Subito dopo, il 2 marzo, cadeva il ministero Serracapriola, e ne veniva formato un altro sotto la presidenza di Cariati. Che trasformazione avveniva! Carlo Poerio, l'avvocato liberale, appena liberato dalle catene messegli da Del Carretto, diventava ministro della pubblica Istruzione; Gian Andrea Romeo, pochi giorni prima mandato in gran fretta in galera, godeva ora del favore della Corte e veniva nominato Intendente del Principato Citeriore, e come difensore della monarchia costituzionale veniva posto contro il radicalismo che diventava sempre più irrequieto. L'11 marzo i Napoletani godettero uno spettacolo eccezionalissimo: Nella piazza davanti a Castel Nuovo, passavano trenta carrozze con entro i gesuiti mandati in esilio. Monsignor Cocle, il potentissimo confessore del re, era già scappato via e si era rifugiato a Malta. Del resto l'allontanamento dei gesuiti mise in luce lo stato morale del popolo. Appena essi avevano abbandonata la città, i lazzaroni, sobillati da frati e preti, si radunarono in gran numero e cominciarono a chiedere a grandi gridi il richiamo dei seguaci della Compagnia di Gesù. Acclamavano il re e la Madonna del Carmine, ma gridavano morte alla costituzione ed ai liberali che volevan togliere loro, come essi dicevano, i loro santi e la loro religione, e distruggere le loro chiese. La guardia nazionale dovette penare non poco per sedare il tumulto. Questi lazzaroni, povere creature del momento e pure ardenti sostenitori del passato, non avevano la più lontana idea di ciò che fosse costituzione. Essi rimanevano fedeli al re; appena questi si mostrava in pubblico, essi lo circondavano e gli chiedevano le armi per combattere i suoi nemici. «Se non abbiamo armi, dicevano, prenderemo le pietre delle strade e ti difenderemo, come i nostri padri hanno difeso tuo nonno».

Mentre la Sicilia, che il 25 marzo aveva solennemente inaugurato il suo Parlamento, si apparecchiava alla completa indipendenza e alla deposizione del re, così che il governo si trovava in grandi imbarazzi tanto da una parte che dall'altra del faro, sopraggiunse anche il movimento che si era propagato in tutta Italia e che costrinse Napoli ad uscir fuori dei propri confini. Si trattava della Lega d'Italia: si doveva tenere il Congresso italiano a Roma, inviare un esercito a cooperare alla guerra dì Lombardia in favore dell'indipendenza italiana. Si preparò tutto con grande abilità. Già il 28 marzo il principe Schwarzenberg, ambasciatore austriaco a Napoli fu costretto a partire; il 7 aprile salì al potere un nuovo Ministero sotto la presidenza di Carlo Troia ed il re pubblicò un pomposo manifesto in cui invitava il suo popolo a cooperare all'unione d'Italia. Immediatamente partirono i reggimenti per la Lombardia sotto il comando del generale Guglielmo Pepe, il celebre capo dei Carbonari del 1820. Numerosi volontari erano già partiti, accompagnati dall'entusiastica principessa Belgioioso.

Erano appena accaduti questi fatti e gli occhi di tutti erano rivolti verso una patria più grande, quando giunse da Palermo la notizia che il Parlamento siciliano aveva all'unanimità deposto Ferdinando II e l'aveva dichiarato decaduto da tutti i suoi diritti sulla Sicilia. Il 13 aprile fu redatto questo atto straordinario e lo sottoscrissero il marchese Torrearsa, come Presidente della Camera dei Deputati, il duca Serra di Falco, come presidente della Camera Alta, Ruggero Settimo, presidente del Consiglio, e Calvi ministro dell'Interno. La Sicilia si era resa indipendente e nel suo trono doveva esser chiamato un principe italiano, appena la costituzione fosse stata completata in tutte le sue parti.

