L'idea della ripartizione è la seguente: il ciclo comincia con la creazione del mondo ed arriva sino alla lotta di Giacobbe con l'angelo; ogni quadro ed ogni soggetto ha il suo fine in Cristo, la cui immagine è rappresentata nella tribuna. La navata centrale è riservata all'antico Testamento; nel santuario, nelle cappelle e nelle navate laterali è tracciata la vita di Cristo e sono rappresentati anche i profeti e i patriarchi che annunziarono la sua venuta; infine vi è tutta la storia, forse soverchia, dei martiri e dei santi. S. Pietro e S. Paolo, come principi della Chiesa, stanno a fianco della cappella di Cristo: S. Pietro a destra, seduto sul trono, con la mano sinistra appoggiata ad un libro, e con la destra sollevata in atto di dare la benedizione; al disopra ed ai lati sono rappresentate le gesta della sua vita. S. Paolo si trova a sinistra, seduto; superiormente c'è raffigurata la sua decapitazione. In mezzo alla tribuna campeggia il colossale Cristo. Una croce greca splende sul suo capo, lunghe ciocche di capelli gli scendono sulle spalle ed una barba lunga e folta gli copre il mento. Egli solleva la mano destra in atto d'insegnare e con la sinistra tiene un libro: un'iscrizione in lingua greca gli dà il nome di Gesù Cristo pantocrate. Questa figura colossale fa l'impressione di una potenza soprannaturale; è di una cupa solennità e, come tutte le immagini di Cristo d'origine bizantina, rivela un'espressione tutt'altro che divina; come le immagini degli Dei dell'antico Egitto, rivela tradizioni ancora pagane. Il tipo ci trasporta in un'ordine d'idee più lontane da noi della stessa antichità pagana; esso rappresenta un'astrazione terribile che esclude ogni idea di umanità, d'immaginazione, di vita. Tali immagini di Cristo producono in certo modo l'impressione che suscita la testa di Medusa. Io non le ho mai potute guardare senza vedervi, quasi in uno specchio, riflessa la storia della Chiesa, cioè l'ascetismo fanatico, il monachismo, l'odio contro gli ebrei, la persecuzione degli eretici, le lotte dogmatiche, la supremazia dei papi. Nessun'altra cosa ha mai rappresentato meglio, sotto forma simbolica, la potenza positiva e negativa della religione cristiana, e nessuna cosa potrebbe meglio spiegare lo sviluppo dell'arte cristiana nel progresso dei tempi, quanto il confronto di un Cristo bizantino con le teste del Salvatore di Raffaello, o del Tiziano, che esprimono i limiti estremi del modo di comprendere e di rappresentare il tipo religioso.

Non parlerò degli altri mosaici, come quello della Vergine col bambino, in mezzo alla cappella centrale, e dei fatti della vita di Cristo. In genere si osserva nel santuario il predominio del carattere patetico, soprannaturale, religioso ed astratto. Nel riprodurre invece i fatti dell'antico Testamento, l'arte si fa più umana, assume un carattere meno severo, e talvolta anzi quasi ridente; essa, spesso, rappresenta anche piante ed animali. Con molti di questi quadri, che sono di un'ingenuità primitiva, si entra nel mondo naturale, nella storia dell'umanità. Il sacrificio di Isacco, per esempio, è rappresentato con una semplicità caratteristica: Isacco è disteso sopra una catasta di legno; Abramo lo ha afferrato pel capo e solleva un coltellaccio lungo quanto la metà del corpo del ragazzo; dietro a lui stanno due uomini che impugnano nodosi bastoni, e al di sotto un cavallo sellato, e in alto un angelo in atto di volare. Il disegno è spesso difettoso, specialmente negli animali; i dromedari a cui Rebecca porge da bere, sono addirittura grotteschi. Nell'insieme però tutti questi mosaici producono una buona impressione, per quanto le loro tinte si siano di molto annerite pel fumo, giacchè l'11 novembre 1811 lo stupendo tempio di Monreale corse rischio di rimanere preda delle fiamme. Un chierichetto aveva collocata una candela accesa in un armadio, e il fuoco si era appiccato ad alcune stoffe ivi riposte; egli aveva tentato di soffocarlo, chiudendo l'armadio, ed era fuggito senza dir nulla, per timore di una punizione. Nel pomeriggio si vide uscire un denso fumo dalle porte e dalle finestre della chiesa; il popolo si precipitò dentro e trovò il coro in fiamme. Dopo quattr'ore di alacre lavoro si riuscì a spegnere il fuoco, ma il danno era stato grave; i due organi erano rimasti distrutti, il solaio in gran parte rovinato, le travi nella caduta avevano infranto le tombe di Guglielmo I e di Guglielmo II, ed i mosaici erano stati in parte devastati. Fin dal 1816 si diede principio al restauro dei guasti, e fu fortuna che le tribune e le navate fossero rimaste illese dalle fiamme.

Le tombe dei due Guglielmi e della loro famiglia, a quell'epoca rimaste danneggiate, si trovano oggi nell'ala destra del coro. Guglielmo il Malo riposa in un sarcofago di porfido, e presso di questo sono pure sepolti i suoi tre figli: Ruggero, duca delle Puglie, morto nel 1164; Enrico principe di Capua, morto nel 1179; Guglielmo il Buono, e Margherita loro madre. Così, di tutta la stirpe normanna di Sicilia non mancano che Ruggero I, Simone e Tancredi. Guglielmo il Buono, che costruì la bella chiesa, si vede rappresentato due volte nei mosaici, in uno seduto su di un trono, dove Cristo gli pone sul capo la corona, e nell'altro assiso sulla cattedra vescovile, in atto di presentare alla Vergine il disegno del tempio. Egli riposa ora in un sarcofago di marmo bianco, ornato di graziosi arabeschi, su fondoni d'oro. Il monumento gli venne innalzato solo nel 1575 dall'arcivescovo Ludovico de Torres, perchè il pio re aveva voluto che la sua salma fosse deposta in una semplice fossa murata, a fianco dello stupendo sarcofago del padre.

