Più scarsi ancora sono gli avanzi della villa che sorgeva un dì sulla bella collina di Castello, che sta a cavalcioni della città verso mezzogiorno. Dal lato del mare la rupe sorge tagliata a picco, ed a metà si apre l'apertura di una grotta. Verso terra stanno molte vigne e sulla sommità torreggia, in istato ancora di buona conservazione, il castello di Capri, piccola fortezza con mura merlate e torri, che dà all'isola un'impronta medioevale. Hadrava eseguì scavi anche in questa località, nel 1786, e vi scoprì buon numero di sale e di bagni già devastati, alcuni pavimenti, statue, un bel vaso di marmo bianco, un bassorilievo rappresentante Tiberio nell'atto di offrire un sacrificio, un cammeo con ritratto di Germanico e busti di marmo e di gesso. Anche tutti questi oggetti vennero dispersi e regalati parte ad Hamilton, al pittore Tischbein, al principe Schwarzenberg, parte a Russi ed Inglesi ignoti. Nel 1791 gli scavi furono nuovamente riempiti di terra. Tutte le rarità antiche però scompaiono di fronte alla vista stupenda che si gode dalla collina di Castello, sul mare di Sicilia, sul golfo azzurro di Napoli e sulla rupe maestosa di Anacapri. Si vedono pure di là la rupe scoscesa che dà a mezzodì, nonchè i tre picchi che si slanciano verso il cielo a foggia di obelischi granitici, denominati i Faraglioni.
Ai piedi della collina, trovasi una delle località più romantiche dell'isola, la Marina piccola, spiaggia angusta, esposta a mezzogiorno, incassata nelle rocce, i cui massi rotolati in mare si avanzano a foggia di penisola. Sorgono ivi, quasi scavate nella roccia, due casette solitarie di pescatori; in quel punto la spiaggia può ricettare a mala pena due barche. Seduto colà, uno si può credere solo al mondo. Il golfo di Napoli, le sue spiagge, le sue isole, le sue vele, sono scomparse quasi non esistessero; la vista spazia unicamente sull'immensità del mare nella direzione della Sicilia e più lontano dell'Africa. Non si vede che acqua, e la fantasia può trasportarsi ugualmente a Palermo, a Cagliari ed a Cartagine. Non si hanno all'intorno che nude rocce, scogli deserti, caverne che si aprono sulla riva ad ambo i lati; a destra il capo Marcellino, rupe erta gigantesca, la quale si avanza in mare; a sinistra, dentellato e merlato, come un castello antico, il capo Tragara, ed in vicinanza a questo i Faraglioni, scogli giganteschi, inaccessibili, d'oltre cento piedi di altezza, emergenti dal mare come piramidi, di forma conica, uno levigato, l'altro frastagliato in modo fantastico e bizzarro. La loro ombra si estende sul mare, a cui dà un aspetto melanconico. Più in là si apre in uno scoglio l'arco di una caverna, in cui possono entrare anche le barche, e sulla loro sommità, agitati dal vento, ondeggiano vaghi arbusti e piante selvatiche. Di tanto in tanto l'alcione che ammaestra la giovane prole al volo, fa udire il suo rauco grido. Non si può fare a meno di ricordare il passo del Prometeo incatenato di Eschilo e par quasi che all'orecchio giunga lo sbatter d'ali delle Oceanidi e l'eco dei loro canti. Più di una volta, di buon mattino, io son rimasto ad ascoltare il canto degli uccelli marini quando scendono sugli scogli e svolazzano sulle onde, ed alla sera la loro voce m'è apparsa più lamentosa, simile al suono delle arpi eoliche, che riportano inconsciamente ai desiderî del passato. Sapevo che su i Faraglioni si trovano pure alcioni venuti dall'isola di Ustica e dalla grotta d'Alghero in Sardegna, e se io avessi avuto vent'anni di meno, avrei domandato loro di portarmi in quella rara grotta, o nella foresta di Milis, dove cinquecento mila piante di aranci fan mostra dei lor fiori e dei lor frutti, e dove notte e giorno risuona il canto dell'usignolo. Colà mi avrebbero potuto deporre un mattino, ai piedi della pianta di aranci più alta d'Europa, grande quanto un'elce, dove il marchese Boyl fa ai suoi ospiti gli onori della sua villa.
Sono sogni, è vero, ma chi può rimanere qualche istante sulla Marina piccola di Capri senza lasciare sciolta la briglia alla propria fantasia? La solitudine e l'aspetto deserto della spiaggia sono magici, in ispecie nel silenzio della notte, al lume di luna, quando non si ode altro che il frangere delle onde che incessantemente si succedono le une alle altre, quando gli scogli e i capi si perdono nell'ombra, e le fiaccole delle barche pescherecce ora brillano sulla superficie del mare, ora scompaiono. Pochi sono i pescatori che tengono ivi le loro barche: io li ho visti seduti sulla sabbia bianca, intenti a racconciare le reti, silenziosi, immersi in profondi pensieri come gente che sa mirabili cose delle profondità marine e delle sirene che vi abitano. Uno degli scogli porta appunto il nome di scoglio delle Sirene. L'immaginazione del popolo sa sempre dare ai luoghi le denominazioni che più vi si adattano; certo, sarebbe impossibile trovare in Capri un luogo migliore per collocarvi le Sirene. Quivi si possono passare lunghe ore a godere la brezza marina ed a contemplare gli effetti di luce sul mare: tutto è tranquillo e tutto risplende; scintillano le onde, e gli scogli nel calore della giornata; non si ode altro che il canto monotono delle cicale. Luce, aria, profumi, tutto vive sotto il regno dell'armonia, e l'animo si inebria di solitudine.
