Lo scheletro delle torri è formato di antenne e di travicelli; un piano si sovrapone all'altro e la parte anteriore e i due lati si ricoprono di carta, mentre la parte posteriore è formata tutta da foglie di rami di mirto e da una quantità di piccole bandiere. Sulle pareti di carta dei due lati sono dipinti geni i quali portano ghirlande. La parte anteriore è la più ricca di ornamenti, perchè a questa lavorano pittori ed architetti. Ogni piano è formato di colonne di ordine corinzio, sormontate da una cornice con una nicchia ed in questa sono collocate figure e statue. Le persone vive stanno al piano inferiore, e sono ragazze e giovanetti che vestono una gonnella corta e portano in testa elmi di carta dorata. Nella nicchia, a metà della torre, si trova la figura principale. In quella degli agricoltori, o mietitori, io vidi una Giuditta colossale stupendamente vestita, la quale teneva in mano la testa di Oloferne; in altre torri scorsi santi, o protettori, o patroni dei varî mestieri. A fianco di queste figure principali si trovano ad ogni piano emblemi di varia natura, angeli che tengono in mano bandiere, od arpe, e geni con corone di fiori e trombe. Nella nicchia del piano superiore sta un angelo con un incensorio, e sulla cupola dorata, o sull'ornamento a foggia di giglio, che forma l'estremità della torre, sorge un santo. Sulla torre degli agricoltori si vedeva S. Gregorio vestito da cavaliere dell'ordine di Malta, con una bandiera in mano.
Un emblema posto sulla cornice che sormonta la nicchia a metà della torre, indica la corporazione, o il mestiere a cui quella appartiene. Su quella degli agricoltori stava una falce; su quella dei pastai stavano due grossi pani; su quella dei macellai era un pezzo di carne; su quella dei sarti una bianca veste; su quella dei calzolai una scarpa; su quella dei pizzicagnoli una forma di cacio; su quella dei negozianti di vino un fiasco. Ogni torre inoltre è preceduta da un giovanetto, il quale porta un altro emblema: quello dei giardinieri portava un corno di abbondanza; gli albergatori e i bettolieri erano preceduti da un barile di vino sostenuto da due giovani, vestiti in guisa da raffigurare S. Pietro e S. Paolo.
Al suono delle loro bande musicali, tutte le torri si avviarono verso la cattedrale. Tutto quel chiasso, tutta quella gente dai costumi più svariati, tutte quelle bandiere, i balconi delle case gremiti di fiori e di belle ragazze, tutte quelle torri bizzarre che oscillavano, sotto il sole abbagliante del mezzogiorno, formavano uno spettacolo così vivace, così singolare che ne rimasi assordito, allibito: credetti di essere tornato ai tempi del paganesimo.
La marcia delle torri era aperta da due di queste, assai piccole, al piano inferiore delle quali erano ragazzi coronati di fiori; poi veniva una barca, in cui stava un giovanetto vestito alla turca, con in mano un fiore di granata. Dietro la barca veniva un grandioso legno da guerra, benissimo rappresentato, con a prua un giovane vestito da moro, che se ne stava fumando un sigaro, mentre sul ponte eravi la statua di S. Paolino, inginocchiata in atto di preghiera, davanti ad un altare.
Giunta poi ogni torre davanti alla cattedrale, incominciava uno strano spettacolo, imperocchè ognuna di quelle moli grandiose si dava a ballare a suon di musica. Precedeva i portatori un uomo con un bastone, il quale batteva il tempo, e le torri seguivano quello. Il colosso oscillava e sembrava ad ogni istante che volesse perdere l'equilibrio e cadere; tutte le figure si muovevano, le bandiere sventolavano; era un colpo d'occhio fantastico. Ogni torre incominciava a danzare davanti al duomo, e poi ballavano tutte insieme per quasi cinque minuti. Appena ogni torre si era fermata davanti alla cattedrale e aveva ripreso il suo posto, una ventina di giovani e di uomini si disponevano in circolo intorno ad essa, tenendosi le mani sulla spalla e ballavano. Intanto due ballerini facevano in mezzo a questi una danza particolare, finchè sopraggiungeva un terzo che veniva da questi sollevato per aria, dove si dimenava con tutte le membra. A poco a poco cominciava a divenir pallido e, quasi colpito da vertigine, cadeva a terra come morto. Gli altri continuavano a ballargli intorno, in circolo, mentre il morto si rialzava sorridendo e al suono di nacchere esso pure si rimetteva a girare. Quelle danze strane e originali, mi ricordarono il culto di Adone, ma non trovai nemmeno chi potesse fornirmi un'esatta spiegazione di quel ballo mistico. Davanti ad una torre, invece di ballare, si facevano giuochi di forza e un uomo faceva esercizi sulla testa di un altro. Ballò perfino il grosso legno da guerra. In alcuni momenti suonavano contemporaneamente le musiche di quattro di quelle torri, che insieme con gli urli, con gli schiamazzi e con le grida di migliaia di persone, facevano un baccano indiavolato.
