[6] La narrazione del cappellano Vincenzo Vannutelli è stata da contemporanei degni di fede e da storici sereni, imparziali, in gran parte sconfessata. Il Vannutelli aveva tutto l'interesse, si capisce, di mettere in luce Garibaldi e i suoi valorosi compagni. Al Gregorovius, storico di solito così imparziale e sicuro, si può solo rimproverare di aver troppo prestato orecchio a quello che allora si andava propalando per l'Urbe dagli avversari di Roma capitale d'Italia, e per quanto non abbia certo accettato come verità sacrosanta quanto il cappellano degli zuavi aveva scritto. Lo provano, a questo proposito, le seguenti parole:
«Il lettore si sarà accorto che il monaco romano del 1867 descrive i garibaldini colla ingenuità con cui Erodoto descrisse gli Sciti o Villani gli Unni. Quando, ancora prigioniero, ma sfuggito alla morte e travestito, viaggiava sulla linea ferroviaria di Spoleto, in un treno pieno di garibaldini che ritornavano nell'Umbria, nell'attraversare un tunnel, mentre il treno rallentava la corsa, egli, guardandosi intorno, pensava: «Ecco una esatta immagine dell'inferno. La luce incerta del vagone, la corsa sotterranea, il frastuono del treno, il clamore di tutti questi uomini vestiti di rosso, tutto contribuisce a farmi credere di essere piombato nel più profondo degli abissi infernali».
[7] «Dopo la presa di Monterotondo molti si fecero, col broccato degli abiti sacerdotali dei distintivi da ufficiale, si presentarono ai presunti loro subordinati e dissero: Vedete, io son tenente, capitano, e così di seguito; al che fu risposto con un applauso di scherno, con fischi ed altri acuti suoni che facevano mettendo le dita nella bocca».
[8] Pantaleone difese il suo già compagno di fede, che doveva essere fucilato. Anche dei parenti, che egli aveva fra i garibaldini, parlarono in sua difesa; altri giovani gli fecero scudo col loro corpo contro i furenti, che volevano finirlo, e che erano istigati da una contessa emancipata, certa Martini, la quale raccomandava loro di spacciarlo. Il monaco fu posto in libertà, ma internato a Perugia, di dove tornò felicemente a Roma.
[9] Il marchese romano Capranica ha tradotto Gli Albigesi e il Savonarola di Lenau; ma queste versioni son tuttora inedite.
[10] Dall'anno 1858, in cui io scrivevo queste pagine, molte cose si son mutate nei circoli letterari di Roma. Il simpatico Giovanni Torlonia morì il 9 novembre 1858 nell'età di 27 anni, lasciando nella giovine scuola un irreparabile vuoto. Nannarelli fu chiamato a Milano professore all'Accademia; l'avvocato Ciampi ha svolto felicemente le sue facoltà, e adesso è fortunato autore di commedie in versi. Recentemente, anche l'ufficiale romano Muratori ha acquistato buona fama di poeta drammatico. (Nota dell'autore).
[11] Otto III. Rom. Imp. Germ. Ob Patrata Crimina Austeriori Disciplinae Sancti Romualdi Obtemperans Emenso Nudis Pedibus Ab Urbe Romana Ad Garganum Montem Itinere Basilicam Hanc Et Coenobium Classense XXXX Diebus Poenitens Inhabitavit Et Hic Cilicio Ac Voluntariis Castigationibus Peccata Sua Expians Augustum Dedit Humilitatis Exemplum Et Imperator Sibi Templum Hoc Et Poenitentiam Suam Nobilitavit Anno DCM.
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