La chiesa di Monreale ha veramente qualche cosa di singolare; si direbbe che ivi, nelle vicinanze dei lidi africani, fra quelle piante aromatiche e bizzarre, fra le palme gli agavi, gli aloe, sotto quel luminoso sole meridionale, il cristianesimo abbia ricevuto una speciale, quasi fantastica impronta.

L'architettura della basilica è un capolavoro dello stile ecclesiastico normanno-siculo e riunisce in sè i tre tipi: greco-bizantino, latino ed arabo. I Normanni, che veniano dall'Occidente, ove predominavano le forme romane, trovarono in Sicilia tanto le tradizioni bizantine, quanto quelle saracene. L'isola era stata posseduta varî secoli dai Bizantini, la lingua usata in Sicilia era greca, greco il loro culto, greci i caratteri architettonici delle loro chiese, caratteristiche per la pianta quadrata e per l'abbondanza delle cupole. In esse il Santuario veniva elevato in forma di triplice ovale, simbolo della Santissima Trinità, imperocchè di fianco del coro stavano due cappelle meno elevate, di forma emisferica, a sinistra la protesi per la preparazione al sacrificio, a destra il diaconico, destinato ai diaconi ed alle loro letture. Anche i Bizantini solevano ornare di mosaici le vòlte, gli archi e le pareti delle loro chiese.

I Normanni accettarono quest'architettura e dai Saraceni presero l'arco a sesto acuto e i rabeschi per le pitture murali. Conservarono inoltre il tipo della basilica romana, in uso nel resto d'Italia, cioè a dire una navata lunga, divisa da due file di colonne sostenenti il tetto a solaio, e collocarono questa navata davanti al santuario, ma invece di destinare, come nelle antiche chiese le colonne a sopportare un architrave, portarono sopra quelle gli archi a sesto acuto, riunendo in una le tre forme architettoniche e dando origine a quel tipo che fu in uso in tutta quanta la Sicilia e che a poco a poco si accostò a quello gotico, e finì per confondersi con questo.

Si possono consultare utilmente a questo riguardo l'opera di Serra di Falco intorno a Monreale ed altre chiese sicule-normanne, quelle di Hittorf e di Zanth sull'architettura moderna della Sicilia, e le descrizioni di Monreale fatte dal Lelli e dal Del Giudice.

Il duomo misura 372 palmi di lunghezza, 174 di larghezza; il suo campanile è alto 154 palmi. Ha bellissime porte di bronzo, sulle quali sono scolpiti parecchi archi semispezzati ed ornati di ricchi arabeschi, sostenuti da pilastri con mosaici, e sculture nel vano: un'iscrizione latina dice che fonditore di esse fu Bonanno da Pisa, lo stesso che gittò le porte di bronzo del duomo di quest'ultima città. Gli altorilievi, divisi in quarantadue campi, rappresentano le gesta dell'antico e del nuovo Testamento, e per valore artistico possono stare a fronte dei mosaici bizantini. Le figure sono forse dure, sono un po' magre, ma colpiscono pel loro carattere d'ingenuità quasi puerile. Le iscrizioni in lingua volgare dell'epoca che accompagnano le figure, corrispondono perfettamente all'idioma usato dai poeti siciliani contemporanei. Ad un lato della chiesa v'è un'altra porta, pure di bronzo, opera di Barisano da Trani.

Nell'interno il duomo si presenta grandioso, stupendo, ma non con quel carattere severo delle antiche cattedrali gotiche, ove l'anima quasi si sperde nell'idea dell'infinito, e non ha neppure l'imponenza maestosa di S. Pietro, in cui lo splendore del papato s'impone, e nemmeno ha la severa maestà delle basiliche bizantine: ivi la grandezza è minore e la severità è temperata dalla grazia dell'arte. Gli archi snelli a sesto acuto, poggianti sopra nove colonne di granito orientale, dànno belle proporzioni alla navata centrale e lasciano penetrare e spaziare lo sguardo in quelle laterali. Il pavimento di marmi rari, di vario colore e a disegni, lo splendore delle travi dorate, le pitture dei compartimenti del solaio, i mosaici e gli arabeschi che cuoprono tutti gli archi e le pareti delle tre navate, tanta profusione di sculture e d'oro, producono un'impressione indimenticabile. Pel Dio delle terre nordiche un tempio così luminoso e così gaio non parrebbe conveniente, ma pel Dio del mezzogiorno indubbiamente sì. Entrando in questo tempio dalla meravigliosa campagna di Monreale, pare piuttosto di trovarsi in un vasto e regale palazzo.

Nella navata centrale i mosaici cominciano sopra il piccolo architrave che posa sui capitelli delle colonne. La parete superiore è divisa in due parti da una cornice, l'inferiore è ornata di arabeschi che seguono la forma degli archi; nei campi intermedi fra questi sono rappresentate, su fondo d'oro, scene bibliche. Nella parte superiore si trovano le finestre, aperte nel centro degli archi, e gl'intervalli sono tutti quanti riempiti di mosaici. Sotto il solaio corre una larga fascia, coperta di arabeschi, con spazi circolari di tanto in tanto, nei quali stanno mezze figure d'angeli. Ovunque lo sguardo si volge, verso le cappelle, le navate, le pareti, ovunque trova mosaici, che rappresentano fatti della sacra Scrittura, oppure figure isolate di Dio, di angeli, di santi greci o latini; tutto l'antico e novello Testamento contribuì alla decorazione di questa meravigliosa chiesa; tutto il ciclo della religione mosaica e di quella cristiana venne svolto sulle pareti di questo duomo; e concorsero ad arricchirlo perfino le due comunioni cristiane in disaccordo, quella dei Greci e quella dei Latini: i santi dell'una e i santi dell'altra vi trovarono ospitalità.

Grande è la meraviglia che desta questo fatto, l'aver l'arte potuto nello stesso luogo concentrare, radunare e rappresentare tutto quanto il sistema e l'ordinamento della religione cristiana. L'arte moderna non è più capace di riprodurre, come allora, le varie fasi dello svolgimento dello spirito umano; tutti i tentativi recentemente fatti con la pittura ad affresco, son riusciti fredde allegorie, incapaci di suscitare veruna commozione.

I mosaici, le sculture di Giotto sul campanile di Firenze, rappresentanti la storia della civiltà umana, e il poema di Dante, si possono considerare come monumenti di quel periodo in cui l'idea cristiana si rese padrona dell'arte e la costrinse a farsi riprodurre sotto tutte le più svariate forme. Bisogna però ricordare che il ciclo di mosaici di Monreale è anteriore di circa un secolo a Dante e a Giotto; e quando si pensi che la Divina Commedia non esercitò la sua vera e positiva influenza sull'arte che ai tempi di Michelangelo, e non indusse fino a quell'epoca i pittori a rappresentare il ciclo epico di quella, sembrerà ancor più meraviglioso che fin da allora si potesse rappresentare con tanta grandiosa unità nei mosaici di Monreale, l'intera storia del cristianesimo.

Non si sa bene a chi si debba attribuire questo pensiero; ma osservando in altre chiese di Palermo del periodo normanno la stessa idea, quantunque in esse svolta con minori proporzioni nella loro decorazione, si può arguire che avesse origine da tradizioni bizantine. Del pari non sappiamo chi dirigesse i lavori, ma si sa che furono impiegati tre anni nell'esecuzione dei mosaici, e il duca Serra di Falco ha calcolato che vi dovettero essere adibiti non meno di cinquanta artefici.