In Napoli questi avvenimenti venivano ingrossati, ed il popolo si abbandonava ad una gioia irrefrenabile; le strade rintronavano continuamente del grido: «Sicilia! Costituzione!» Già in Castel Sant'Elmo sventolava la bandiera rossa ed in tutte le caserme risuonavano segnali d'allarme. Chi poteva più frenare una città come Napoli? Il re, assediato dai suoi consiglieri e dal corpo diplomatico, tentannava, ma alla fine si decise a cedere. Già la sera del 26 gennaio Del Carretto fu allontanato, ed allorchè in compagnia del duca Filangieri scendeva le scale del palazzo reale, venne arrestato e poi silenziosamente e di notte, come si usava un tempo a Venezia, condotto su di una nave già pronta che partì immediatamente per Livorno. Non gli fu concessa nessuna dilazione e non potè salutare nè amici, nè parenti; solamente il re gli mandò 3000 ducati.

Tutti i ministri presentarono le loro dimissioni. A presiedere il nuovo gabinetto fu chiamato il duca Serracapriola che era stato ambasciatore in Francia; gli altri ministri furono scelti tra le persone bene accette al popolo, come Borelli, che aveva partecipato alla rivoluzione del '20 e che aveva sofferto il carcere e l'esilio; Bonanni, Dentice, e Carlo Cianciulli che andò agli Interni. Si disse che costoro avevano accettato il portafogli solo alla condizione che il re concedesse la costituzione; altri dicevano che il re stesso avesse preso l'iniziativa di concedere la costituzione. Ed il decreto venne il 29 gennaio 1848. Si creava una Camera Alta, i di cui componenti venivano scelti dal re, ed una Camera di Deputati eletti dal popolo; si annunziava inoltre la responsabilità dei ministri, la fondazione di una Banca nazionale; e si riconcedeva la libertà di stampa. Così il re assoluto di Napoli era stato condotto dalla forza degli avvenimenti a concedere la costituzione prima ancora che in Toscana ed in Piemonte. In un baleno le cose cambiarono d'aspetto: la polizia scomparve come gli uccelli notturni che la luce del sole spaventa; gli esiliati tornarono in patria; le carceri restituirono le loro vittime; la libertà di stampa fece piovere giornali, fogli volanti, e specialmente satire atroci contro i passati ministri. Il popolo però nei suoi strati più bassi contemplava queste novità con sfiducia; i lazzaroni, questi amici del re assoluto, che si erano abituati alle esortazioni dei frati fanatici ed alle distribuzioni di denaro che faceva loro Del Carretto, cominciarono ad agitarsi ed a riunirsi al Mercato e nel porto per difendere il re; ma la guardia nazionale li costrinse a mantenersi tranquilli. La concessione della costituzione creò per prima cosa la divisione degli animi in vari partiti, e mentre da una parte si schieravano radicali ed avvocati, scrittori e principi e si univano in un lavoro appassionato, si vide dall'altra parte il popolo in grande maggioranza, per quanto commosso dalla novità della cosa, incapace di afferrare un principio politico e di partecipare efficacemente al nuovo stato di cose. I Napolitani sono dei grandi fanciulli, anche la storia universale diventa per loro una cosa decorativa come la natura, e si risolve in una rappresentazione teatrale, mentre la polizia pensa a sgombrare il palcoscenico.

Si fecero dei saturnali d'una incredibile vivacità; partirono emissari per tutte le provincie con la formola di giuramento della costituzione. Una nave salpò in gran fretta per Palermo onde calmare i Siciliani che ancora combattevano e per ordinare al comandante di Castellammare di consegnare il forte nelle mani del popolo. E ciò accadde il 5 febbraio. Tre giorni prima il governo provvisorio aveva assunto una forma più stabile sotto la presidenza di Ruggiero Settimo e mentre tutta l'isola si rafforzava sempre più nel nuovo stato, cresceva anche la fiducia nelle proprie forze e la convinzione della debolezza di Napoli. E pure Messina era ancora nelle mani delle truppe regie; perchè la poderosa fortezza resisteva a tutte le tempeste di popolo e dalle mura di essa Pronio rovesciava sugli insorti una pioggia di bombe. Quello che sorprende è che i Siciliani non sieno stati in grado d'impadronirsi di quella fortezza nel primo impeto della loro rivolta. Costretti ad abbandonare questo posto così importante, essi lasciarono in vita il primo germe di rovina della loro impresa; Messina fu il tallone d'Achille della loro libertà.

