In mezzo ad Achradina, sul punto culminante dell'altipiano, si trovano le famose latomie o cave di pietra, che oggi portano il nome dei Cappuccini, avendole quei monaci ridotte a giardini per adornare il loro solitario convento che sorge all'ingresso di quelle. All'intorno si estende la pianura deserta e morta di Achradina, e sembra quasi che la natura colpita dallo sguardo di Gorgona, sia stata convertita ad un tratto in pietra.
La campagna di Roma è bella, con la sua lussureggiante vegetazione, con le sue graziose colline, con i suoi sepolcri e con le sue torri solitarie circondate da edera e non si potrebbe trovare teatro più adatto per i grandi fatti della storia antica. Qui invece tutto ha l'aspetto di decadenza, di abbandono, e per quella pianura sassosa non si vedono aggirarsi che i solitarii cappuccini. Avendo molto sentito parlare di queste latomie, credevo che mi avessero fatto molta impressione, non mai che mi commovessero come mi hanno commosso. Un monaco mi aprì la porta, e mi trovai in un ampio recinto, scavato nella viva roccia.
Vi erano stanze della grandezza di una piccola piazza, con pareti tagliate a picco, dell'altezza di 26 metri, alcune di una tinta giallognola propria delle rovine greche, altre rossicce. L'edera le copriva in gran parte, arrampicata in cerca del sole e della luce, e ricadente in graziosi festoni. Il piano era tutto smaltato di fiori, e qua e là, nelle fessure della roccia, crescevano allori, oleandri e pini. Queste latomie un tempo erano coperte; poi le intemperie ne ruinarono il tetto, ed i massi giacciono oggi ammonticchiati, formando gole, valli, così da dare l'imagine di una catena di monti in miniatura. Gli spazi di terreno esposti alla luce furono dai cappuccini ridotti ad orti e a giardini, che sono tutto l'opposto degli orti pensili di Semiramide, perchè si trovano alla profondità di venti ed anche venticinque metri sotto il livello del suolo; in queste cavità vegetano stupende piante di aranci, di melagrani, viti, cipressi, mirti e vi si vedono anche erbaggi e legumi, che i monaci coltivano per la loro parca mensa. Nell'osservare queste latomie si dimentica che esse furono orribili prigioni e che dopo la sconfitta toccata a Nicia e a Demostene, vi furono rinchiusi gli Ateniesi. Molti di questi morirono di febbre, per lo scarso nutrimento, altri invece si salvarono in grazia dei versi di Euripide. Potevano contenere ben seimila uomini; nessuna prigione presentava certo peggiori difficoltà di evasione. Trovandosi proprio nel mezzo di Achradina, si comprende che furono anteriori alla fondazione della città. Si crede che ivi abbiano lavorato i prigionieri cartaginesi dopo la battaglia d'Imera, per estrarre il materiale occorrente alla fabbricazione delle case e dei templi di Siracusa. Le rovine e la terra cadutavi hanno rialzato il suolo di circa dieci metri, diminuendone di molto la primitiva profondità. Ancora si osservano molte gallerie, anditi coperti, portici, stanze quadrate e a volta, che non sono però di origine greca, poichè presentano lo stesso carattere delle catacombe cristiane.
Sul suolo dell'antica Achradina, oltre le latomie, si vedono ovunque tracce di antiche strade e impronte di ruote di carri, come a Pompei, in grandissimo numero e visibilissime, essendo il suolo di Siracusa di calcare e non di tufo come quello di Roma. Vicino alle latomie trovai queste tracce più abbondanti, dal che argomentai che fossero state impresse dai carri che trasportavano i materiali di costruzione estratti da quelle. Certamente anche nei tempi più belli di Achradina, queste cave aperte nel centro della città dovevano deturparla, dandole l'aspetto di un vasto cantiere occupato da una folla di lavoratori. Le latomie erano le galere di Siracusa. La roccia si trova scavata e lavorata per parecchie miglia, e molte sono le fosse sepolcrali, della stessa forma delle nostre cripte. Certamente il lavoro dell'uomo in questa parte della Sicilia fu immenso, poichè, oltre le tombe, che sono innumerevoli, sotto il suolo di Siracusa si estendono vaste catacombe tutte scavate nella viva roccia.