Guglielmo II non si contentò di costruire il duomo, ma volle anche erigere al suo fianco uno stupendo monastero, dove chiamò dalla Cava i padri Benedettini; e spesso si compiaceva di trattenersi con essi, rallegrandosi dei lavori degli edifici grandiosi, che in quell'epoca andavano sorgendo in Monreale. Il monastero edificato da re Guglielmo, cadde poi in rovina, ma uno nuovo ne venne innalzato sullo stesso luogo, veramente splendido, come del resto lo sono in Italia tutti i conventi dell'Ordine di S. Benedetto, rassomiglianti più a palagi principeschi che a monasteri.

L'antico convento doveva essere assai bello, più bello certo di quello di S. Martino. Sorgeva, come si è detto, di fianco al duomo e dominava tutta la pianura di Palermo. Guglielmo aveva circondato il convento di mura e di torri, delle quali rimangono oggi alcuni avanzi; del resto, dell'antico convento poche rovine rimangono, ad eccezione del meraviglioso chiostro, ancora ben conservato. Questo è un ampio quadrato, circondato da portici; duecentosedici colonnette fantastiche, accoppiate a due a due, reggono gli archi a sesto acuto, ricchi di ornamenti bizzarri; negli angoli si trovano riunite quattro di queste colonnette, ed i loro capitelli sono lavorati con grande cura e perfezione. Meraviglioso è l'effetto che produce questa selva di colonnette graziose, i cui fusti sono tutti lavorati in modo diverso; ve ne sono degli scanalati, degli striati, dei lisci, ed anche a spirale. L'arte prese qui la varietà per legge e si abbandonò interamente al suo capriccio; tutto vi è ingenuo, grazioso, puerile, fantastico. La piccolezza delle forme si prestò a questo slancio ardito dell'immaginazione. Il porticato del chiostro offre il più grande contrasto dei colonnati greci, e difficilmente si possono trovare, negli ordini architettonici, due cose più dissimili.

Meritano poi grande attenzione i capitelli di tutte queste colonnette. Anche in essi regna la varietà; non v'è un capitello simile ad un altro; sembra inoltre che gli scultori abbiano voluto gareggiare con la natura nel riprodurre la varietà delle sue forme. Dalle foglie di acanto, che disposte in varî modi formano la base dei capitelli, sorgono imagini fantastiche, ora di un fiore, ora di un animale, ora di una pianta, ora di una figura umana, le quali sembrano rappresentare un piccolo poema. In alcuni capitelli si scorgono intiere figure che, a guisa di cariatidi, sostengono l'abaco; in altri si vedono imagini bizzarre di leoni, di cavalli, di delfini, di geni alati, di arpie, di dragoni, di grifoni, di esseri fantastici, che balzano fuori dai fiori, e sostengono la tavola che forma l'estremità superiore del capitello. Molti di questi rappresentano fatti dell'antico e del nuovo Testamento; se per il disegno non sempre sono pregevoli, meritano purtuttavia l'attenzione per la loro semplicità e la loro ingenuità. Sopra uno dei capitelli si scorge, come sopra un mosaico di cui abbiamo parlato, re Guglielmo che presenta alla Vergine il disegno del duomo, e in un altro i re Magi che offrono doni a Gesù Bambino. Vi sono poi lotte di guerrieri, che muovono gli uni contro gli altri armati, e scene del tiro all'arco, esercizio molto gradito ai Normanni e in genere a tutti i popoli del Nord. Vi si vedono dunque riuniti argomenti sacri e profani, biblici e scientifici. Come spesso nella natura umana si trovano a contatto il serio e il giocoso, così in Monreale si trova ad ogni passo il contrasto del sublime e dell'umile; la qual cosa è caratteristica dell'architettura gotica, molto più ricca di quella dei Greci sull'espressione delle idee che le diedero vita, perchè maggiormente è rivolta a riprodurre sotto i suoi varî aspetti la natura.

Il chiostro di Monreale è uno dei migliori monumenti di quei primi tempi del medioevo, in cui lo spirito umano nell'architettura, nella scultura e nella poesia cominciava a prodursi con infinite varietà di forme. E poichè tutti i rami di civiltà sono uniti gli uni con gli altri, si può dire che nella poesia i sonetti, le canzoni, le terzine, i madrigali, corrispondessero ai mosaici, agli arabeschi, agli ornati architettonici, alle sculture di quell'epoca di risorgimento delle arti e delle lettere. Come meglio si comprende il senso intimo delle tragedie di Eschilo, dopo aver contemplato i tempî greci di Pesto e di Sicilia, così meglio si comprendono e si apprezzano i poemi di Dante e di Wolfram di Eschenbach, dopo aver visitato le cattedrali d'Italia e i monasteri della Germania.

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Il duomo di Palermo era, anche prima della venuta dei Saraceni, la chiesa principale della città e della arcidiocesi; esso era dedicato a Maria Assunta in cielo. Gli Arabi lo avevano ridotto a moschea, i Normanni lo restituirono al culto cristiano, togliendovi tutto quanto sapeva di Saraceno. È rimasta solo sopra una colonna del portico un'iscrizione araba tolta dal Corano, la quale così si può tradurre: «Il nostro Dio ha creato il giorno, al quale segue la notte, e la luna e le stelle si muovono secondo i suoi cenni. Non è sua la creatura, non è sua la signoria? Sia lodato Dio, il Signore dei secoli».