Sorge in Capri, sopra una collina, una casuccia solitaria, occupata da quattro ragazze, snelle, intente senza posa a filar seta e ad intrecciare paglia da cappelli. Le quattro fanciulle sono il fior fiore del mondo femminile di Capri e la loro stanzuccia è il punto di ritrovo più frequentato dell'isola. Vi si recano pure talvolta i forestieri, gli artisti, che chiamano Dee quelle fanciulle per i continui sacrifici che si offrono loro. Il mio albergatore le chiamava le quattro stagioni. Un giorno io mi recai lassù; il mio occhio cadde sopra un foglio che una delle sorelle teneva appeso al suo telaio. Rappresentava un ramo d'edera e sotto vi stava scritto il primo verso dell'Edipo Tiranno di Sofocle
Ὦ τέκνα, Κάδμου τοῦ νέα τροφή.
(O fanciulli, giovane progenie del vecchio Cadmo).
La tessitrice mi pregò di spiegarle che cosa volessero significare quelle parole in lingua ignota; mi aggiunse di avergliele scritte un Inglese. Le risposi che volevano dire: «Ragazza, di giorno sei il mio fiore, di notte la mia stella». Essa sorrise soavemente e rimase soddisfatta.
Parecchie volte avevo precedentemente osservato nelle montagne d'Italia l'ingenuità del popolo, ma non avevo mai trovato un popolo tanto ingenuo quanto questo. La sua segregazione dal mondo ha mantenuta la dolcezza dei suoi costumi e la naturalezza attraente de' suoi modi. Il forestiero viene accolto come fosse un'antica conoscenza e vi si trova come a casa sua. Non si potrebbe immaginare un maggior contrasto di quello che esiste tra la popolazione di Capri e quella di Napoli. Le donne non sono tanto belle, per quanto siano piacevoli e graziose. I loro tratti hanno sovente un qualche cosa di originale, e le linee del loro viso, sormontato da una piccola fronte, sono regolari; il loro profilo è spesso distinto, i loro occhi sono di un nero ardente o di un grigio verdognolo; il colorito bruno, la foggia dell'acconciatura del capo, i coralli e gli orecchini d'oro che portano costantemente, dànno loro un aspetto orientale. Vidi spesso, specialmente nel paese di Capri, fisonomie di vera e rara bellezza e nell'osservarle coi capelli scarmigliati, gli occhi nerissimi e grandi che parevano lanciare fiamme, sorgere nelle camere oscure dai loro telai e venir fuori, mi sembrò di vedermi comparire dinanzi tante Danaidi. In Capri s'incontrano di frequente figure che si direbbero staccate da una tela del Perugino o del Pinturicchio, di una soavità incomparabile. Le donne portano, particolarmente in Capri, i capelli disposti con gusto artistico nella sua semplicità, scendenti al basso, e trattenuti da uno spillo d'argento. Talvolta fissano il mucadore alla testa con una catenella ed allora hanno davvero l'aspetto di donne di paesi remoti. Il pregio comune però delle donne di Capri, più prezioso dell'oro, sono i denti, in tutti gli abitanti dell'isola stupendi, forse perchè non sempre hanno di che mangiare. Bisogna vederle, quelle belle figure riunite in gruppi, quando scendono dalla montagna, portando sul capo brocche d'acqua di forme antiche, o ceste ripiene di terra, ovvero pietre, dal quale faticoso lavoro traggono il loro misero sostentamento. Le donne a Capri compiono, pur troppo, un vero officio di bestie da soma, e anche le più belle, fra i quattordici e i vent'anni: Gabriella, Costanziella, Mariantonia, Concetta, Teresa e tante altre, le cui fisonomie in Inghilterra, in Francia ed in Germania sarebbero ammirate in un quadro, portano alla spiaggia, sulle loro testine, pesi che in altri paesi apparirebbero troppo gravi per un uomo.
