Così Ferdinando II uscì vincitore dalla lotta del 15 maggio, più fortunato di suo nonno che potè liberarsi dalla costituzione solo con un aperto spergiuro e con l'aiuto delle armi straniere. I giudizi sulla giornata del 15 maggio sono assai discordi; se si pensa però che l'assolutismo non può mai essere benevolo verso la costituzione, si deve riconoscere che il governo napoletano mostrò carattere e che in principio agì anche con moderazione. I radicali, male organizzati, senza essere sostenuti dal popolo, audaci fino alla pazzia e nella grande maggioranza uomini visionari, come in tutta l'Europa, offrirono essi stessi al governo una splendida occasione. Ed il governo naturalmente l'afferrò con furberia e con prontezza, fece sì che il popolo si sollevasse contro di loro, e si atteggiò a difensore della costituzione. Si paragonino gli avvenimenti del 1848 con quelli del 1820 e si vedrà che la rivoluzione dei Carbonari fu più pronta al principio e più efficace nel seguito. Allora si voleva una cosa sola; nel 1848, a Napoli, come in Germania ed in Francia, si perdette di vista il punto principale per correre dietro a mille questioni. Da ciò quella straordinaria debolezza del partito del popolo e l'esempio di una rivoluzione cominciata così felicemente e così dolorosamente terminata, come mai era avvenuto in precedenza.
La giornata del 15 maggio ebbe conseguenze importantissime per tutta l'Italia; ed il contraccolpo se ne fece sentire subito in Lombardia. Mentre Ferdinando II richiamava il suo corpo di spedizione, la guerra con l'Austria subiva una nuova crisi e le aspirazioni degli Italiani venivano colpite a morte. La flotta napoletana che il 5 maggio era apparsa davanti ad Ancona ed ora, incrociando davanti a Venezia, bloccava Trieste e teneva in iscacco la flotta austriaca, tornò indietro e lasciò Venezia indifesa.
La milizia territoriale, comandata da Pepe, venne anch'essa richiamata. Già nell'andata, ed appena entrata nel territorio pontificio, essa aveva proceduto lentissimamente, secondo ordini segreti ricevuti; infatti molti ufficiali che godevano la fiducia del re, frapponevano una quantità di ostacoli alla marcia, così che si raggiunse Bologna solo dopo moltissimo tempo. A Bologna comparve un ufficiale dello Stato maggiore napoletano, con l'ordine di tornare immediatamente indietro. Pepe vi si rifiutò e con una piccola schiera continuò ad avanzare fin sotto il Po; ma la grande maggioranza delle truppe tornò indietro sotto gli ordini del generale Statella, per andare a domare l'insurrezione in Calabria. Mentre così 14.000 Napoletani, sui quali si faceva calcolo in Lombardia, tornavano indietro, accadde anche che il generale Durando, romano, non potè più mantenere le sue posizioni contro gli Austriaci di Nugent e quindi anche da quest'altro lato i piani dei Piemontesi venivano scompigliati.
I Napoletani marciarono molto più sollecitamente contro le Calabrie che contro la Lombardia. Perchè in Calabria doveva continuare ancora la lotta infelice; la disciolta Camera dei Deputati voleva radunarsi là e stabilire a Cosenza il centro delle operazioni. Quattro deputati, Ricciardi, Eugenio di Riso, Raffaele Valentini e Domenico Mauro, dovevano radunarsi a Cosenza e di là convocare i loro colleghi. Mentre essi si costituivano in Comitato di salute pubblica, accorrevano i radicali da tutti i paesi e si distribuivano armi al popolo. Si radunarono alcune migliaia di Calabresi, da Messina giunse il valoroso Ignazio Ribotti con alcune centinaia di isolani. Ma appena il generale Lanza marciò su Cosenza, i Calabresi si ritrassero ed il comitato di salute pubblica si dileguò. Contemporaneamente Nunziante sbarcava a Pizzo e ottenuti rinforzi a Monteleone, si diresse verso Campo Longo, dove i Calabresi lo respinsero con grande energia. I Napoletani ripiegarono su Pizzo, dove si abbandonarono ad ogni sorta di eccessi. Ma, sfortunatamente, tra i capi del popolo regnava una grande discordia, specialmente tra Ribotti e Mauro. I Calabresi si disciolsero, i Siciliani che tentavano di imbarcarsi furono fatti prigionieri: pure il Comitato riuscì a riparare a Corfù. Gl'insorti si trasformarono in banditi, si gettarono sui monti e resero malsicura tutta la Calabria. Una terribile anarchia fu la conseguenza della guerra calabrese, così che in ogni provincia abbondarono orrori barbarici, furti ed uccisioni.
