NAPOLI
(1854)


Napoli.
(1854).

I.

Roma, da dopo la rivoluzione del 1848, appare ancor più silenziosa che nel passato; tutta la vivacità del popolo è scomparsa e le classi agiate si tengono paurosamente nascoste, guardandosi bene di far parlare di sè; e le classi infime sono ancora più misere e più oppresse di prima. Le feste popolari sono scomparse, o quasi; il carnevale è in piena decadenza; e persino le feste di ottobre, un tempo sì allegre fuori delle porte, fra i bicchieri di vino dei Castelli e il saltarello, sono presso che dimenticate. Roma è oggi una grande rovina della civiltà: non vi si vedono che processioni di preti e di frati, non vi si sente che suono di campane o musica chiesastica, e tutta la vita sembra essersi rifugiata fra i curiali, fra i cardinali, fra i monaci, fra i preti. Il popolo non è che un semplice spettatore che non lavora, che non commercia e si contenta soltanto di contemplare, e contempla le rovine antiche, le gallerie del Vaticano, le funzioni in S. Pietro o nella Cappella Sistina, dove il Papa e i cardinali stanno disposti in gruppi, sempre nello stesso ordine, sì da parere un gran quadro. Persino nel Corso, per cui il Romano passeggia gravemente nel pomeriggio ed alla sera, la gente vi si reca non per muoversi, ma per ammirare le belle signore che corrono in su e in giù in carrozza.

Ben diverso è l'aspetto di Napoli, dove il vivace, febbrile e continuo chiassoso movimento di tutto quel popolo, ha del fantastico. Si direbbe una città in rivoluzione, perchè tutti si muovono, tutti si agitano, tutti gridano e schiamazzano. Nel porto, sulle rive del mare, nei mercati, in via Toledo, persino a Capodimonte, al Vomero, a Posillipo, lo stesso movimento, lo stesso chiasso. A Napoli non si riesce a far nulla, e il nostro occhio nulla può fissare: ovunque bisogna guardarsi senza posa contro gli urti e gli spintoni. La stessa viva luce del mare e delle rive mantiene in continua agitazione, eccita la vista e la fantasia; e il frastuono delle voci umane e delle carrozze non cessa nemmeno nel cuore della notte.

Da Castel Sant'Elmo salii fino al monastero di S. Margherita, un edificio principesco dei Benedettini senza l'uguale per magnificenza architettonica e per posizione, il quale domina Napoli dal Vomero, con la vista insuperabile dell'ampio golfo, delle sue isole e dell'immensa città, distendentesi da Posillipo sino alle falde del Vesuvio. Ebbene, anche a quell'altezza arriva confuso il rumore della città e pare quasi che la popolazione in basso sia impegnata in una lotta terribile, sia in piena rivoluzione. Chi volesse ricercare perchè tutta quella gente grida, che cosa offrano tutte quelle voci, troverebbe che tutto ciò è per il popolo napoletano un piacere, un godimento. Mi diceva un frate benedettino di distinguere fra tutta quella confusione la voce di alcune donne che vendevano frutta. Che cosa non si offre in vendita qui ad alta voce? Tutto quello che sorge su questo suolo benedetto, tutto quello che l'industria dell'uomo produce, ha il suo grido particolare: i pesci, le frutta, i pulcinella, le statue dei santi in legno. L'unica cosa che non si offre ad alta voce sono le belle ragazze; ma v'è pure il ruffiano pallido, che come serpe striscia per via Toledo e va susurrando a mezza voce, al passante: «Una ragazza fresca, bella, bellissima, di tredici anni...».

Rimasi a lungo sulla terrazza di S. Martino appoggiato al parapetto ad ascoltare le voci che salivano da Napoli. Se questo popolo, pensavo, fa tanto chiasso nella sua vita comune, quanto ne farà quando è agitato da passioni, durante le lotte, quando vuole il saccheggio, come fecero il 15 maggio 1848 i lazzaroni a migliaia dietro la carrozza di re Ferdinando!