Il frastuono napoletano ha però di solito un carattere pacifico: è allegro ed in fondo è ordinato nel suo apparente disordine. Tutta quella gente, che brulica come formiche, si muove in certe direzioni fisse, con uno scopo determinato. In questo popolo la vita circola come il sangue nel corpo umano, e quelle sue pulsazioni febbrili in apparenza, sono in realtà regolari e normali.

La rivoluzione e le sconfitte morali di questi ultimi anni non hanno lasciato tracce profonde nella città partenopea. La vita ha ripreso il suo corso, come nulla fosse accaduto, e non ci si accorgerebbe nemmeno di quello che accadde, se le persone prudenti non ci avvertissero di parlare con molta cautela, di guardarci dalle spie, ovunque sparse, e se qua e là, in specie a Medina e a Monte Oliveto, non si vedessero case e palazzi ancora danneggiati dalle artiglierie di Castel Nuovo. Ora, ai forestieri è concesso di portare il cappello alla calabrese ed il pizzo al mento, avendo l'ambasciatore francese chiesta ed ottenuta soddisfazione per lo sfregio fatto ad un suo connazionale arrestato per istrada e senz'altra formalità trascinato in una bottega di barbiere, dove, per ragioni di Stato, gli si erano rase le basette ed il pizzo. Mi ha narrato un prigioniero di Stato a Pozzuoli che alcuni giovani napoletani hanno dovuto scontare nel carcere il grande delitto di aver portato un cappello od una barba rivoluzionaria...

L'armonia regna in questo paese: non un volto grave, melanconico: tutto qui sorride; a migliaia scivolano nel porto le barche, a migliaia passano per Chiaia e S. Lucia le carrozze; ad ogni passo s'incontrano persone intente a mangiare maccheroni, o frutti di mare; in terra si canta e si suona; tutti i teatri sono aperti; oggi, come prima, il sangue di S. Gennaro bolle e si discioglie; nessuna bomba ha ucciso pulcinella; la Villa Reale è piena di forestieri che lasciano cospicue mancie. Questo popolo vive alla giornata: non ha passioni politiche, non ama le cose gravi, le passioni virili, senza le quali un paese non ha una storia propria. Dalle sue origini Napoli ha sempre avuto per padroni gli stranieri: i Bizantini prima, poi i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Spagnuoli, i Borboni e Gioacchino Murat. Un popolo, che è privo di carattere, che non ha sentimento nazionale, si piega a qualunque signoria. Fa senso vedere ancora oggi in corso le monete coll'effigie di Murat, accanto a quelle di re Ferdinando. Gli uomini assennati, che scusano il carattere di questo popolo e non se ne adontano, mancano di perspicacia e di prudenza.

Tornavo una sera a Napoli da Portici, e per istrada salì nella carrozza in cui mi trovavo un medico, ancor giovane, spiritoso e gentile. Egli scandagliò da prima il mio modo di pensare, quindi parlò liberamente sulle condizioni presenti di Napoli. Le sue osservazioni erano così serene che io rimasi stupito che egli si arrischiasse a farle ad uno sconosciuto. Gl'Italiani parlano volentieri di politica con i forestieri e con essi non fanno misteri del loro modo di pensare. Quel medico era stato perseguitato per aver avuto in tempo passato relazioni con Poerio. Lo interruppi nel suo discorso per additargli una grande quantità di lumi che si erano accesi alla Marinella, certo per una festa.

Come è stupenda questa vista—dissi—con tutti quei lumi che fan corona al porto!

E' vero—rispose quegli—è proprio stupendo. Così è il nostro popolo! È lieto ogni qual volta c'è una festa, uno spettacolo, una illuminazione. Come potrà mai questa folla ignorante nutrire idee serie?

I Napoletani sono irritati, ma ridono. Non vi è in tutto il mondo un paese in cui il dispotismo sia usato con tanta facilità, poichè è impossibile distruggere i tesori di questa splendida natura, ridurre sterile questo fertile suolo. Sotto questo cielo ognuno può sempre liberamente muoversi, tutti quanti i sensi provano la loro soddisfazione. La natura eguaglia tutto: non vi è luogo più democratico di Napoli. Chi potrebbe mai annullare questa magna charta della libertà?