Vidi molti spazi quadrati che segnavano certo l'area di antiche case, poichè queste in Achradina sorgevano sulla nuda roccia, senza fondamenta. Si cammina per ore intere per questo campo pietroso, lungo il mare, cercando la località e la direzione delle antiche mura, a ponente verso Tycha, dove la città si congiungeva anche a Neapoli, e dovunque si trovano traccie del passaggio dei carri e del lavoro dell'uomo.
È strano come tutta questa immensa città piena di mura e di templi, di portici e di fori, di edifizi colossali, abbia potuto sparire, quasi fosse un monticello di sabbia. Si sa, è vero, che per molto tempo non si costruì in Siracusa che con questo materiale, e che le città moderne di levante asportarono per mare grandi quantità di rovine dell'antica Siracusa; purtuttavia la completa scomparsa dei ruderi rimane sempre un enigma.
A mezzodì l'altipiano di Achradina si abbassa e anche colà si trovano degli scavi, delle tombe, quasi tutte a forma di colombari, e dei loculi di tipo romano. Ivi si trovano pure le maravigliose catacombe estendentisi sotto Neapoli, il cui accesso è sito presso la più antica chiesa cristiana della Sicilia, quella di S. Giovanni. Questa chiesa è un edificio piccolo bizzarro, preceduto da un portico con archi bizantini, ergentisi sopra colonne addossate a pilastri con capitelli del medio evo. Disgraziatamente la chiesa è ormai quasi una rovina. Si accede alle catacombe da una porta presso la chiesa; queste catacombe sono meno vaste e meno imponenti di quelle di Napoli, ma assai più regolari e formano una vera città di morti, con strade, gallerie, corridoi, stanze, nicchie, piazze. Ivi i morti dormono da secoli, mentre al disopra di essi si agita e si evolve un mondo pieno di passioni. Quanti siano ogni giorno i morti di una grande città ce lo dicono le catacombe di Napoli; da ciò si arguisce quale immenso numero ne abbiano accolto i sotterranei di Siracusa, un tempo così popolosa.
Le catacombe, come le altre, erano in origine cave di pietre; in seguito vennero ridotte ad uso di necropoli, e per molti secoli vi si seppellirono i morti secondo un sistema regolare, poichè tutte le gallerie sono di tanto in tanto interrotte da una stanza centrale, a forma di circolo, ampia e piena di nicchie, con una o tre porte a vòlta, posteriori all'epoca greca. Fino ad oggi se ne sono aperte quattro, ma la tradizione vuole che siano trecentosessanta e che arrivino sino al Sebeto e si estendano sotto il suolo fino a Catania. Per la maggior parte appaiono ingombre, specialmente nel piano inferiore; nonostante questo, furono esplorate per l'estensione di parecchie miglia. Venti anni or sono in esse si perdette un maestro con sei scolari, che da soli vollero visitare la necropoli. Si smarrirono in quel laberinto, e invano cercarono un'uscita, finchè, spossati dalla fatica, vi perirono di fame e di paura. I loro corpi furono poi rinvenuti alla distanza di quattro miglia dall'ingresso: si può facilmente immaginare di quale terribile morte gl'infelici perirono. Da allora si sono praticate di quando in quando alcune aperture, per le quali un po' di luce penetra in quei tenebrosi corridoi. La larghezza di questi è, in genere, dai dodici ai sedici palmi, e la loro altezza dagli otto ai dodici; per la lunghezza sembrano non aver fine; si continua a camminare per ore ed ore fra le tenebre in questi canali sterminati ed uniformi quanto l'eternità. Solo di quando in quando la monotonia è interrotta da sepolcri ornati di orribili pitture e rivestiti di stucco