Il grande matematico aveva ordinato che sulla sua tomba fosse innalzata una colonna, su cui dovevano essere incise le proporzioni del cilindro con la sfera, a ricordo de' suoi studi prediletti. Cicerone, quando era questore a Siracusa, fece ricerca della tomba di Archimede, e sotto la scorta di questa tradizione riuscì a scoprirla, quasi perduta in mezzo a folti cespugli. Il grande oratore fu orgoglioso della scoperta ed esclamò vanitosamente: «Il Destino ha voluto che la tomba del più grande dei Siracusani fosse scoperta da un uomo di Arpino». A quel tempo non erano trascorsi che cento cinquanta anni dalla conquista di Marcello, eppure la città era già decaduta, tanto che la tomba del più illustre fra' suoi cittadini stava sepolta fra cardi selvatici e spine. Cicerone, che sotto la guida dei Siracusani e della tradizione municipale, va cercando fra i ruderi la tomba di Archimede, dà la imagine di un erudito archeologo romano dei nostri giorni.

Forse dovremo anche noi rinunciare a scoprire la tomba di Archimede e verrà un giorno in cui si cercherà invano quella di Humboldt;[6] ma il ricordo degli uomini illustri è eterno, e giustamente Pericle esclamava, nella commemorazione degli Ateniesi caduti in guerra: «A gli uomini grandi è tomba il mondo!»

Enorme è l'impressione che producono le tombe siracusane, in quella regione deserta, inondata di luce e popolata solo di grandi memorie. Seduto colà, nel silenzio del mezzogiorno, o nella tranquillità dell'infuocato tramonto, ovvero vagante fra quelle tombe, che a centinaia si aprono nel suolo, sembra che debbano sorgerci dinanzi, come ad Ulisse nell'inferno, le ombre di una stirpe di uomini più grande della presente, le ombre dei magni della Grecia. Allorchè io visitai i venerandi sepolcri, stavano seduti sui loro gradini uomini e ragazzi di povero aspetto, logori dalla febbre, con gli occhi infiammati, i capelli ispidi, coperti a mala pena da pochi luridi cenci. Nelle loro fisionomie si leggeva tutta la storia della moderna Sicilia, le sevizie della polizia borbonica, il predominio corruttore del clero, e l'animo mio, amareggiato, non potè fare a meno d'imprecare contro la sorte degli sventurati discendenti di Archimede. Non verrà mai il giorno della redenzione per questa stupenda contrada? Che Dio la renda piuttosto ai Saraceni!...

Ci vorrebbe un novello Archimede per scacciare con le sue macchine e ridurre in cenere tutto il pretismo ed il monachismo che infestano la sventurata isola!

Ancora di una tomba mi resta a parlare. Non lontano dalla via dei Sepolcri, in un giardino di viti e di olivi, si trova sepolto il nostro concittadino Platen.[7] Mentre stavo sui gradini della sua tomba, dopo avervi depositato una corona di tralci di vite, mi ricordai, in quella pura atmosfera ellenica, le relazioni di Platen con Heine, e questi pensieri mi portarono nella malsana atmosfera della letteratura patria, nei tempi falsi, tendenti all'ebraismo, che fecero tanto male alla nostra poesia, generando una razza di uomini snervati, incuranti di Dio e dei loro simili. Come fu diversa la sorte di Heine e di Platen! Se Dio avesse concesso al primo di poter esprimere quanto soffriva nel suo animo, invece di farsi beffe di tutto, sarebbe stato un uomo veramente grande, chè per ingegno Heine fu infinitamente superiore al povero Platen. Eppure l'accanito nemico di Platen si dovè rassegnare a vedere che a questi fosse innalzata una statua.

Fu ventura per Platen il morire a Siracusa. Poco tempo prima della mia venuta, il re di Baviera, come mi narrò il giardiniere, aveva visitato la tomba del poeta e deciso di farla restaurare, poichè già cominciava a cadere in rovina.

Augusto Comiti Platen Hallermunde Auspachiensi
Germaniae Horatio.

Questa è l'iscrizione che il cavaliere Landolina fece incidere sulla tomba. Meritò quel freddo versificatore di Platen di riposare solitario fra i monti di Siracusa, in mezzo a Yerone, ad Archimede, a Timoleone, quale unico rappresentante del popolo che più di ogni altro era versato negli studi ellenici? Questo dubbio mi rimpiccioliva quella tomba poetica quanto i cipressi che presso la piramide di Caio Cestio ombreggiano la tomba di Schelley, uno dei pochi veri poeti dei tempi moderni.

III.
Neapoli.

Mi resta ora da descrivere Neapoli, la parte di Siracusa che fu, come lo dice il suo nome, l'ultima ad essere costruita. Negli inizi Neapoli fu, come Tycha, un sobborgo di Achradina; si estendeva fra il porto maggiore e l'altipiano su cui sorgeva Siracusa; dalla parte di Tycha era protetta da mura e da rupi naturali. La porta Menetide, o Temenetide, conduceva dalla città alla campagna; questa parte di Siracusa era chiamata Temenide da una statua di Apollo che portava questo nome. Cicerone ne descrive un teatro e due templi, uno dedicato a Cerere e uno a Proserpina, innalzati da Gelone col bottino fatto sui Cartaginesi. In questo luogo sorgevano anche i sepolcri di lui e della sua consorte, che più tardi vennero distrutti da Imileone cartaginese.