Io ho trovato sempre straordinariamente caratteristico questo spettacolo. Nelle ore calde del pomeriggio, sotto il porticato di una delle principali chiese, quella di S. Francesco di Paola, si vedono centinaia di lazzaroni sdraiati che dormono, sudici e cenciosi, decorazione poco armoniosa e decorosa con quell'opera architettonica. Ho ripensato a quegli altri lazzaroni dell'antica Roma, i quali facevano essi pure la siesta sotto il portico di Augusto e di Pompeo, se non che quelli tenevano in tasca le tessere per la distribuzione del grano, e questi non l'hanno. In qualunque altra capitale d'Europa la polizia caccerebbe via tutti quei dormienti dal portico di una chiesa dinanzi al palazzo reale. Qui, invece, dormono a loro bell'agio, e le sentinelle che passeggiano distratte in su e in giù presso le statue equestri di Carlo III e di Ferdinando I, li guardano come la cosa più naturale del mondo.

Questa Piazza Reale, vicinissima al mare, di cui però non si gode la vista, mirabilmente selciata, tanto che potrebbe servire benissimo da sala da ballo, circondata di eleganti edifici, è uno dei punti più eleganti della città. Vi risiedono il Re, la Corte e le principali amministrazioni; si potrebbe chiamare questa piazza, non il cuore di Napoli, chè questo titolo spetta al porto, ma il cervello. La piazza non ha carattere storico e mostra piuttosto un inespressivo aspetto moderno, sia nel palazzo reale, un edificio dalla facciata liscia, dalle mura tinte di rosso, simmetrico, monotono, sia nei due palazzi uguali che fiancheggiano la piazza stessa, sia infine nella chiesa di S. Francesco di Paola, un'imitazione del Pantheon di Roma, senza carattere proprio, inespressiva come tutte le copie senz'anima. Anche le statue equestri di bronzo di Carlo III, fondatore della dinastia, e di Ferdinando I, opere pregevoli del Canova e di Antonio Calì, con la loro tinta allegra e chiara, svelte e liscie, non hanno niente di storicamente monumentale: si direbbero piuttosto decorazioni transitorie. Tutto qui ha del resto, lo stesso carattere di modernità e di gaiezza. Il palazzo reale potrebbe benissimo trasportarsi, senza che il suo stile vi si opponesse, in mezzo ad un grandioso giardino, o ad un parco, e sarebbe allora una villa principesca come quella di Caserta e di Capodimonte, alle quali moltissimo assomiglia. Il famoso teatro di S. Carlo, il più vasto fra i teatri, è attaccato al palazzo, di cui anzi forma un'ala. Le muse della musica e del ballo dimorano dunque sotto lo stesso tetto del capo dello Stato, e in una corte laterale, che si vede anche dalla strada, fanno ogni mattina gli esercizi i soldati svizzeri, molto semplicemente vestiti di tela grigia, che armonizza perfettamente con l'architettura fredda ed inespressiva del palazzo.

Re Ferdinando è tuttora imbronciato con Napoli. Il suo palazzo è deserto, la Corte trovandosi nella deliziosa isola d'Ischia. Un giorno però il Re è venuto in città per assistere alla festa della Madonna del Mercato, che gode tanta fama quanto quella di Piedigrotta. Io ho avuto occasione di vedere la famiglia reale e la Corte al Mercato, e poi per istrada, quando faceva ritorno al palazzo. Il corteo, composto di varie berline dorate, era splendido e faceva bella mostra nel Largo di Castello, mentre il palazzo reale, che avevo visto sempre muto e silenzioso, riacquistava anima e vita. Non un sol grido di Viva il Re! si levò da quella folla, che si accontentò di scoprirsi la testa, come fa quando suonano le campane dell'Ave Maria.