rossiccio come quelli di Pompei. In molti punti i sepolcri si succedono gli uni agli altri, quasi celle di un alveare. Si direbbe fossero tante che un verme sepolto nella terra abbia scavato tutte queste gallerie, tutti questi corridoi; e che le generazioni si siano succedute le une alle altre, e milioni di uomini vi abbiano trovato la pace eterna. Oggi non vi si vedono più nè ceneri nè ossa; il tempo, che ha distrutto ogni vestigia dell'antica Achradina, ha fatto scomparire anche le reliquie dei morti. I Greci, i Romani, i Cristiani vi trovarono, gli uni dopo gli altri, il gran riposo: vi sono stati scoperti difatti idoli pagani, piccoli bronzi, lacrimari, simboli cristiani ed un bassorilievo rappresentante i dodici apostoli, trasportato poi nella cattedrale di Siracusa. L'uso di seppellire i morti nelle catacombe è anteriore ai tempi cristiani; lo provano i sepolcri scavati nella pietra e ritrovati nella città troglodita di Ispeca, e le tombe rinvenute in Egitto, nelle Indie e nella stessa America, risalenti a tempi preistorici. Nel punto in cui Achradina confinava con Neapoli e dove sorgevano tanti stupendi monumenti, si vede oggi l'antica strada dei sepolcri, con tombe di stile greco, scavate nella pietra. La stessa strada, della larghezza di circa sette metri, si trova scavata nella roccia, ed a poco minore altezza s'innalzano le pareti che la fiancheggiano. Le tombe aperte nelle pareti sono di varia grandezza e dimensione; in molte si scorgono traccia d'iscrizioni. In genere sono di stile greco, ma in completa rovina; in parecchi si vede ancora un frontone sostenuto da due colonne scannellate. Ricostruendo la strada nella sua forma primitiva, con tutti i suoi monumenti, si avrebbe da ambedue le parti una serie di tempietti, interrotta da tombe più meschine e di povero aspetto; poichè in questa via, sita fuor delle mura di Achradina, si seppellivano persone di varia condizione.
La strada però non doveva produrre la stessa grande impressione della via dei sepolcri a Pompei. Anche il campo che si estende fra Achradina, Tycha e Neapoli, un tempo comune alle tre città e non fabbricato, appare oggi pieno di fosse e di tombe, il cui straordinario numero dice quanto grande e popolosa dovesse essere Siracusa.
Alcuni di questi sepolcri attirano sopratutto l'attenzione per la loro architettura, ch'è più ricca, o per le loro pitture ancora visibili: senza dubbio erano destinate a personaggi illustri. In questi paraggi sorgevano pure le meravigliose tombe che il popolo siracusano innalzò a Gelone e a Demarata, sua moglie; s'ignora però il luogo preciso ove si trovavano. Di tutti i sepolcri che rimangono, due meritano di essere segnalati: si trovano a poca distanza fra loro, in una bella e piccola cava di pietra gialla, fra numerose altre tombe, presso l'antico acquedotto di Tycha, e sono formati da massi sferici, ammonticchiati gli uni sopra gli altri a forma di piramide. Molto, certo, ebbero a soffrire dal tempo, a giudicare dalla presente disposizione delle pietre, non più regolare. Fra mezzo vi si scorge ancora però un frontone dorico, sostenuto da due colonne doriche, di cui una è ancora in piedi. Per quanto lo stile greco e l'altezza delle colonne e del frontone, superiori alle proporzioni dell'ordine dorico, dicano che questo sepolcro è posteriore ai tempi greci, i Siracusani, con pietoso pensiero, gli diedero il nome di Tomba di Archimede, forse per la stessa ragione che indusse gli Agrigentini a battezzare un antico monumento col nome di Sepolcro di Yerone.