Oggi dal sommo dell'altipiano si vede l'isola con la povera Siracusa moderna, ai lati di essa i due stupendi porti e a tergo il capo Plemmirio: paesaggio classicamente severo, paragonabile soltanto alla campagna romana. Verso terra si aggruppano neri ed imponenti i monti d'Ibla ed ai loro piedi il mar Ionio, solcato una volta da vittoriose moltitudini di galee, s'inargenta di spume. Da tutti questi luoghi deserti e sassosi, dalle pianure ove crescono magri oliveti, dai ruderi da cui sbucano a frotte gli uccelli di rapina, dovunque si volga lo sguardo, sorgono in folla le memorie di tempi trascorsi, di generazioni distrutte, di una civiltà che originò tanti grandi avvenimenti storici. Dalla parte opposta appare il capo Plemmirio, anch'esso arido e pietroso e l'isola di Ortigia che formano i due bracci di quel porto che i Siracusani avevano sbarrato a Nicia con navi e con catene; in fondo l'Anapo scorre fra i suoi papiri; qualche capanna di pescatore biancheggia su quella solitudine e niente più della maravigliosa corona di giardini e di ville che anticamente facevano superba la contrada.

Proseguii la strada deserta verso l'isola, osservando i numerosi sepolcri scavati nelle rocce ed i bizzarri accidenti di cave abbandonate. Vicino al piccolo porto si cominciano a vedere alcuni giardini e parecchie vigne, le quali forniscono il rinomato vino di Siracusa che una volta procurava molta ebbrezza a Gelone, a Yerone ed a Pindaro. Dinanzi all'isola s'innalza una colonna bellissima, unico avanzo di quella città ricca di industrie e popolata di un milione di abitanti.

Cercherò di dare un'idea approssimativa dell'antica città della Magna Grecia, descrivendola sul luogo. Essa era composta di cinque città; Cicerone non ne annoverò che quattro, poichè non tenne conto di quella parte superiore di Epipola, la quale non constava che di castella e di fortificazioni. Le cinque città erano pertanto: Ortigia (isola), Achradina, Neapoli, Tycha ed Epipola. Le ricerche di Fazello, di Cluverio e di Mirabella e quelle più recenti di Serra di Falco, permettono di assegnare a ciascuna città la propria località di un tempo e di precisare a quali edifici debbano riferirsi le rovine che ancora esistono.

I.
Ortigia.

L'isola di Ortigia ha, anch'essa, la forma di un triangolo, col vertice in direzione del capo Plemmirio. Presentemente vi è costruita tutta la moderna Siracusa e le fortificazioni la cingono di alte muraglie. Essa era la parte più vecchia della città ed anche la più importante per le sue tradizioni favolose. Artemio vi dimorò molto tempo e fu denominata Artigia, nome appartenente pure all'isola di Delo. Fu da prima abitata dai Sicani; quindi i Corinzi, sotto la guida di Archia, la conquistarono e edificarono Siracusa.

In Ortigia si trovano i monumenti sacri più antichi di Siracusa, fra i quali notevolissimi i templi di Giunone, di Diana e di Minerva. L'isola era validamente fortificata già sotto il primo Dionigi, che costruì sull'istmo un muro con torri e con un castello, nel punto ove prima sorgeva lo stupendo palazzo di Yerone. Da Dionigi furono pure innalzate le fortificazioni dell'isola e la darsena del piccolo porto, che dopo di lui ebbe nome di Porto Marmoreo. Ortigia in seguito subì parecchie e notevoli vicende: Timoleone atterrò la rocca edificata da Dionigi e vi costruì i tribunali; ivi egli stesso fu sepolto e presso la sua tomba fu edificato il Timoleonzio, ch'era un ginnasio per la gioventù. Quando però i Romani assediarono Siracusa, sull'istmo sorgeva di nuovo una fortezza.

Dell'antica Ortigia poche rovine oggi rimangono. La città moderna occupa tutta quanta l'isola. Essa fu, per le sue opere di difesa, compiute nei tempi bizantini e sotto i regni di Carlo V e di Carlo III di Borbone, una delle fortezze più possenti del regno delle Due Sicilie. Al vertice del triangolo s'innalza la torre del greco Giorgio Maniace, generale dell'imperatore Costantino Paflagonio, il quale, avendo tolto sul principio del secolo XI ai Saraceni Siracusa, edificò la fortezza. Sulla porta di questa collocò i due famosi arieti di bronzo, fusi al tempo di Diocleziano e più tardi trasportati a Palermo, nel palazzo reale, dove ancor oggi uno si trova, essendo stato l'altro consumato in un incendio.

Vicino a questa fortezza sgorga la famosa fonte d'Aretusa, che ha origine in due antiche grotte a vòlta. Visitando queste sacre fonti, si rimane fortemente impressionati nel vedere la quantità di mendicanti che ivi domandano l'elemosina, e la turba di donne seminude che vi guazzano dentro, in modo schifoso, offrendo l'acqua ai forestieri, vera parodia delle ninfe che un dì si tuffavano in quelle onde. Nel punto dove la fonte sbocca dalla grotta, tempo addietro fu costruito un semicircolo in muratura, nel centro del quale sorge un piedistallo che aspetta ancora la statua della ninfa. Mi fu mostrato non molto distante da terra l'Occhio della Zilica, una polla d'acqua dolce che sorge nel mare nel punto dove, secondo la leggenda, Alfeo raggiunse la ninfa fuggiasca.

La più bella rovina, non solo di Ortigia, ma di tutta l'antica Siracusa, è il tempio di Minerva, salvatosi da completa distruzione pel fatto che fu ridotto a tempio cristiano. Se ne ammirano ancora le ventidue colonne del peristilio; tredici a settentrione, e nove a mezzogiorno, quantunque miseramente rinchiuse nelle pareti della chiesa. Sono stupende colonne doriche, con magnifici capitelli di otto palmi di diametro e trentadue di altezza. La forma del tempio era quella di un hexastylos peripteros, con trentasei colonne, lungo duecento diciotto palmi e largo ottantasei e mezzo. Dalla leggenda narrata da Diodoro, che i Geomori di Siracusa confiscarono i beni dell'appaltatore della costruzione, Agatocle, per essersi costruita una casa con materiali destinati al pubblico edificio, si può dedurre che il tempio di Minerva risalga all'epoca in cui i Geomori non erano stati scacciati dai plebei. Cicerone nelle sue Verrinae fa una bella descrizione del tempio, affermando che era il più bello che avesse mai visto. Bella e sontuosa era la sua decorazione, in cui abbondavano preziose sculture d'oro e d'avorio; nell'interno, sulle pareti, erano scolpite le guerre di re Agatocle contro i Cartaginesi ed i ritratti di ventisette re di Sicilia disposti come i ritratti dei Papi in S. Paolo fuori delle mura, a Roma. In cima al frontone del tempio, secondo quanto narra Ateneo, sorgeva una statua d'oro di Minerva, la quale, pel suo grande splendore, si scorgeva dal mare a grande distanza. I naviganti che salpavano dal porto di Siracusa toglievano dall'altare di Giove Olimpico un vaso di carbone acceso e lo tenevano in mano finchè potevano vedere la statua di Minerva. Marcello risparmiò il tempio, le sue statue e i suoi tesori; Verre, invece, rubò tutto quanto vi era di valore, e non ebbe nessun rispetto per l'opera d'arte.

Del tempio di Diana, in Ortigia, si sono scoperti alcuni avanzi, due colonne doriche con sedici scannellature, oggi visibili nella corte di una casa Santoro.