Questi sono gli unici avanzi dell'antica città insulare; di tutti i suoi splendidi edifici nulla più rimane; la città presenta oggi un aspetto melanconico e triste ancor più di Girgenti. Le sue strade, strette, sudicie rivelano ad ogni passo la miseria; nessun altro paese mi ha fatto tanta e così triste impressione. I due bei porti, una volta così attivi, sono morti come la città e i campi sassosi di Achradina, e le onde si frangono mestamente sulla spiaggia deserta e silenziosa. Per avere un'idea precisa della tristezza del passato, bisogna contemplare quel panorama da dove sgorga la fonte d'Aretusa, in una notte serena. Ivi la notte mi parve più mesta e più fantastica che fra le ruine del palazzo dei Cesari dell'antica Roma. Io provai una vera nostalgia per l'antica Grecia, patria di ogni eletto ingegno.

Nella notte, presso il porto più grande, splendono alcuni fanali fra gli alberi dell'unica passeggiata dei moderni Siracusani, ove s'inalzano due meschine statue di Yerone, e di Archimede. Per questa passeggiata passano lentamente i Siracusani, poveri, melanconici, senza cultura, senz'arti, senza industria, ridotti alla misera vita di abitatori di una povera terra sotto l'esecrato dispotismo di Napoli. Non ricordo di aver veduto una bella fisonomia in tutta la città; solo lo sguardo di una signora che mi passò davanti, tutta vestita di nero, mi richiamò ai tempi di Aristippo e della siciliana Laide.

Contemplando il bel porto deserto, in cui erano ancorati soltanto due piccoli legni mercantili turchi, mi tornarono alla memoria le parole di Cicerone: Nihil pulchrius quam Syracusanorum portus, et moenia videre potuisse. Infatti, l'attività commerciale dell'antica Siracusa non fu inferiore a quella di Costantinopoli, nei suoi tempi più belli.

Quanta mestizia si prova anche visitando il museo! Ivi sono radunati tutti gli avanzi dei capolavori dell'arte antica di Siracusa, ammonticchiati in una povera stanza, quasi fossero rottami di nessun valore. Tra questi scorsi la famosa Venere Siracusana, priva della testa e mutilata del braccio destro, rappresentata nell'atto di uscire dal bagno, mentre con la mano sinistra raduna il drappo attorno al corpo e tiene la destra ripiegata sul seno. Fra le varie statue più famose della Dea dell'amore, quella di Milo, di Capua, del Campidoglio, di Firenze, la Venere di Siracusa si distingue più che per la grazia, per il pieno sviluppo della bellezza femminile. La sua posa non ha quella grazia che mostrano la Venere di Firenze e quella di Roma; essa riposa quieta nella coscienza della sua sensualità divina. Non si comprende come la statua stupenda abbia potuto sfuggire allo sguardo rapace di Verre. Essa fu scoperta dal cavaliere Landolina in un giardino della famiglia Bonavia, a Siracusa, nel 1804, e diede occasione alla fondazione di questo museo, pel quale molto lavorarono fin dal 1809 lo stesso cavaliere Landolina, degno emulo del Mirabello, ed il vescovo Filippo Maria Trigona. La Sicilia non possiede un museo nazionale, e se si riunissero le collezioni di Noto, di Girgenti, di Siracusa, del museo Biscari di Catania e di quello di Palermo, si potrebbe formare una collezione nazionale che, specialmente per le monete, difficilmente potrebbe avere l'eguale.

II.
Achradina.

La seconda e la più bella parte di Siracusa era Achradina, sita presso Ortigia; vi si accedeva dall'isola, passando sulla diga che portava pure allo stupendo faro. Achradina si estendeva lungo la costa di levante, poichè a settentrione il suo territorio confinava col mare, a ponente con Tycha e con Neapoli e a mezzogiorno con l'isola e con i due porti. Da ogni parte era cinta da mura che dovevano, in verità, essere molto resistenti perchè Marcello, dopo essersi reso padrone di Tycha, di Epipola, e di Neapoli, trovò in Achradina una grande resistenza, e forse senza il tradimento dello spagnuolo Merico, che cedette per denaro l'isola ai Romani, rendendo inutile la difesa di Achradina, mai sarebbe riuscito ad impadronirsene. Verso il mare era protetta da quelle mura nelle quali Archimede aveva fatto delle feritoie per poter far funzionare le sue meravigliose macchine.

Cicerone, in una delle sue opere, così scrive: «La seconda città di Siracusa ha nome Achradina; in essa si trovano il faro principale, bellissimi portici, una vasta curva, ed un tempio magnifico dedicato a Giove Olimpico; gli altri quartieri della città sono occupati da un'ampia via maestra, in senso longitudinale, da varie strade trasversali e da private abitazioni».

In Achradina oggi si trovano le più vaste rovine di Siracusa; è un altipiano di roccia calcarea, di tinta nera, in cui si scorgono traccie di numerose strade, vestigia di passaggio di carri, sepolcri, ponti di pietra, fondamenta di case e piazze.

Per andare dall'isola ad Achradina vi sono due vie: si può passare per i tre ponti levatoi delle fortificazioni che tagliano l'istmo, ovvero per mare, imbarcandosi nel piccolo porto e scendendo a terra al disotto del convento dei Cappuccini.

Al di là dell'argine si trova la fonte degli Ingegneri, presso la quale sorge quella colonna isolata, unico segno dell'antica città, di cui già parlai. La colonna ha una base attica, è senza scannellature; non si può quindi dire dorica; Serra di Falco sostiene che abbia appartenuto al tempio di Giove, che Yerone II fece costruire nel fòro; ma questa ipotesi è assai dubbia per le dimensioni piuttosto piccole che essa presenta. Si sa invece con certezza che il fòro si trovava in quella località, poichè nessun'altra ve ne era adatta a servire alle due città di Ortigia e di Achradina. Nel fòro si entrava per una porta a cinque archi, ed esso era tutto contornato da portici; e vi si trovavano il pritaneo, la curia, della quale non rimane nessuna traccia, e anche la così detta Casa dei sessanta letti, avanzo di un antico edificio, che viene senza fondamento ritenuto come rudero del palazzo di Agatocle.