Napoli e Sicilia.
(Dal 1830 al 1852).

Ferdinando II aveva vent'anni, quando l'8 novembre 1830 successe al padre Francesco I sul trono delle Due Sicilie, in mezzo alle agitazioni che le giornate di luglio avevano suscitato in tutta Europa. Nove anni prima, la rivoluzione dei Carbonari del 1820 era stata distrutta per l'intervento austriaco e per lo spergiuro di suo nonno, e solo nel 1827 gli Austriaci avevano lasciato il regno di Napoli, dopo che erano costati al paese 74 milioni di ducati. I partiti si guardavano con diffidenza; i Carbonari preparavano una nuova sollevazione che, con l'aiuto dei cospiratori dell'Italia centrale, doveva assumere un generale carattere nazionale. Mentre l'Italia di mezzo si sollevava, nel regno di Napoli si ebbero solo dei moti fugaci, fino a che la rapida soffocazione dei tentativi rivoluzionari di Modena e delle Legazioni non scoraggiò del tutto i ribelli.

Frattanto Ferdinando II cercava di ingraziarsi il popolo con delle concessioni; ma quantunque alleggerisse alquanto il giogo, allontanasse impiegati odiati, amnistiasse alcuni esiliati e condannati del 1821 e del 1828, pure il governo continuava a trovare una speciale contrarietà in tutti. Quindi ben presto fu nominato ministro dell'interno il marchese Pietracatella, una creatura dell'odiato Canosa; e l'intendente di Cosenza, De Matteis, condannato precedentemente per vergognosi atti di violenza, non solo fu graziato, ma ricevette, con meraviglia di tutti, una pensione dal giovine re.

Era ministro della polizia Intonti, un uomo odiato dal popolo e ritenuto per ambizioso e crudele. Mentre egli osservava con timore il fermento del paese, faceva al giovane re la proposta di modificare in senso liberale il sistema di governo, di creare un Gabinetto nazionale ed un Consiglio di Stato con poteri più estesi di quelli di un Senato e di istituire una guardia nazionale. Intonti supponeva nel re, data la sua giovanile età, inclinazioni liberali che egli sperava di volgere a suo personale profitto; ed infatti Ferdinando II non si mostrò alieno dal seguire i consigli del suo ministro di polizia. Ma appena monsignor Olivieri, che era il precettore ed il consigliere del re, ebbe sentore di ciò, fece causa comune con i ministri e fece credere al re che Intonti non fosse che un intrigante, e che spinto dall'ambizione, si fosse messo d'accordo col governo francese per fare scoppiare una nuova rivoluzione nel reame. Ferdinando dette senz'altro 24 ore di tempo al suo ministro di polizia per lasciare il paese, e con ciò abortì ogni tentativo di riforma.

La caduta d'Intonti fu accolta con giubilo in Napoli, ma ben presto la gioia si mutò in spavento quando si seppe che il suo posto era preso da Del Carretto, il capo della gendarmeria, del quale si diceva che fosse nato per la forca, e che già nel 1828 s'era segnalato per la sua crudeltà, radendo al suolo Bosco, dove i Carbonari avevano tentato una sommossa e mandando a morte o alle galere gran numero di disgraziati. Del Carretto, da questo momento tino al 1848, fu il demonio di Napoli ed il fondatore di un abominevole sistema poliziesco.

Nel 1832 il re Ferdinando sposò Maria Cristina di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I. Questa principessa si fece subito amare per le sue virtù e per la sua pietà, ma le sue idee troppo bigotte ebbero un'influenza dannosa nella Corte. Morì il 31 gennaio 1836, pochi giorni dopo d'aver dato alla luce l'erede al trono, Francesco Maria Leopoldo, duca di Calabria. Un anno dopo, nel 1837, il re sposò in seconde nozze la principessa Maria Teresa, figlia dell'arciduca d'Austria Carlo, rinforzando così in Napoli la politica di Metternich. Fu questo un anno funesto per l'inaudita violenza con cui il colera fece strage in tutto il reame. In pochissimo tempo nella sola Napoli morirono 13.798 persone; nella calda Sicilia la strage fu ancora più terribile: a Palermo morirono 24.000 persone, a Catania 5360 ed in tutta l'isola 69.250. Da quando la morte nera aveva visitato l'Europa, non si erano più vedute simili scene di terrore: si ripetette ciò che Boccaccio e Manzoni avevano raccontato nelle loro descrizioni della peste e ciò che Spadaro aveva illustrato col suo pennello. L'orrore crebbe per il furore del popolo, il quale, credendo che fossero state avvelenate le fontane e le vettovaglie, uccideva, bruciava o seppelliva vivi, impiegati, medici e privati. A Siracusa ci fu una vera sommossa contro il governo locale e l'intendente, e molte altre persone furono uccise. In seguito a questi eccessi il re nominò Commissioni militari con l'incarico di punire i colpevoli e mandò in Calabria l'intendente di Catanzaro, Giuseppe de Liguori, ed in Sicilia Del Carretto, come alter ego. Siracusa, per punizione, tu privata della sede dell'intendenza, così che la patria di Yerone e di Archimede precipitò sempre più in basso.

