Nel 1837, dopo l'insurrezione provocata dal colera, Ferdinando II aveva con un decreto del 31 ottobre compiuto un ulteriore atto di violenza contro i Siciliani; venne stabilita la reciprocità degli impieghi fra Napoli e la Sicilia, così che, senza differenza di paese, qua potevano venir assunti i Napoletani, là i Siciliani. Inoltre anche il disagio finanziario contribuì ad inasprire l'animo dei Siciliani, poichè quantunque per legge del Parlamento del 1813 il governo non potesse ricavare dalla Sicilia una somma superiore a 1.847.685 oncie, pure questa cifra era stata di molto superata, specialmente per la tassa sul macinato e l'imposta fondiaria. S'aggiunsero poi altre tasse, tanto che la piccola proprietà era oberata del 32 per cento.
E la miseria divenne sempre più spaventosa. Due flagelli avevano devastata l'isola: il colera e Del Carretto, l'alter ego del re. Questo uomo, che lo stesso Tiberio non avrebbe sdegnato di nominare ministro di polizia, si comportava in una maniera inaudita. I Siciliani soffocavano sotto la triplice compressione delle tasse, degli sbirri e dei soldati. Perfino il governatorato, quest'ultima larva di riconoscimento nazionale, pel quale la Sicilia si distingueva dalle altre provincie di terra ferma, venne dato in mano a dei militari. Il conte di Siracusa, fratello del re, noto pel suo umore bizzarro che ricordava quello del granduca Costantino di Russia, fu l'ultimo governatore di sangue reale. Dopo il suo richiamo, avvenuto nel 1835, non furono nominati che generali. Nel 1839 il re nominò luogotenente dell'isola perfino uno Svizzero, il generale Tschudy; gli successe il generale Vial e nel 1840 il De Maio.
Le relazioni della Sicilia con Napoli e con la dinastia dei Borboni alla fine del 1847, somigliavano a quelle prima dei Vespri Siciliani. A tanta distanza di tempo si trattava ugualmente della stessa oppressione e dello stesso sforzo di Napoli per togliere alla Sicilia ogni carattere nazionale, e tutte e due le volte una costituzione, prima esistente, e poi tolta con la violenza, causava e giustificava la rivoluzione. Vi sono anche altre somiglianze: tutte e due le volte venne proclamata la decadenza della dinastia regnante e nominato un re straniero. Ma i risultati invece furono ben differenti. La rivoluzione del 1848 intrapresa con entusiasmo, fu da principio mirabile per unanime concordia di animi, ebbe favorevoli le circostanze di tempo, e pure in poco tempo finì miseramente con grande meraviglia di tutti. Quasi ventimila uomini in armi potevano combattere per lei e si può dire che due reggimenti svizzeri ne ebbero ragione senza fatica.
Esaminiamo un poco l'andamento delle cose.
Già nell'autunno del 1847 mentre il popolo di Napoli si agitava violentemente, anche quello di Palermo era in grande fermento. Governatore del re era Maio (un nome che ai tempi di Guglielmo il Normanno aveva avuto un periodo di rinomanza molto sgradita) e comandante delle truppe reali era Vial. La popolazione, con alla testa uomini della più antica nobiltà, il marchese Ruggiero Settimo, il marchese Spedalotto, il principe Serra di Falco, Scordia, Pallagonia, Grammonte, Pantellaria, aveva mandato a Napoli numerose deputazioni chiedenti il riconoscimento degli antichi diritti. In Palermo avevano luogo le stesse dimostrazioni che a Napoli, gli stessi arresti in massa e lo stesso atteggiamento minaccioso delle truppe. Non venendo nessuna concessione da parte del governo, i Siciliani annunziarono la lotta con cavalleresca franchezza ad alta voce; la rivoluzione, infatti, venne proclamata con manifesti, discorsi e deputazioni. Essa non doveva avere nessuno dei caratteri di una cospirazione, nè assumere l'aspetto di una rivolta o di una sedizione; no, era la popolazione che si sollevava tutta intiera. Si stabilì anche una data, il 12 gennaio 1848, giorno