Tutto questo chiasso avveniva sulla piazza, davanti alla cattedrale, mentre nell'interno della chiesa il vescovo cantava tranquillamente messa solenne che i fedeli in ginocchio stavano ad ascoltare devotamente.
Terminata la messa e finito il ballo delle torri, si chiuse la funzione religiosa con una processione a cui presero parte tutto il clero secolare, e tutte le corporazioni di frati; non vidi mai in Italia frati di un aspetto così imponente e così florido come questi e non so se ciò dipendesse dalla bontà dell'aria, dalla ricchezza e fertilità del paese, o dalla libertà con cui vivono i frati nel regno di Napoli. La processione con dietro tutte le torri, fece il giro di tutta la città accompagnata dallo scoppio incessante di razzi e di mortaletti.
Era intanto passato mezzogiorno; le funzioni religiose erano terminate e la popolazione cominciava ad andarsene per i fatti suoi. Stordito da tutto quel baccano, stanco di tutta quella folla, cercai rifugio in una trattoria, che trovai già piena di gente. In questi paesi tutto è allegro e chiaro, ed anche le pareti di quella bettola erano dipinte a colori vivaci. In un batter d'occhio vidi recare e scomparire piatti enormi di maccheroni, e di carne di agnello arrosto. Il vino rosso e denso era servito in brocche di terra cotta, a doppio manico, e non si beveva, come nell'Italia superiore e centrale, in bicchieri di vetro, ma alla brocca stessa, come nei tempi antichi. Il vino mi parve assai migliore, bevuto in una brocca la quale per la forma mi ricordava i vasi antichi e quelle brocche scoperte a Pompei, ora a Napoli nel Museo Borbonico e che hanno del pari doppio manico e la brocca a foggia di trifoglio. Oggigiorno, tutte queste brocche, nella Campania, sono verniciate in bianco con alcuni ornati che però non conservano più nulla dello stile greco.
Nel pomeriggio il calore insopportabile riversò tutte le persone nei caffè, i quali prendono il nome di Caffè nobile, non appena cominciano a presentare una certa apparenza. Cercai il migliore di tutti, che trovai però già pieno zeppo di persone; vi si soffocava per il caldo. V'erano contadini che cantavano ritornelli, improvvisatori, signori e dame elegantemente vestite, gli uni seduti, gli altri in piedi, e altri ancora che giravano attorno ai tavoli. Si prendevano gelati in abbondanza e di gusto squisito. Non ho mai provato come in quel caffè la voluttà di sorbire un buon gelato, tanto era soffocante il calore, e non tardai molto in mezzo a tutta quella folla, ad addormentarmi e sognai Marcello, Annibale, Augusto morente, Livia, Tiberio, le baccanti, gli affreschi di Pompei, i vasi di Nola, S. Paolino e la sua festa, e le torri che ballavano. Al di fuori la folla continuava a gridare e a far chiasso, ma siccome il rumore era continuato, si poteva benissimo dormire come si dorme sulla spiaggia del mare, al muggito delle onde.
La città, che visitai tutta quanta, non ha nulla di notevole, ma è abbastanza pulita e resa gaia dai molti e bei giardini. Nei tempi antichi Nola non era affatto inferiore a Pompei con la quale manteneva grandi relazioni commerciali. Le tre città più fiorenti della Campania erano infatti: Nola, Aceria e Nocera, che avevano il loro porto a Pompei, sulla foce del Sarno, ricoprendo allora il mare, che di poi si ritirò da Pompei, buona parte di quella fertile pianura.