Di tutti questi ministri erano potenti solo Del Carretto e Santangelo; dietro di loro stava monsignor Cocle per mezzo del quale dominavano l'animo del Re e si potevano permettere tutto, sia pubblicamente nell'indirizzo di governo, sia privatamente vendendo impieghi e favori. Una protesta stampata clandestinamente nel 1846, suonava così: «Tra i ministri non regna nemmeno quell'unione che c'è tra briganti, perchè si conoscono, si odiano e si insidiano; il Re li tiene uniti con la forza e crede che, quanto più si odiino tra loro, tanto più si mantengano fedeli a lui. Se uno di loro propone qualche cosa di buono, gli altri vi si oppongono per malvagità e fanno prevalere il partito peggiore; se uno propone una cosa cattiva, gli altri diventano eroi di virtù e la impediscono, e così non si fa niente, nè di buono nè di cattivo, ma ognuno fa nel suo ministero ciò che vuole. Del Carretto s'atteggia a Nerone, Santangelo ruba, Ferri fa economia, Parisio sogna la giustizia, il Re dice orazioni, monsignore apre le porte del cielo e della terra. Nessuna meraviglia quindi se non c'è un consiglio di Stato e se il governo è stupido, ingiusto, ridicolo, tirannico e vergognoso tanto per gli oppressori come per gli oppressi».
In fatti le condizioni di Napoli prima della rivoluzione del 1848 erano spaventevoli. Ogni giorno avvenivano nuovi imprigionamenti; la polizia riempiva le prigioni, violando continuamente le leggi e la sicurezza personale e facendo regola di ogni sua licenza. I processi si accumulavano perchè al minimo sospetto o al più leggero cenno di spioni, seguivano processi in massa, istruiti dalla stessa polizia; gli avvocati non osavano più difendere gli arrestati, perchè temevano la vendetta del governo, che toglieva loro le cariche. Questa sorte toccò tra gli altri a Giuseppe Macarelli, presidente della Corte criminale di Napoli, per aver difeso strenuamente alcuni giovani accusati di far parte della «Giovane Italia». Nello stesso tempo il governo non si vergognava di mostrare la sua impotenza contro i briganti e di fare con loro dei veri e propri trattati d'alleanza. Così fece per esempio con Talarico, un brigante che per ben dodici anni aveva scorazzato per il Sila. Si capitolò con lui, il ministro Del Carretto gli consegnò personalmente il decreto di grazia a Cosenza, e dopo che il terribile capitano si fu sottomesso, fu inviato insieme con i suoi compagni a Lipari, con una pensione di 18 ducati al mese. Un governo così demoralizzato, che era forte solamente contro gli inermi, non poteva non essere odiato e disprezzato. Il fermento cresceva in ogni provincia; in Calabria, dove l'odio contro Napoli uguagliava quello dei Siciliani, in ogni paese si preparava una rivolta con l'accordo con i capi del partito liberale di Napoli.
Il movimento fu arrestato un momento dalla morte di Gregorio XVI e dalla elezione di Pio IX avvenuta il 16 giugno 1846 e dal meraviglioso cambiamento, che come per incanto, commosse gli animi di tutti. Mentre il rimanente d'Italia s'abbandonava ad un entusiasmo indicibile ed il popolo si ridestava a nuova vita nell'irresistibile impulso verso le riforme e l'indipendenza nazionale, Napoli assumeva un aspetto sempre più doloroso, perchè il governo raddoppiava le misure di rigore. Il re si mostrava senza cuore e senza testa, incapace come era di comprendere i nuovi tempi, e il potere di Del Carretto giunse a limiti che sembrano incredibili. Napoli si riempì di gendarmi e di spie, gli imprigionamenti non si contavano più e nessuna concessione in senso liberale venne fatta fino all'estate del 1847. Nella stupida illusione che un esercito pronto a sparare ed una numerosa gendarmeria fossero sufficienti a comprimere l'odio sempre maggiore del popolo, alimentato per diecine e diecine d'anni con odiosi spargimenti di sangue, il governo lasciò che l'amarezza crescesse senza limiti, incoraggiato anche dalle nuove relazioni di amicizia con la Russia, annodatesi durante la visita che nel 1845 lo czar Nicola aveva fatta alla Corte di Napoli. Oramai si erano abituati da lungo tempo a reprimere i numerosi tentativi di rivolta che venivano considerati come romantiche ed inconcludenti pazzie. Ed ogni nuova impresa di questo genere sarebbe stata impedita con tutte le forze, e frattanto si mandava il generale Statella con numerose truppe in Calabria, che era il focolare di tutte le aspirazioni rivoluzionarie, al di qua dello stretto.