Frattanto il governo di Napoli si trovava nella peggiore delle situazioni. Incapace di riprendere la Sicilia con la forza ed ancor meno disposto a riconoscere le pretese del popolo, fu costretto ad accettare la proposta mediazione dell'Inghilterra.

Il Gabinetto di Palmerston profittò con prontezza dell'interna confusione di Napoli per indebolire il Regno, per intromettersi attivamente nei suoi affari e conquistarsi una stabile posizione in Sicilia. Tutti gli occhi erano rivolti sull'Inghilterra. Essa aveva garantito la costituzione di Bentick e quindi era considerata come la naturale alleata dell'insurrezione siciliana; la sua flotta apparve dinanzi a Palermo, altre navi sue incrociavano nelle acque di Messina ed armi e munizioni inglesi erano state distribuite in gran copia a Palermo. La diplomazia inglese spingeva il re a fare le maggiori concessioni e ad accettare la mediazione di lord Munto. Allorchè poi la rivoluzione di febbraio in Francia minacciò di sconvolgere la situazione di tutta l'Europa e dette nuova energia alle richieste dei popoli, il governo di Napoli concesse ai Siciliani tutto quello che era possibile concedere senza arrivare ad una definitiva rinunzia.

Il 6 marzo, il re dette il suo assenso ad un'immediata convocazione del Parlamento siciliano e alla revisione della costituzione del 1812 «adattandola ai nuovi tempi». Contemporaneamente Ruggiero Settimo venne nominato vicerè e venne creato un Ministero siciliano; tuttavia, Siracusa e Messina dovevano, come garanzia, permettere una guarnigione di truppe napolitane.

Se i Siciliani nella calma avessero esaminato la debolezza della loro forza di resistenza e quella ancora maggiore dei loro mezzi di guerra ed avessero accettata la proposta mediazione, paghi di un Parlamento e di una costituzione propria, forse avrebbero potuto sotto la garanzia dell'Inghilterra e della Francia, conservare le fatte conquiste. Ma la facile vittoria del gennaio, la spregevole debolezza della dinastia dei Borboni, a cui il popolo rimproverava sempre i precedenti spergiuri, la passione patriottica, l'odio, l'orgoglio nazionale e finalmente lo stato di convulsione in cui si trovava l'Europa e che sembrava presagire una nuova èra, soffocarono ogni voce di moderazione. Lord Munto venne accolto in Palermo con fredda sostenutezza, si diffidò dell'Inghilterra non meno che dei Napolitani, si reclamò la indipendenza più completa, si accettò solamente un governatore di sangue reale purchè riconosciuto dal Parlamento nazionale e come procuratore di esso. Tutti gli impiegati dovevano essere siciliani e dovevano venir nominati senza la convalidazione del re; la flotta doveva essere siciliana. Si chiedeva inoltre la consegna di Messina e di Siracusa e che la quarta parte della marina da guerra e degli approviggionamenti militari fossero dichiarati proprietà nazionale della Sicilia. Da ultimo la Sicilia doveva avere una rappresentanza autonoma nella Lega italiana.

Si concedeva al monarca di Napoli di assumere il titolo di re di Sicilia, ma allo stesso modo come ha ancora il titolo di re di Gerusalemme. I Siciliani, dato il trattamento che avevano fino allora subíto, potevano bene assumersi il diritto di fare queste richieste, ma disgraziatamente mancava loro il più efficace dei diritti, quello della forza che è l'unica che possa mutare in fatti la sola volontà.

Il re protestò solennemente contro ogni atto che tendeva a diminuire la situazione creatagli dal Congresso di Vienna, come re delle Due Sicilie. Dietro di lui si agitava il rappresentante dello Czar a Napoli, Chreptowitsch, di fronte a lui stava lord Munto. Ed intanto si andava avanti con le trattative senza concludere nulla, mentre da una parte i Siciliani si governavano da sè stessi e dall'altra a Napoli si rappresentava una nuova opera intitolata: La Costituzione.

La costituzione venne annunziata il 10 febbraio ed il re, il 24 febbraio la giurò nella chiesa di S. Francesco di Paola, sopra il Vangelo, con grande pompa, in mezzo all'entusiasmo del popolo, così come aveva fatto suo nonno Ferdinando I. Ancora una volta Napoli diventava uno Stato costituzionale.