfo di Costantinopoli. Nella stessa epoca Giustiniano erigeva, nella sua capitale, il magnifico monumento di Santa Sofia, di cui l'imagine si riflette nella forma di San Vitale. Per la storia dell'arte, questa basilica bizantina rappresenta il tipo più puro dell'architettura e della pittura del periodo giustiniano, di cui restano, a parte Santa Sofia, così pochi monumenti originali anche in Costantinopoli. Ciò, sopratutto, per i mosaici così numerosi e così ricchi in tutte le basiliche bizantine del tempo di Giustiniano e di cui la maggior parte sono oggi scomparse.

San Vitale ha la forma di un ottagono, con cupola. Delle colonne interne sostengono la chiesa, e una galleria di archi la circonda a mezza altezza. La cupola era un tempo rivestita di mosaici, ma questi a poco a poco sono caduti, mentre conservati si sono invece nella loro integrità i celebri mosaici del presbiterio. L'edificio fu così solidamente costruito, che l'opera dura da 1300 anni, senza aver subìto la minima riparazione notevole: fatto questo veramente importante nella storia del mosaico. I rivestimenti di San Vitale sembrano appartenere a due epoche distinte, separate probabilmente da un secolo d'intervallo. I più recenti mosaici sono nella parte superiore del presbiterio. Le figure del Cristo e degli apostoli si avvicinano digià a ciò che si è convenuto chiamare tipo bizantino. Il Cristo è barbuto ed ha lunghi capelli biondi. Al contrario, nella tribuna il Salvatore appare con un viso più giovane; è seduto fra due angeli, sul globo del mondo, e offre la corona al martire Vitale, mentre a sinistra sant'Ecclesio, fondatore della basilica, gli porge la pianta dell'edificio. Il Cristo porta l'aureola con la croce, ed è vestito di un manto scuro, tutto di un colore. L'espressione di questa giovane fisonomia ha nello stesso tempo tanta grazia antica e purezza ideale, quanta non ricordo di averne mai riscontrata in nessun altro mosaico. Nella stessa tribuna l'artista ha osato rappresentare, al lato dei sacri personaggi, dei ritratti profani e contemporanei, quelli dell'imperatore Giustiniano e de' suoi cortigiani. Non conosco un altro esempio simile, poichè il celebre mosaico laterano a Roma, che rappresenta Carlomagno, non era destinato che ad una sala da pranzo. Sul muro di destra della tribuna si vede Giustiniano in piedi, la testa cinta da un'aureola; il che prova come allora questo simbolo non avesse ancora il significato dogmatico attribuitogli più tardi. Egli porta in mano un'offerta; sulla sua veste semplice e scura brilla una stella d'oro; i suoi piedi sono calzati da coturni di porpora bizantina; la testa è giovanile, di un ovale regolare, il corpo vigoroso e slanciato. L'imperatore ha i baffi, mentre i guerrieri che lo circondano, armati di lance e scudi col monogramma di Cristo, appaiono assolutamente imberbi. Dall'altra parte del dipinto, san Massimiano, seguito da due ecclesiastici, s'avanza incontro a Giustiniano. Si direbbe che, per rispetto alla maestà imperiale, la quale, del resto, rivendicava anche quella del supremo pontificato, si sia volontariamente spogliato dell'aureola; egli, difatti, non porta tale attributo; tratto caratteristico, questo, del dogma bizantino e che riflette la natura inaccessibile e il prestigio divino della potenza imperiale. Sappiamo, d'altronde, che l'aureola fu originariamente tratta dalle imagini di Apollo e che essa circondava digià la testa degli imperatori romani onorati nell'apoteosi.

Di fronte, sulla parete sinistra della tribuna, si vede la sposa dell'imperatore, Teodora, un tempo prostituta a Bisanzio e famosa per l'abilità sfrontata con cui riproduceva sul teatro le scene più impudiche, in seguito imperatrice d'Oriente e d'Occidente; essa pure è riprodotta con l'aureola di Cristo sulla testa, in un santuario, in mezzo ai Santi! Conoscendo le incredibili storie che su questa donna narra Procopio, il cronista di Belisario e l'ultimo degli scrittori classici dell'antichità, e ricordando come egli abbia stigmatizzato nella sua Storia secreta il carattere di Giustiniano, si rimane veramente stupiti di trovare una simile imagine in un quadro sacro di chiesa. Certo, noi non ne vorremmo essere privati per questo, poichè hanno per la storia un prezzo inestimabile. E siccome l'arte di quell'epoca era ancora capace di esprimere le rassomiglianze, si può ammettere che queste figure imperiali non fossero parto di fantasia e che si avvicinassero abbastanza all'originale.

Teodora v'è rappresentata come una donna giovane, bella, imponente e di aspetto veramente imperiale. Porta il sontuoso diadema bizantino, e il suo sacro mantello è riccamente ornato, alla foggia orientale, di ricami d'oro e di pietre preziose. Come Giustiniano, essa tiene in mano un vaso che porta a titolo di offerta. Ai suoi lati le dame della corte, di nobile aspetto come la loro padrona, sono vestite di broccato drappeggiato all'antica, in colori ricchi e svariati. E' notevole la loro pettinatura, la quale ricorda esattamente quella delle donne romane del tempo de' Flavii e degli Antonini. Sarebbe azzardato voler ritrovare dei ritratti autentici in queste figure, che si rassomigliano le une alle altre; ma pur tuttavia tali tipi muliebri, appartenenti all'epoca più brillante, più sontuosa, più raffinata della corte di Bisanzio, non si possono guardare senza interesse. L'artista ha dato loro un carattere di vera grandezza, senza mai cadere nell'esagerato. Un'eguale espressione di solennità e di gravità è trasfusa nella loro fisonomia, e così, nonostante il carattere profano, la santità del luogo non è turbata. Esaminando quegli splendidi mosaici non si può fare a meno di rilevare che l'arte bizantina, di cui sono un'emanazione, era ancora ben vicina all'antichità. Non vi è traccia di quella concezione religiosa esaltata, nemica di ogni gioia umana, nè di quello stile rigido monastico che si è preso l'abitudine, non so perchè, di chiamare bizantino.