Ma la prima rivolta ebbe luogo in Sicilia, a Messina. Un gruppo di giovani audaci e fanatici aveva deciso di sorprendere e di catturare il comandante e gli ufficiali ad una festa dove si dovevano recare. Il movimento, dopo una breve lotta per le strade, finì con l'arresto o con la fuga di tutti i congiurati. Questo tentativo non era isolato, ma era in rapporto con le altre sollevazioni che nell'estate del 1847 ebbero luogo in Calabria ed in Sicilia, le quali in breve tempo trascinarono tutto il Reame. In Calabria erano stati nominati capi del movimento i fratelli Domenico e Gian Andrea Romeo, di Reggio. Dopo essersi messi d'accordo con i congiurati di Napoli, questi due uomini ardimentosi, alla testa di un gruppo di insorti, s'impadronirono di Reggio e costrinsero la piccola guarnigione a deporre le armi. Questi fatti avvennero verso la fine del mese di agosto. Il moto non era repubblicano; si voleva il re costituzionale e Pio IX, e nella cittadella venne inalberata la bandiera pontificia. Ma il moto rimase locale. Vi prese parte solamente la popolazione di Reggio e dei dintorni; quindi la resistenza non poteva durare a lungo, e tutto doveva finire come qualche tempo prima ad Aquila, Salerno e Cosenza. Difatti apparvero ben presto nel porto di Reggio alcune navi della marina napoletana e dopo una breve resistenza, la città si arrese. I capi degli insorti si rifugiarono nelle montagne per cercare di scuotere le provincie: ma le truppe li inseguirono e dopo che Domenico Romeo, un uomo di grande coraggio e di nobile cuore, cadde con l'arme in mano, suo fratello si consegnò spontaneamente alle autorità. Più fortunato dei suoi predecessori, fu condannato alle galere e qualche tempo dopo potè di nuovo prendere una parte attiva ai casi della sua patria.
Questo moto era stato più importante di quanti altri ne erano avvenuti dal 1820. Pur senza nessuna consistenza, una città era caduta in mano degli insorti, era stato proclamato un governo provvisorio e solamente dopo due mesi di lotta accanita, il governo aveva potuto ottenere vittoria completa.
Al governo questa impresa apparve doppiamente minacciosa, pel fatto che era in relazione con tutto il movimento rivoluzionario italiano e perchè gli insorti avevano inalberato la bandiera di Pio IX. E quindi la repressione fu più crudele che mai, e si arrivò perfino a far subire la tortura agli insorti ed ai liberali arrestati e rinchiusi in prigioni orribili; innumerevoli cittadini, nella capitale e nelle provincie furono strappati alle loro famiglie e la ferocia di Del Carretto e di Campobasso non ebbe più limiti. Ma oramai si era alla fine. L'eccitazione oramai non più frenabile delle popolazioni doveva scoppiare nella capitale. Le convulsioni che finora avevano agitato le provincie, avevano un carattere locale, ma ben diversa era la cosa se la capitale stessa del Reame forzava la mano al governo.
E così accadde. Tanto più numerose si seguivano le riforme che concedeva Pio IX, tanto più ardente se ne accendeva il desiderio a Napoli.
La notizia che il papa aveva concessa una Consulta di Stato cadde su Napoli e su Palermo come una scintilla in mezzo alla polvere. La polizia oramai non arrivava più in tempo negli arresti; ogni giorno per tutte le piazze e per tutte le strade si rinnovavano dimostrazioni di migliaia di persone. Il moto si faceva ogni giorno più intenso; indirizzi, petizioni, manifesti d'ogni genere, deputazioni di Siciliani, di Calabresi, di Napoletani si seguirono ininterrottamente, e per le strade non si udiva più che: «Viva l'Italia! Pio IX! Viva i Siciliani! Costituzione!»
