Un tale mutamento di tendenze si rivela già dal notevole manifesto di Rimini (Manifesto delle popolazioni dello Stato Romano ai principi ed ai popoli d'Europa), nel quale i liberali nel 1845 formularono con parole temperate il loro programma. Si chiedeva qui, come in tutti i paesi, la costituzione con grande fermezza. In Italia, allora, l'opinione pubblica non poteva esprimere i suoi desiderî come in Germania avveniva per opera degli Stati provinciali, e quindi solo la stampa, e specialmente dall'estero, esprimeva la volontà del popolo. La stampa aveva allora in Italia una forza trascinante ed universale.
Meritano d'essere ricordati, come esempio di grande efficacia letteraria, Il primato morale e civile degli Italiani di Gioberti, Le speranze d'Italia di Cesare Balbo e gli scritti di Massimo d'Azeglio, di Giacomo Durando e di altri. Mentre il partito delle riforme dal Piemonte allargava i suoi piani politici e faceva una rapida e vittoriosa propaganda per l'unità e per la confederazione, venivano anche prognosticati i due perni intorno a cui si doveva aggirare la rivoluzione generale oramai imminente; il papa (secondo Gioberti) ed il re di Sardegna (secondo Balbo), l'uno come centro morale, l'altro politico; e quindi sembrava che il regno delle Due Sicilie dovesse rimanere in disparte. Perchè nè da questa parte del Faro, nè tanto meno dall'altra, il nazionalismo italiano ha per base il popolo. L'isolamento geografico, il movimento commerciale tendente verso l'Oriente, costumi e linguaggio, la storia quasi non italiana dividevano i Siciliani ed i Napoletani dal resto d'Italia, come anche questi due popoli sono divisi tra loro. E il movimento rivoluzionario assunse nel Sud un carattere particolare e regionale, mentre nella rimanente Italia diventava nazionale e generale.
E come ora in Italia gli scritti di Gioberti e di Cesare Balbo rappresentavano un momento decisivo, così nel regno delle Due Sicilie due scrittori, Colletta ed Amari, avevano dato corpo al movimento riformista. Il primo, il noto generale di Murat, che aveva conchiusa la convenzione di Casa Lanza, era stato esiliato a Firenze, dove morì nel 1831. Ed in esilio aveva scritto la sua Storia di Napoli, libro notevolissimo per forma e per contenuto, che partendo da Carlo III, per giungere fino alla rivoluzione dei Carbonari, pone in evidenza con l'artistica concisione di un Tacito, il cattivo governo dello Stato, la precarietà dell'assolutismo e la necessità di un governo costituzionale e popolare. Questo libro fu una delle vittorie più segnalate del partito delle riforme; esso aprì gli occhi al popolo con argomenti storicamente fondati.
La storia del Colletta esercitò la sua influenza anche nella Sicilia. Senza dubbio il bell'ingegno di Michele Amari si ispirò ad essa nello scrivere la Storia dei Vespri Siciliani, che apparve nel 1842; un libro di forma tacitiana, ma più ricercata che quella di Colletta. Michele Amari rappresenta con drammatica vivacità la mirabile rivoluzione siciliana, fa conoscere ai Siciliani i loro diritti costituzionali e pel contrasto, il miserevole stato del suo tempo.
Amari, che più recentemente si è fatto molto apprezzare per uno splendido libro sulla storia dei Musulmani in Sicilia, con il Vespro Siciliano aveva senz'altro sposato la causa liberale. Egli era spinto da vedute nazionali e siciliane nel dare alla figura ben nota di Giovanni da Procida un rilievo più leggendario che storico, onde apparisse come opera di popolo la liberazione della Sicilia dal giogo di Napoli.
