Saverio de Rinaldis, lo cantò in un poema epico latino, ad imitazione di Virgilio, dal titolo la Paolineide. Lo acquistai un giorno nel porto di Napoli, dove lo vidi in vendita sopra un muricciolo; ma, sebbene quanto avevo udito intorno alla festa del santo m'ispirasse curiosità, non mi bastò però il coraggio per leggere tutto quanto quel lungo poema. Non sarà tuttavia fuor di luogo accennare che il santo nacque nell'anno 351 in Guascogna, dove suo padre, prefetto della Gallia, era tuttora gentile, ed aveva educato il suo figliuolo al paganesimo. Se non che, convertitosi Paolino al cristianesimo in Bordeaux, non tardò molto a divenire zelantissimo della novella religione. Ottenuto il consolato, venne mandato ad amministrare la provincia della Campania e quivi giunto trasferì la sua dimora dal capoluogo Capua a Nola, per la ragione che in questa trovavasi sepolto il santo vescovo Felice, e che i molti miracoli da esso operati traevano gran folla alla sua tomba. Paolino, rinunciò al mondo, e le proprie convinzioni e le tristi esperienze fatte della vita lo portarono a dedicarsi tutto al sacerdozio, imperocchè accusato nientemeno che dell'uccisione di suo fratello, non aveva potuto provare la sua innocenza che grazie all'intercessione del santo suo protettore Felice. Diventato prete, Paolino non tardò ad acquistare grande rinomanza per il suo ingegno e per la sua dottrina nelle scienze ecclesiastiche, mentre la santità della sua vita gli procurò l'universale venerazione. Venne chiamato a succedere a Felice nella cattedra vescovile di Nola, e quando morì, nel 431, fu sepolto nella stessa cattedrale, di dove il suo corpo venne trasportato prima a Benevento, poscia a Roma, nella chiesa di S. Bartolomeo.

Nè il suo genio, nè i suoi miracoli contribuirono maggiormente però a mantenere viva nel popolo la memoria di S. Paolino, bensì una sua buona azione, un suo atto generoso. Mentre era vescovo, l'unico figliuolo di una vedova di Nola fu preso dai Vandali e portato come schiavo in Africa. Paolino, mosso da sentimento di carità cristiana, si portò colà per riscattare il giovane, sottoponendosi in vece sua alla schiavitù africana. Compiuta questa santa opera, tornò dalla Libia, ed i Nolani si recarono ad incontrarlo fuori della città, riconducendolo al suo vescovato, con musica, danze e con le più solenni manifestazioni di gioia. Questo ingresso trionfale ebbe luogo il 26 di giugno di non si sa quale anno e ogni anno si celebra la memoria di quel giorno, con straordinario intervento di persone, le quali accorrono da tutte le contrade della Campania, per prendere parte a divertimenti curiosi e originali.

Mi recai di buon mattino a Nola con la ferrovia. I prezzi dei biglietti erano stati ridotti e alla stazione vi era una grande ressa di gente, mentre tutte le altre strade che portano a Nola erano piene di carrozze di ogni specie, le quali, movevano verso la città in festa. Il mio viaggio durò poco più di una mezz'ora a traverso fertilissime contrade, tutte coltivate a viti. Giunto a Nola, vidi, per così dire, una fiumana di gente che entrava in città.

In vicinanza della porta si teneva la tradizionale fiera; le antiche mura della città ed una torre aderente, erano tappezzate di cartelloni giganteschi, dipinti bizzarramente; nella torre stessa si faceva vedere la gran foca marina e sulla porta un uomo con una tromba faceva un fracasso del diavolo, ora suonando l'istrumento ed ora vantando i pregi del curioso animale. In una casa di fronte si faceva pure una musica infernale, interrotta di quando in quando dalle voci stentoree di una compagnia di giocolieri, i quali invitavano il pubblico ad ammirare le loro prodezze. Non è possibile descrivere la varietà delle merci che venivano offerte con alte grida nelle botteghe; nè il chiasso assordante della folla, la quale irrompeva nella città; nè la varietà dei colori dei vestiti che il popolo indossava e delle bandiere che quasi tutti i popolani agitavano in mano. Ero appena entrato a Nola che mi colpì la vista una strana cosa, della quale non avevo ombra d'idea e che mi fece dubitare di trovarmi piuttosto nelle Indie, od al Giappone, che in Italia, nella Campania. Vidi una specie di torre, alta, sottile, tutta ornata di carta rossa, di dorature, di fregi d'argento, portata sulle spalle da uomini. Era divisa in cinque ordini, a piani, a colonne, decorata di frontespizi, di archi, di cornici, di nicchie, di figure e coperta ai due lati di numerose bandiere. Le colonne erano rosse, lucide, le nicchie dorate all'interno e guarnite di rabeschi assai originali; le figure rappresentavano geni, angeli, santi, guerrieri, tutti vestiti nelle foggie più strane ed erano collocati gli uni sopra gli altri, e tenevano, in mano corni, mazzi di fiori, ghirlande e bandiere. Tutto si moveva, tremava e svolazzava, e la torre stessa, portata da circa una trentina d'uomini robusti, oscillava essa pure. Nel piano inferiore stavano sedute alcune ragazze, incoronate di fiori, in mezzo ai suonatori, i quali facevano un chiasso indescrivibile con trombe, tamburi e triangoli.

La torre si avanzava lentamente nella strada, superando l'altezza delle case, ed era sormontata in cima dalla statua di un santo. Da altre parti si udivano nuove musiche e si vedevano consimili torri.

«Dio mio!—dissi ad un uomo che mi stava vicino—che cosa significa tutto questo?» Mi rispose alcune parole in un dialetto incomprensibile, fra le quali, uniche che riuscii ad afferrare, quelle di guglie di S. Paolino. «Dovete sapere—mi disse allora un Napoletano—che queste torri e questi obelischi sono dedicati al santo, perchè quando egli ritornò dall'Africa, gli abitanti di Nola gli andarono incontro facendogli grandi feste e portando fra le altre cose tali obelischi. Di qui potrete vederli passare tutti, mentre si avviano alla cattedrale».

Preferii recarmi senza indugio sulla piazza stessa, davanti al duomo, dove dovevano prender posto tutte le torri.

Ne arrivarono subito nove da diverse parti ed erano quasi tutte della stessa altezza, ad eccezione di una più elevata delle altre, che raggiungeva i centodue palmi d'altezza appartenente alla corporazione degli agricoltori. Ogni corporazione, od arte di una certa importanza, prepara simili torri per la festa del santo. Le spese sono sostenute dall'arte e ascendono per ogni torre a circa novantasei ducati napoletani.

Nell'esaminare più da vicino quelle strane apparizioni che tanto mi avevano colpito, a prima vista rilevai che riproducevano l'architettura bizzarra e barocca degli obelischi che sorgono sopra alcune piazze di Napoli, e che, sopracarichi di sculture e di ornati, non dànno un'idea molto favorevole del buon gusto artistico dei Napoletani.

Ogni obelisco è fabbricato in istrada, presso la casa di qualche distinto maestro d'arte, sotto una grande e alta tenda destinata a proteggere contro le intemperie l'opera stessa e gli artisti che la stanno componendo.