natalizio di Ferdinando: se per quel giorno i desiderî del popolo non venissero soddisfatti, si sarebbe dato principio alla lotta. E la mattina di quel giorno il popolo infatti si ribellò. Le campane suonarono a stormo, tutta la popolazione, nobili, frati, preti, borghesi, operai e pescatori, senza distinzione di casta, gli uni bene armati, gli altri impugnando armi d'occasione, spiedi, ramponi e coltelli da caccia, si riversò sulle piazze. Si gridava: Evviva Pio IX! Evviva la Lega Italiana! Evviva Santa Rosalia. Le truppe si ritirano; l'artiglieria circonda il palazzo reale, il quale domina il Cassaro che è la strada principale della città. Alle due dopo mezzogiorno Palermo era piena di barricate, senza che si venisse alle mani. Si stava pronti da una parte e dall'altra; tutta la notte passò in silenzio, interrotto solo da qualche voce di comando, da qualche lumicino nelle strade e dai fuochi accesi sulle piazze. La mattina dopo i cannoni che circondavano il palazzo reale cominciarono a fare fuoco e nel dopo pranzo dal forte di Castellammare si prese a tirar granate. Questo forte era comandato da uno Svizzero risoluto, il colonnello Gros, che aveva ordine di lanciare ogni cinque minuti una bomba sulla città; egli tirò solamente ogni quarto d'ora. Per le strade si combattè con ardore; le campane, che suonavano a stormo, confondevano il loro frastuono con le grida dei combattenti e con il crepitío delle armi. I consoli di tutte le potenze estere ed il comandante della nave inglese ancorata nel porto, formularono una protesta in cui si chiedeva di moderare almeno il bombardamento della città e che si interrompessero le ostilità per ventiquattr'ore, onde dar tempo agli stranieri di rifugiarsi sulle navi. Trascorso questo termine, che fu concesso, la lotta cominciò di nuovo. Il coraggio dei Palermitani fu degno dei loro antenati; si videro gruppi capitanati perfino da frati benedettini e preti, che, in mezzo al grandinar delle palle, tenevano in alto una croce o una bandiera. Meraviglioso l'ordine; non fu commesso nessun eccesso e nessun furto senza che non venisse immediatamente punito dalla stessa giustizia popolare. Nessun atto di crudeltà fu commesso da parte del popolo nei primi giorni della rivolta; gli insorti stessi trasportavano al lazzaretto i soldati feriti. Ma più tardi s'accese la sete di vendetta, e gli odî personali e politici vollero le loro vittime; avvennero scene di terribile furore popolare; anche i soldati, e forse per i primi, divennero feroci, inaspriti dalla situazione insostenibile e dallo sforzo disperato che dovettero sostenere. Essi assaltarono i conventi, uccisero tutti i frati benedettini, e gettarono dalle finestre sul selciato delle strade, morti e viventi.
Mentre il popolo combatteva sulle strade, i capi emanarono un proclama in cui si enumeravano le cause della rivoluzione. Da trent'anni, si diceva in esso, il Parlamento siciliano non viene più convocato; l'assolutismo, che ha violato le leggi e conculcato tutti i diritti, ha prodotto la miseria nelle campagne e nelle industrie. Invano il popolo ha nel 1816 protestato presso l'Inghilterra, che pure nel 1812 aveva garantito l'applicazione dello Statuto di Federico II d'Aragona nella sua nuova forma; invano le sollevazioni del 1831, 1837, 1847! Ma con le riforme di Pio IX è venuta l'ora della liberazione, ed ora i Siciliani si sono armati per riconquistare i loro diritti, per ricondurre di nuovo la loro patria nel numero delle nazioni viventi. Siciliani, non hanno forse i nostri antenati cacciato via il tirannico Carlo d'Anjou? Non hanno sostenuto Ferdinando d'Aragona contro tutta l'Europa? Che cosa possono le armi di Ferdinando II, se tutto un popolo persiste nel suo volere? Il dado è tratto, completiamo noi la santa impresa. Viva Pio IX! Viva la Sicilia! Viva i nostri fratelli d'Italia!