Due settimane fa approdò all'isola un legno napoletano e sbarcò sulla spiaggia un carico di massi calcarei, destinati alla ricostruzione di un antico convento. Tutto quel pesante materiale fu, nello spazio di cinque giorni, trasportato alla sua destinazione dalle ragazze dell'isola, sulla testa. La strada ne è talmente ripida che, quando la percorrevo tornando dal bagno e da questo ristorato, giungevo alla sommità ansante e spossato di forze. Eppure io vidi una trentina di quelle ragazze cariche dei loro macigni fare per cinque giorni consecutivi e più di una volta al giorno la stessa strada, ed anzi, le più robuste, portare persino due massi. Per avere un'idea del peso di quelle pietre, provai a sollevarne una e mi ci volle tutta la mia forza per riuscire a collocarla sul capo di una di quelle povere fanciulle, cui mi parve di aver reso un non lieve servigio. Esse pregavano ingenuamente le persone che incontravano per strada di dar loro aiuto in quel penoso lavoro, a cui attendevano dal levare del sole fino a quando s'immergeva in mare, tingendo del più stupendo colore di porpora la lontana isola di Ponza. Le poverette, sotto la sferza del sole meridionale, per ben sedici volte percorrevano la dura strada. Mentre raccoglievano i massi alla marina, uno scrivano ne pigliava nota e sopra, alla Certosa, un altro li registrava in un libro, con tutta serietà. Gabriella ne aveva portati venti, e la bella Costanziella, poverina, non ne aveva recati che dieci! Il loro guadagno era di circa dieci carlini al giorno. Nella loro ingenuità, non avevano fatto nessun contratto con l'impresario, e quando si domandava loro quanto avrebbero guadagnato in quel penoso lavoro, rispondevano: «Crediamo un carlino al giorno o tanto pane di Castellamare di quel valore; sabbato sarà fatta la paga». In quel giorno l'isola presentava uno spettacolo stupendo, che i pittori non trascurarono di riprodurre sulle loro tele. La roccia calcarea di Ercolano essendo di un bel grigio, posata sul mucadore di colore rosso di quelle teste giovanili, sostenuta da un braccio o da entrambi, produceva un bellissimo effetto; la lunga fila delle ragazze cariche di massi mi ricordò la figura delle antiche canofore, o meglio delle fanciulle d'Egitto che recavano materiali per la costruzione delle piramidi. Non potevo saziarmi dal contemplarle, dall'ammirarle. Esse scherzavano, ridevano, sotto il grave peso, sempre allegre e graziose. Talvolta le vedevo verso il mezzogiorno, sedute in circolo per terra, all'ombra di una pianta di carrubba, intente a consumarsi il loro pranzo, se pur si potevano così chiamare quelle poche prugne mature e il loro pane asciutto. Dopo questa refezione, ciarlavano, scherzavano e correvano a riprendere, leggere al pari di gazzelle, il loro faticoso lavoro. Se dovessi rappresentare in un quadro la povertà tranquilla ed allegra, prenderei a modello la figura della bella Costanziella. Dopo di aver portato sotto la sferza del sole, una piramide di macigni al monastero così pittorescamente collocato, sedeva la sera sulla porta della sua casetta, deliziandosi con la musica. Mi fece udire parecchi pezzi eseguiti con molta grazia e con rara espressione: fantasie marine, canzoni delle sirene e della Grotta Azzurra; poesie senza parole, arie squisite non mai udite finora e senza nome. Suonava tuttociò con una rara perfezione, mentre i suoi occhi nerissimi scintillavano come quelli delle sirene e la sua bruna capigliatura incolta scherzava sulla sua fronte. Dopo aver suonato, Costanziella m'invitava col suo fare più disinvolto ad entrare in casa ed a prendere parte alla sua cena insieme con la mamma: mi porgeva fichi d'India maturi, che sapeva staccare con molta destrezza col coltello dall'unica pianta che sorgeva davanti alla casa, senza pungersi le dita della piccola mano. Non si parlò mai di letteratura, perchè Costanziella non conosceva i nomi di Goethe, di Schiller e non sapeva del pari che cosa fosse la letteratura francese od inglese; le sue cognizioni letterarie non si estendevano al di là di poche canzoni del porto di Napoli. Sua madre era una donna come suol dirsi alla buona, ed i suoi discorsi si aggiravano per lo più intorno ai cibi e ai mezzi di sussistenza. Costanziella non aveva mai mangiato carne; portava sassi, si ricreava con la musica e si cibava di pane asciutto, di patate con un po' d'olio e di sale. Rise assai di cuore una volta che le domandai se avesse mangiato mai l'arrosto. Intanto, però, con tutta la sua vita di stenti, essa era fresca, ricciuta quanto Ebe, o Circe, o Diana cacciatrice, e non vidi mai nessuna più gaia di lei e più esperta nel suonare lo scacciapensieri.