Tra la Marina piccola ed i Faraglioni, si apre una delle più vaste grotte dell'isola, la grotta dell'Arsenale. L'acqua non vi penetra, perchè trovasi entro terra. Vi si scorgono vestigia di costruzioni romane. Il suo nome dice già che dovette un tempo servire di magazzino alla gente di mare, se pure non fu un ricovero per le galere di Tiberio, imperocchè la sua entrata è abbastanza grande per dar loro accesso, e sono tutt'ora visibili le impronte dello scalpello che l'allargarono e resero più regolare. Il punto della spiaggia dove essa si trova, porta il nome di Unghia Marina, ed ivi pure, tanto al mare quanto in alto, si scorgono vestigia di antichi muri. Anche al capo Tragara, presso il quale sorgono in mare i Faraglioni e lo scoglio detto il Monacone, si scorgono avanzi di antiche mura; difatti ai tempi di Tiberio ivi era un piccolo porto, cui probabilmente si accedeva per una strada coperta dalla villa sorgente sul monte Tuoro.
Al capo Tragara si può discendere a terra dalla barca e salire sul monte Tuoro, dal quale si scopre un bellissimo panorama. Sorge colà, sopra un antico muro, un telegrafo aereo; è una particolarità dell'isola che quasi ogni punto elevato sia occupato da un solitario, da un monaco o da un ufficiale telegrafico. Quello del monte Tuoro abita una piccola casa bianca. La sua stanza ha due piccole finestre ed in ognuna trovasi fissato un telescopio. L'ufficiale telegrafico, piccolo vecchietto dalla vista stanca, sta seduto ad un tavolo collocato fra le due finestre, sul quale tiene aperto un voluminoso registro. Ad ogni istante sorge dalla sua sedia, va all'una o all'altra finestra, pone l'occhio ai due cannocchiali, quindi torna a sedere, con tranquillità filosofica, dinanzi al suo registro, per portarsi di nuovo dopo pochi istanti alle finestre; e questo dura dalla mattina alla sera. Il suo cane sta seduto avanti alla porta e spia esso pure il mare, ma... senza cannocchiale. In cima al Solaro, sopra Anacapri, dimora un altro ufficiale telegrafico per la segnalazione dei legni che compaiono nel mare di Sicilia. Allorquando scorge qualche cosa degna di osservazione, la comunica al suo collega del monte, il quale ne dà avviso all'ufficio telegrafico di Massa, che si trova al di là dello stretto di mare, sul promontorio della Minerva; questi manda l'avviso a Castellamare, e di là lo si trasmette infine a Castello S. Elmo di Napoli, da dove la notizia viene tosto spedita al palazzo reale, vera sede di novello Atreo. L'ufficiale telegrafico del monte Solaro è quegli che dà origine a tutto questo movimento. Quando io lo vidi intento al suo ufficio di vigilanza, mi venne in mente la sentinella del castello di Atreo, nell'Agamennone d'Eschilo, che sta aspettando la fiammata che deve annunciargli la presa di Troia:
θεοὺς μὲν αἰτῶ τῶν ἀπαλλαγὴν πόνων
(Supplico gli Dei di volere por termine alla mia fatica).
e mi sovvennero pure i versi di Clitennestra, quelli che descrivono con rara evidenza il modo di trasmissione dei segnali con le fiammate. La fiamma si accendeva sul monte Ida, giungeva su quello di Lemno, arrivava al monte Athos dedicato a Giove, e, varcando le onde dell'Euripo, svegliava il guardiano di Mesapio, passava il fiume Asopo, giungeva sulla rupe di Ciotaro e, per lo stretto di Gargopi, per la vetta di Agiplanco, per il mare Saronico e per la rupe Aracnea, arrivava finalmente al castello degli Atridi.
Se i Greci avessero comunicato con Troia per via di un telegrafo elettrico sottomarino, saremmo privi del piacere di leggere nei versi stupendi di Eschilo una descrizione così vivace piena di verità.
Era venuta intanto la sera. L'ufficiale telegrafico del monte Solaro fece un segnale, che quello del monte Tuoro trasmise tosto a Massa. Domandai che cosa volesse esso significare. «Oggi nulla di nuovo», mi rispose tutto soddisfatto il vecchietto; si stropicciò gli occhi, pose in ordine i suoi istrumenti, diede un fischio al suo cane e cominciò a scendere dal monte. Egli abitava in Anacapri, ed ogni sera doveva discendere cinquecento sessanta gradini, per risalirne il mattino appresso altrettanti. Da dieci anni egli compie quel solitario ufficio, compresi i giorni di feste, compreso quello di Pasqua: si potrebbe dunque calcolare matematicamente quante centinaia di volte il brav'uomo abbia fatto l'ascensione del Chimborazo, e ciò per la paga di trenta carlini al giorno!...
Ad eccezione di questo guardiano, che mi ricordò Eschilo, non ho trovata alcuna antichità sul monte Tuoro. Però, anche su quell'altura Tiberio ebbe una villa. Fra il monte Tuoro e quello di Castello, scende al mare la valle Tragara, tutta coltivata a viti e ad olivi. Giace in questa l'edificio medioevale più ragguardevole dell'isola, la Certosa, ora deserta, ma un giorno abitata dai monaci dell'ordine di S. Bruno. Occupa questa un grande spazio; la sua architettura originale, i suoi portici, i suoi i campanili bizzarramente istoriati, le sue terrazze, i suoi tetti fatti a volta, sorgenti in mezzo alla verzura e specchiantisi in mare, le dànno un'impronta tutta magica, che è appunto la caratteristica dell'isola.