Questi provvedimenti estremi non ottennero un consenso unanime nel popolo. I radicali esultarono; Palermo s'illuminò a festa per tre sere consecutive; furono spezzate tutte le statue dei re, eccetto quella di Carlo III; ma i moderati ne rimasero spaventati; oramai era inevitabile una maggiore divisione di partiti e quindi un principio di reazione. Odî sconfinati e passioni fanatiche, l'orgoglio dell'alta nobiltà, la speranza nell'Inghilterra e nella Francia ed anche nel Piemonte, al cui re si era spontaneamente offerta la corona, avevano contribuito a far prendere quelle decisioni; si volevano ripetere i giorni gloriosi dei Vespri e si contava, oltre che nelle proprie forze, anche nell'intervento straniero.

Il re di Napoli rispose con una protesta, nella quale dichiarava che quel decreto non aveva nessun valore. Il Parlamento frattanto aveva nominato una Commissione con l'incarico di redigere un manifesto a tutte le Nazioni civili, nel quale si spiegassero i motivi della deposizione del re, e nello stesso tempo di rivedere la costituzione del 1812. Ma non con la stessa energia si procedeva alla creazione di una flotta nazionale. Pronio rimaneva sempre chiuso nella cittadella di Messina, respingendo con successo ogni tentativo del popolo di impadronirsene. Da ultimo Giannandrea Romeo, mandato in Sicilia dal re, ottenne la conclusione di un armistizio fino al 15 maggio.

Le cose stavano a questo punto, quando il 15 maggio avvenne un colpo di scena che ferì a morte la rivoluzione di Napoli. Era il giorno destinato all'apertura del Parlamento; i deputati erano già giunti dalla provincia, ed il re aveva nominato le 50 persone che dovevano far parte della Camera Alta. Il giorno prima nel giornale ufficiale era stato pubblicato anche il cerimoniale da seguirsi per l'inaugurazione. I deputati ed i senatori dovevano riunirsi nella chiesa di S. Lorenzo dove, dopo ascoltata la Messa, il re avrebbe pronunciato il discorso d'apertura, a cui avrebbe seguito il giuramento di fedeltà al trono ed alla costituzione. Appena questo programma fu pubblicato, cominciò un'agitazione violenta. I deputati si rifiutavano di prestare un giuramento che veniva a limitare i poteri della futura Camera; i radicali non volevano sentir parlare di una Camera Alta. Questi ultimi, in numero di 99, tra i quali Ricciardi, Camaldoli e La Cecilia, appartenenti alla nobiltà, si riunirono a Monteoliveto, sedendo in permanenza tutta la notte dal 14 al 15 e mandando una deputazione al presidente dei ministri perchè rinunziasse a quel programma. Il re vi si rifiutò. Ed i radicali allora, forse tra loro vi era qualche agente del governo, eccitarono il popolo: si proruppe in minaccie, si disse che giungevano in rinforzo i Calabresi di Romeo, che sarebbero intervenuti i Francesi che già tenevano pronta una flotta nelle acque di Napoli, e si gridò che bisognava deporre il re e proclamare la repubblica. Nelle strade laterali di Toledo, occupate dalla guardia nazionale, si innalzarono numerose barricate, mentre le truppe circondarono in fretta il palazzo reale. Il furore e la confusione crescevano di minuto in minuto. La mattina del 15 i deputati si costituirono nel Parlamento in governo provvisorio e nominarono un Comitato di salute pubblica. E così si rese impossibile una soluzione incruenta. Fu la sfiducia verso la dinastia dei Borboni che spinse le cose a questi estremi; più a questa sfiducia che al partito repubblicano si deve ascrivere la catastrofe del 15 maggio; perchè i repubblicani erano poco numerosi e senza alcun seguito nel popolo. Il re poi la mattina fece ancora delle altre concessioni: la Camera Alta non si sarebbe radunata e la formola del giuramento sarebbe stata mutata, e sembrava da principio che il tumulto si calmasse; alcune barricate furono abbandonate ed i reggimenti svizzeri tornarono nelle loro caserme. Ma i radicali non si fidarono di queste promesse; i tumultuanti nelle piazze che in gran parte erano venuti a Napoli dagli Abbruzzi, dal Principato e dalle Calabrie, attizzavano il fuoco, impedivano la demolizione delle barricate e ne innalzavano delle nuove. Di nuovo i deputati posero al re le seguenti condizioni come garanzia della sua buona intenzione di mantenere la costituzione: abolizione della Camera Alta, consegna di tutti i forti alla guardia nazionale, allontanamento di tutte le truppe dieci miglia dalla città. Il re di rimando si riportò alla costituzione da lui giurata e che la Camera dei Deputati aveva apertamente violata con le sue deliberazioni illegali e che egli invece difendeva. E' fuor di dubbio che a questo momento erano i deputati che avevano violato la costituzione del 10 febbraio, mentre finora il governo aveva agito legalmente. Esso conosceva la debolezza del partito popolare e poteva contare sulla fedeltà delle truppe e perciò non temeva d'ingaggiare la lotta con risolutezza. Il re stesso alla fine si mostrò risoluto di andare fino agli estremi, e mandò un ordine a tutti i comandanti dei forti di bombardare la città al primo inizio delle ostilità.