Ad ogni momento, a Capri, vi si domanda un grano, un baiocco, o, come dicono, la bottiglia. Sono per lo più i ragazzi o le bambine che fanno questa domanda, a cui non potrei dare il nome di mendicità, imperocchè essi non hanno affatto l'idea di chiedere l'elemosina. Trovano naturale, essendo poveri, di domandare a quei che posseggono qualche cosa, e quando ottengono un rifiuto, vi fan buon viso ugualmente, dicendovi: «Addi', signoria». Vi si domanda sempre e dovunque. Un giorno che entrai nella scuola di Anacapri, tutta la scolaresca sorse da' suoi banchi esclamando: «Signore, la butiglia!» e per un momento pensai che me la chiedesse persino il maestro. Entrando poi in una casa, si è certi di vedersi venire incontro una ragazza, la quale vi porge alcune foglie di maggiorana od un garofano, e questo dono bisogna in qualche modo contraccambiarlo. E' una specie di mendicità esercitata per mezzo di fiori, ma non sempre, perchè anche senza di questi si domanda francamente e liberamente il grano. Si possono rendere felici con il più piccolo regalo, ed io ho visto anche adulti rallegrarsi per la più piccola cosa al pari dei ragazzi. Nasce allora il desiderio di possedere i tesori, anche di un solo dei liberti di Tiberio, per farne parte a questo popolo buono e riconoscente.
Ora si parla molto nell'isola di un matrimonio. Un ricco Inglese si è innamorato di una povera ragazza, al punto di convertirsi per amore di lei alla religione cattolica. La bella fanciulla si trova presentemente in un monastero di Napoli, ma nell'autunno tornerà qui gran dama a prendere possesso della nuova casa costruita appositamente per lei sul monte Tuoro. La sorte toccata alla bella Annarella non eccita nessuna invidia, anzi, non si considera neanche come un avvenimento straordinario. V'è pure a Capri un altro Inglese, che vi si è stabilito definitivamente.
Capri è un luogo fatto apposta per gli uomini stanchi della vita; non saprei indicarne un altro in cui coloro i quali ebbero a soffrire dispiaceri, potessero finire più tranquillamente i loro giorni. Lo attestano i soldati invalidi ai quali fu assegnata per dimora. Trecento di essi, inabili alla vita militare per infermità o per vecchiaia, occupano la caserma posta al limite estremo della città. Essi dànno all'isola l'aspetto di un asilo: si vedono girellare in ogni angolo, o seduti, intenti a cantare le loro canzoni. Alcuni sono veterani delle guerre napoleoniche; altri presero parte ai fatti che seguirono la rivoluzione del quarantotto, in gran parte ciechi. Siccome nell'isola non vi sono nè bestie, nè carri, nè carrozze, non corrono verun pericolo.
Nella festa di S. Anna ne ho visti una schiera aprire una processione ed entrare in buon ordine in chiesa, ed ho ricordato il versetto biblico: «Beati coloro i quali non vedono, ma credono». Alla sera, assistettero al fuoco d'artificio, godendo, in mancanza di meglio, lo scoppio delle bombe e dei razzi. In nessun posto, io credo, si deve sentire tanto la sventura di esser ciechi, quanto a Capri, dove la natura fa mostra di tutte le sue bellezze, di tutta la magica varietà e lo splendore delle sue tinte! Aggirarsi in questa contrada senza il beneficio della vista, mi è parso un'amara ironia. Quei poveri ciechi si muovono però molto e volentieri: hanno la loro passeggiata favorita, l'unica alquanto piana, la bella strada nella valle Tragara, in mezzo agli olivi. Ne ho visti spesso alcuni seduti sui banchi di pietra, sotto la porta della città, quasi spianti i passi delle persone che entrano ed escono, ed anche al di fuori della porta stessa, dove si gode la stupenda vista da una parte del golfo di Napoli e del Vesuvio, dall'altra delle ripide pendici del monte Solaro e della triplice sua vetta. Nel calore della giornata queste rupi splendono di una tinta incomparabile, ed al lume di luna si perdono in una luce magica.
Quei poveri ciechi si dilettano pure di musica, ed ogni sera dànno un piccolo concerto: due invalidi prendono posto sul terrazzo del quartiere, ed uno suona la chitarra, mentre l'altro l'accompagna col fischio. E' una musica singolare, che risuona in modo tutto particolare nel silenzio della notte, e di frequente è accompagnata dalle voci di un'aria melanconica. I due invalidi suonano anche al mattino, sulla piazza, e radunano intorno tutti i compagni, quelli che vedono e quelli ciechi, quelli che possono camminare e gli storpi. In quest'isola innocente, perciò, la fisica infermità come la povertà, assume un aspetto lieto, ed appare rassegnata alla sua sorte.