Sommosse, terremoti e pestilenze riempiono la storia recentissima delle Due Sicilie. Da quando la setta dei Carbonari aveva ceduto il posto alla «Giovane Italia» di Mazzini, i rivoluzionari d'Italia avevano raddoppiato i loro sforzi in tutte le provincie. I moti furono più frequenti nel Sud che altrove, perchè quantunque il Reame disponesse di un esercito numeroso, aumentato negli ultimi tempi anche con qualche reggimento di Svizzeri, pure esso era lontano dall'influenza diretta dell'Austria, ed inoltre i radicali erano sicuri di poter contare sul temperamento infiammabile dei Calabresi e sull'odio dei Siciliani per tutti i loro diritti manomessi. E una sommossa generale era attesa nel 1840. La questione orientale cominciava già allora a conturbare l'Europa, e gravi avvenimenti potevano derivare da una generale sollevazione degli animi. Napoli era minacciata di guerra dall'Inghilterra per la così detta questione dello zolfo, ed il governo, come nel 1830, cominciò a prendere atteggiamenti liberali. La voce che il re volesse concedere la costituzione e la libertà di stampa non era che l'espressione del desiderio di tutti. Frattanto avvenivano qua e là isolate levate di scudi. Nel 1841, in Aquila si proclamò la costituzione ed il popolo uccise l'intendente Tanfano, un tempo creatura del cardinal Ruffo ed aborrito per le sue idee e le sue crudeltà; ma le truppe ebbero rapidamente ragione del movimento. Il generale Casella, inviato ad Aquila come commissario del governo, condannò 56 persone alle galere ed altre alla pena capitale.

Poco dopo si sollevò Cosenza e poi Salerno. Questi moti isolati tenevano desto l'odio, ma mostravano anche l'impotenza di simili esplosioni, dalle quali soltanto menti esaltate potevano aspettarsi la caduta di uno Stato. Di tutte queste imprese avventurose, di carattere così meridionale, nessuna ha l'impronta caratteristica del tempo e nessuna sollevò tanta dolorosa simpatia in tutta l'Europa come quella dei due fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, i giovani e generosi figli dell'ammiraglio austriaco, i quali partirono per le Calabrie da Corfù dove erano in esilio, non rattenuti da Mazzini stesso che li sconsigliava, non dalle lagrime della madre loro, nè dalla evidente follia della loro impresa. L'Inghilterra aveva informato il governo di Napoli di tutti i piani degli esiliati, e quindi le Calabrie furono sorvegliate così rigorosamente, che gl'insorti non si poterono neppure riunire, e quei giovani arditi andarono incontro ad una morte inevitabile. Un traditore attirò i due fratelli e quindici loro compagni verso S. Giovanni in Fiore, dove furono fatti prigionieri, ed il 25 giugno 1844 fucilati a Cosenza. Il mondo rimase stupito della debolezza e della crudeltà del governo napoletano, mentre l'esempio dei Bandiera non fece altro che infiammare ancora di più la gioventù italiana. E specialmente in Romagna le cose presero un carattere minaccioso; gli emissari della «Giovane Italia» sollevarono il popolo, le provincie furono inondate di scritti volanti, si formarono comitati e venne raccolto molto denaro. In Bologna sedeva ancora la Commissione militare; si era verso la fine del regno di Gregorio XVI.

Il cardinale legato, Massimo, aveva convocato la Commissione a Ravenna e fatti imprigionare molti cittadini sotto l'accusa d'alto tradimento. Questi ed altri atti di violenza avevano esasperato gli animi, e sembrava che, dopo falliti i tentativi di Napoli, il centro rivoluzionario si fosse portato negli Stati della Chiesa, che a fatica riuscivano a tenere soggette le popolazioni. Ma intanto si faceva strada un nuovo orientamento; per rendere nazionale il movimento e trascinare il popolo era necessaria la cooperazione anche di forze legali e morali. Si prese la via delle riforme e si cercò di dare tale una forza all'opinione pubblica, da obbligare i governi a tenerne conto.