Alle 11 del mattino si sparò il primo colpo di fucile. Una guardia nazionale uccise un soldato e la lotta cominciò. Le truppe si slanciarono subito contro le barricate e i quattro reggimenti svizzeri si avanzarono con le baionette inastate. Contemporaneamente da Castel Nuovo si cominciò a bombardare a mitraglia la città senza riguardi. Si combattè per lungo tempo con grande accanimento; ma quantunque i radicali avessero trasformato in fortezze molte case e dalle finestre e dai balconi sparassero come da feritoie, pure tutte le barricate caddero davanti all'impeto degli Svizzeri, i quali poi si precipitarono entro i palazzi ed uccisero a colpi di spada chiunque trovarono in armi. Nel pomeriggio la mischia era già finita sotto Toledo, ma si combatteva ancora a S. Brigida in Mercadello. Molti palazzi bruciavano o cadevano in rovina. Dietro gli Svizzeri infuriavano schiere sfrenate di lazzaroni venuti per saccheggiare la città e che si precipitavano in ogni casa rimasta libera per prendere quanto capitava loro nelle mani. La notte del 15 trascorse illuminata dai bagliori degli incendi e l'alba sorse su di un quadro spaventevole; palazzi in rovina, barricate distrutte, morti e feriti confusi insieme, marmaglia vagante con aria sospetta e carica di mobili e di cose di valore; gruppi di prigionieri che venivano spinti a piattonate verso Castel Nuovo. I deputati dispersi o prigionieri, alcuni come Romeo, Pellicano, Scialoia, Saliceti, avevano potuto fuggire; altri tentarono d'imbarcarsi sulle navi francesi ancorate nel porto.

Il trono era stato salvato dagli Svizzeri. Si è rimproverato a questi mercenari del dispotismo la loro crudeltà verso il popolo ed anche di aver partecipato al saccheggio dei palazzi nella giornata del 15 maggio; ed i quattro comandanti a nome dei loro reggimenti pubblicarono una dichiarazione (Napoli, 7 giugno 1848) dove si respingeva questa accusa e si affermava che avevano combattuto non contro il popolo, ma per il popolo e per la costituzione del 10 febbraio che anch'essi avevano giurato di difendere.

Il 16 maggio il re comparve sul balcone del suo palazzo per ringraziare i suoi salvatori ed il 17 fece una passeggiata in carrozza per le strade devastate della sua città. I lazzaroni lo circondarono subito, sventolando bandiere borboniche, con in mezzo la Madonna del Carmine, e gridando: «Santa fede!» Pretendevano anche che il re desse loro il permesso di saccheggiare la città.

Il giorno 16 era stata disciolta la guardia nazionale ed una ragazzaglia cenciosa portò le armi al Comando generale con urli di gioia. Napoli venne posta in stato d'assedio e contemporaneamente apparve un decreto reale che conteneva la formale assicurazione che la costituzione giurata sarebbe stata fedelmente mantenuta e che, mentre scioglieva la Camera, ne convocava un'altra pel primo giugno. Si formò anche un nuovo Ministero nel quale Cariati ebbe la presidenza, Bozzelli l'interno, il principe Ischitella la guerra e la marina, Torella l'agricoltura e il commercio, il generale Carascosa i lavori pubblici, Paolo Ruggiero le finanze e Serracapriola la presidenza del Consiglio di Stato.