Frattanto la nave Vesuvio aveva portato a Napoli la notizia dello scoppio della rivoluzione. Il governo spaventato fece imbarcare su dieci navi, sei mila uomini agli ordini del generale Desauget. E quando queste truppe giunsero a Palermo il 15 gennaio (ci vogliono sedici ore di navigazione da Napoli a Palermo) tutta la città, meno i forti ed il palazzo reale, era in mano degli insorti. La rivolta era organizzata splendidamente; si era formato un governo provvisorio composto di trenta persone scelte tra le più nobili. Oramai tutti partecipavano alla rivoluzione; che essa fosse una sollevazione vera e propria e non, come si disse poi, un semplice colpo di mano del clero desideroso di potere e della nobiltà gelosa dei suoi diritti, lo dimostra il fatto che vi parteciparono tutte le altre città dell'isola. A Siracusa, Girgenti, Catania, Trapani, Noto, Milazzo e Caltanissetta le truppe napoletane furono sbaragliate; fu nominata una Giunta provvisoria e proclamato di procedere d'accordo con Palermo. Il governo provvisorio di Palermo si suddivise in quattro Giunte, la prima per la difesa, presieduta dal principe di Pantellaria, la seconda per il vettovagliamento, presieduta dal marchese Spedalotto, la terza per le finanze, presieduta dal marchese di Rudinì, e la quarta per gli affari di Stato, presieduta da Ruggiero Settimo, un nobile e degno vecchio, che era stato ministro e che godeva una grandissima popolarità per le sue idee liberali.
Le truppe di Desauget si unirono agli assediati e formarono un corpo di novemila uomini, coi quali fu possibile ricominciare la lotta. Il duca Maio e Spedalotto, pretore della città, vale a dire presidente del Senato di Palermo, si scambiarono delle note: il popolo chiedeva la costituzione del 1812 e l'immediata convocazione del Parlamento. Il conte d'Aquila, fratello del re, che era giunto il 15 insieme con le truppe, ventiquattr'ore dopo ripartì per Napoli con due fregate, per esporre al re lo stato delle cose ed esortarlo a cedere. Il 25 era già di ritorno portando seco il decreto di riforme che il re, spaventato dalla piega degli avvenimenti, si era lasciato strappare. Con questo decreto veniva concessa ai Siciliani un'amministrazione separata oltre che per tutti gli affari anche per la giustizia, veniva abrogato il decreto del 31 ottobre 1837; il conte d'Aquila veniva nominato governatore, e si creava un nuovo Ministero presieduto da Lucchesi, Palli.
Ma il governo provvisorio rifiutò queste concessioni; esso voleva l'allontanamento delle truppe, la consegna di tutti i forti e la convocazione del Parlamento in base alla costituzione del 1812. L'entusiasmo non permetteva più di riflettere, si voleva ottenere tutto e la lotta ricominciò con nuovo ardore da tutte e due le parti. I soldati soffrivano enormemente; mancavano di pane e amareggiati da una lotta ininterrotta, cominciarono a ripiegare. Allorchè il 25 gennaio anche il palazzo reale cadde in mano del popolo, Desauget vide l'impossibilità non solo di domare Palermo, ma di resistere ancora, e domandò un armistizio per imbarcare gli avanzi delle sue truppe e rimandarli a Napoli. Ma il popolo mise come condizione assoluta per l'armistizio, la consegna del forte di Castellammare ed allora le truppe regie nella notte del 29 gennaio si portarono a Solanto passando per Bagaria, dove, stremate di forze, riuscirono ad imbarcarsi. Quando furono giunti a Napoli, laceri scalzi e istupiditi come dopo una lunga campagna, apparve chiaro che i Siciliani erano riusciti vittoriosi e che il governo era incapace di resistere anche adoperando senza riguardo le armi.
Ed infatti la rivoluzione faceva, in Sicilia, passi da gigante. La resistenza delle truppe restate nell'isola era oramai ridotta a nulla; eran rimaste nelle loro mani, solo la cittadella di Palermo e quella di Messina, difesa dal generale Pronio: tutto il resto dell'isola era perfettamente libero ed in condizione di organizzarsi in senso nazionale.