Bisognava battere in ritirata. Già nell'agosto il re aveva abolito la penosa tassa sul macinato e diminuita quella sul sale; da ultimo si decise a cambiare il Ministero. Ne uscirono Niccolò Santangelo e Ferdinando Ferri; vi rimasero Del Carretto e l'austriacante Pietracatella. Ma il popolo continuava a circondare ogni giorno il palazzo reale gridando: «Riforme! Riforme!» Ogni giorno continuavano a giungere deputazioni da tutte le parti del Reame; ogni giorno i rapporti che venivano dalla provincia, parlavano di movimenti sempre più pericolosi. Napoli era in uno stato di agitazione convulsa. Il 14 dicembre il popolo si affollò in piazza della Carità. Schiere innumerevoli di gente di tutte le condizioni, con numerose bandiere dai tre colori nazionali, gridavano: «Viva Pio IX, Leopoldo di Toscana e i Siciliani», e invocavano ad alta voce le riforme. La truppa, rinforzata con le guarnigioni di Salerno e di Nola, era tutta sotto le armi, ed il palazzo era guardato dall'artiglieria con i cannoni carichi. Di nuovo ebbero luogo arresti in massa, e poichè tra gli arrestati vi erano numerosi giovani dell'aristocrazia, quali il principe Caracciolo, il duca di San Donato, il duca di Albaneto ed altri, il popolo poteva convincersi che le idee liberali erano penetrate anche nella più alta nobiltà. Si chiusero l'Università e le scuole superiori e alcune migliaia di studenti appartenenti alla provincia furono costretti ad abbandonare Napoli. E l'agitazione cresceva, da un momento all'altro poteva scoppiare la tempesta. Ma invece di scoppiare in Napoli, scoppiò in Sicilia, e Palermo dette con la sua coraggiosa rivolta il segnale a tutta l'Europa per quella rivoluzione che si diffuse con rapidità elettrica, per poi finire con mettere in evidenza in tutti i paesi la debolezza della razza moderna.
Tra tutte le nazioni che allora si sollevarono in nome del diritto e della libertà, poche erano più degne di simpatia e nessuna più conculcata nei suoi diritti della Sicilia. Nessuna aveva davanti agli occhi una meta così chiara e così reale: l'indipendenza nazionale e la costituzione del 1812. Mentre in tutto il resto d'Europa ed anche in Italia, una quantità di idee di natura politica o sociale prodotte da scuole teoriche o da evoluzioni storiche, confondevano la mente del popolo, sminuzzavano le forze e gli interessi e rendevano impossibile un risultato generale, la Sicilia era rimasta nel suo patriottico isolamento in disparte da ogni indirizzo moderno. Era stato abolito il feudalismo senza che sorgessero tendenze socialistiche; la nobiltà alleata col clero, insigne per cultura, mentre tutto il resto della popolazione rimaneva indietro, e per meriti patriottici nelle scienze, era senza contrasti alla testa nel chiedere il riconoscimento dei diritti nazionali. È noto che la costituzione del 1812 concessa da lord Bentich fu abrogata da Ferdinando I. L'ultimo Parlamento siciliano fu disciolto il 15 maggio 1815. Quando il re nel 1816 si preparava a modificare sostanzialmente quella costituzione di cui l'Inghilterra si era resa garante, lord Castelreagh lo minacciò di un intervento inglese. Ma la minaccia rimase allo stato di nota diplomatica ed il re potè indisturbato conculcare i diritti della Sicilia e riunire l'11 dicembre 1816 l'isola a Napoli. L'esercito nazionale fu disciolto, l'amministrazione tornò napoletana e le imposte furono aumentate arbitrariamente. I Siciliani con la rivoluzione del 20 fecero di nuovo trionfare la loro indipendenza e la loro costituzione; ma dopo che Palermo fu costretta ad aprire le porte al generale Florestano Pepe, ed il generale Colletta ebbe domata l'insurrezione, il governo di Napoli si mise di nuovo nella via che s'era prefissa, quella cioè di rendere la Sicilia una semplice provincia del Reame. L'isola, angariata in modo incredibile dalle imposte, cadde in una profonda miseria; le città perdettero ogni animazione, ed il governo sperò che in questo stato di cose ed incoraggiando premeditatamente l'ignoranza, le forze patriottiche si sarebbero sempre più indebolite.