Nelle altre provincie il movimento non ebbe importanza; la causa del popolo oramai era perduta. Si cullò il popolo con una parvenza di costituzione; ma solo perchè il partito della reazione ebbe paura di osare tutto in una volta. Il 14 giugno fu tolto lo stato d'assedio; venne riorganizzata la guardia nazionale, e le elezioni per la nuova Camera si svolsero tranquillamente e riuscirono una totale sconfitta del governo. Il primo luglio Serracapriola inaugurò la sessione in nome del re con un discorso in cui esprimeva il dolore del sovrano per i sanguinosi avvenimenti del 15 maggio e richiamava l'attenzione e la cura dei deputati sull'amministrazione dei comuni e delle provincie, sulla guardia nazionale e sulla pubblica istruzione.
Il governo, padrone della situazione da questa parte del faro, rivolgeva tutte le sue forze contro la Sicilia. Disinteressatosi interamente degli avvenimenti dell'alta Italia, ora disponeva di tutti i suoi mezzi. Già Nunziante radunava il suo esercito a Reggio, dirimpetto a Messina e la flotta si preparava a trasportare in Sicilia i reggimenti svizzeri. Allora il Parlamento di Sicilia decise l'11 luglio di offrire la corona dell'isola al valoroso Duca di Genova, secondogenito del re di Sardegna, che avrebbe assunto il titolo di Alberto Amedeo re di Sicilia, con una lista civile di 243.030 ducati. Una deputazione si recò in Torino a portare al duca la corona, ma venne accolta con parole incerte. Il principe (che morì sei anni dopo) conosceva troppo bene la precarietà della situazione in Sicilia, e la Sardegna doveva guardarsi allora da un passo troppo ardito.
Si era giunti così alla fine del mese di agosto; le truppe reali, forti di 10.000 uomini si erano imbarcate sotto il comando di Filangieri su tredici vapori e venti cannoniere, e, dopo aver toccato Reggio, apparvero nelle acque di Messina il 2 settembre. Questa città, nella quale funzionava un governo provvisorio, era difesa da 16.000 uomini della guardia nazionale che non erano certo sufficienti a respingere due assalti contemporaneamente, quello del castello e quello di soldati di sbarco. Mentre Pronio la mattina apriva il bombardamento e copriva di proiettili questa città che, come poche in Europa, era da tanti secoli provata da terremoti, pestilenze e guerre, le truppe effettuavano il loro sbarco. I Messinesi sono un popolo assai coraggioso e noncurante di morte, forse i più energici tra i Siciliani, ed anche questa volta si difesero con grande ardore. Ma essi furono costretti a cedere un posto dopo l'altro e, dopo una lotta gloriosa, tutta la città cadde in potere dei nemici.
Il 7 settembre Filangieri si impadronì definitivamente di Messina che ne rimase assai danneggiata, dopo tre giorni di accanita resistenza. Anche qui il pensiero ricorre ai Vespri siciliani. Allora tutte le forze riunite di Carlo d'Anjou, che comandava in persona le sue truppe, non riuscirono a piegare Messina, e, dall'aprile fino al 2 settembre 1282, il grande eroe Alaimo riuscì vincitore in innumerevoli fatti d'arme, nonostante che la fame travagliasse la città in modo orribile ed i difensori fossero ridotti agli estremi.
La caduta di Messina produsse un'impressione enorme in Palermo. Il Parlamento si rivolse di nuovo all'Inghilterra nella speranza di essere riconosciuti indipendenti da quella nazione. Il Gabinetto di Londra sconsigliò il re di Napoli da una guerra con la Sicilia, e all'Inghilterra si unì anche la Francia per mezzo del suo ambasciatore Rayneval. Le trattative furono condotte innanzi dagli ammiragli Baudin e Parker che con le loro flotte incrociavano nelle acque di Sicilia ed ebbero per risultato la stipulazione di un armistizio.
Mentre le armi tacevano da una parte e dall'altra, in Napoli non accadeva niente notevole all'infuori dell'aggiornamento della Camera e della sua nuova convocazione, specie di commedia che il popolo oramai seguiva senza nessun interesse. Di nove mila elettori iscritti solo mille andarono a votare, e la Camera appena aperta fu immediatamente aggiornata fino al primo febbraio 1849. La città aveva ripreso in tutto la fisonomia di una volta; la polizia riempiva di nuovo le strade; la Commissione militare che doveva giudicare gli arrestati del 15 maggio, si era messa all'opera con grande energia, ed anche monsignor Cocle il 2 settembre era tornato ridendo a Napoli dal suo esilio di Malta.