Si può dire che le opere di Colletta e di Amari preannunziassero la rivoluzione che nel 1848 scoppiò tanto a Napoli che a Palermo. Tutte e due le opere furono proteste storiche contro l'assolutismo del governo e contro la dispotica violazione dei diritti del popolo; ma tutte e due, senza volerlo, militando in campi avversari, l'una, la napoletana, rappresenta il programma del costituzionalismo, l'altra, la siciliana, sostiene il separatismo e quindi la repubblica. In tutte e due lo scopo patente si è rifugiato entro l'asilo di un'opera strettamente scientifica.
Mentre questi libri abitavano le menti colte della popolazione, la stampa segreta non rimaneva inoperosa a Napoli, e venivano divulgati a migliaia di copie fogli volanti, proteste, appelli, violenti ed eccentrici nel contenuto, e senza riguardi nel giudicare il re ed i ministri. La stampa pubblica poi subiva una censura delle più feroci. Le parole, popolo, cittadino, nazione, venivano regolarmente soppresse; le paure del governo erano assolutamente ridicole. Al contrario i gesuiti avevano la libertà più completa di stampare ciò che volevano; prima che venisse fondata in Napoli la Civiltà Cattolica, essi pubblicavano la rivista Scienza e Fede, sotto la direzione del padre Curci, un battagliero avversario di Gioberti, con la protezione di monsignor Cocle che era il potentissimo consigliere del re. I preti esercitavano la censura anche su tutti i libri e tutte le riviste che venivano dall'estero e sulle rappresentazioni teatrali e sui balli.
A corte regnava una grande bigotteria ed il re ne dava il primo esempio.
È noto che Ferdinando, fin dall'infanzia sempre affidato alle cure dei preti, mostrava un grande ossequio verso la religione ed i santi. Ascoltava la messa ogni mattina, digiunava rigorosamente il venerdì ed il sabato, recitava l'Angelus tre volte al giorno, non mancava mai alle solenni funzioni della Chiesa. Celestino Cocle, dell'ordine di S. Alfonso, era il suo confessore, ed il suo potere non era meno temuto e meno odiato di quello di Del Carretto. Il re era circondato anche da altri preti; don Claudio, che era un focoso e bigotto predicatore e che in Napoli faceva molto chiasso, specialmente tra le donne, era uno dei suoi beniamini. Dopo gli avvenimenti del febbraio 1848, Ferdinando II ebbe fama di feroce tiranno e fu chiamato un secondo Attila, ma le passioni gli dettero delle qualità che non aveva. Dotato di nessuna intelligenza, nè in bene nè in male, questo principe molto mediocre subì lo stesso destino di molti altri in tempi più antichi e più recenti: le circostanze e gli uomini che lo circondavano lo avevano formato; la paura lo spingeva a qualunque estremo. Era troppo debole per vincere questa paura, e troppo ignorante per avere dello Stato un concetto diverso da quello che egli si era formato, cioè che esso fosse sua esclusiva proprietà. Era avaro ed ammonticchiava milioni spremuti dal suo popolo.
Si dice non senza fondamento che in nessun altro Stato regnasse nel trattamento degli affari tanta diffidenza e tanta paura come a Napoli; il re non solo viveva in continuo timore della rivoluzione nelle provincie, ma diffidava dei suoi stessi ministri. Sembra che avesse per principio di comporre il suo Gabinetto di elementi avversi, di modo che l'uno diventasse controllo dell'altro. Nel 1846 era presidente dei ministri il marchese di Pietracatella, un partigiano accanito dell'assolutismo e delle idee austriache. Ministro dell'Interno era Niccolò Santangelo; ministro della Polizia Francesco Saverio Del Carretto; delle Finanze Ferdinando Ferri, un vecchio liberale del 1799; degli Esteri il principe di Scilla, Falco Ruffo; della Giustizia Niccolò Parisio, uomo molto dotto ma senza energia; ministro della Guerra e della Marina era lo stesso re con il generale Giuseppe Garzia come direttore generale. Vicerè di Sicilia era il duca Luigi di Maio, un uomo spregiato dai Siciliani per la sua nullità.