Dopo che Pio IX ebbe battezzato e cresimato alcuni principi e principesse della Corte napoletana ed ebbe conferito la rosa d'oro alla regina, il 4 aprile lasciò Portici per Caserta. Visitò di nuovo Gaeta innalzandone il Duomo a chiesa metropolitana e quindi, accompagnato dal re e dal duca delle Calabrie, raggiunse il confine a Fondi dove, con lagrime ed abbracci, prese congedo dai suoi ospiti che l'avevano assistito nei giorni tristi. Poi proseguì il suo viaggio ed il 12 aprile rientrò in Roma da quella stessa porta S. Giovanni da cui era fuggito il 24 novembre 1848.
Il re tornò a Caserta dove aveva fissato la sua dimora, mentre nella capitale si svolgevano avvenimenti che riempivano di dolore tutto il paese. Perchè ora erano cominciate le persecuzioni in massa contro deputati e liberali, e tutta quella serie di processi colossali che si prolungarono fino all'anno 1853. Nove ministri dei precedenti Gabinetti e cinquantaquattro deputati erano in carcere o in esilio; si diceva che il numero dei carcerati salisse a molte migliaia; secondo alcuni rapporti autentici, nel 1851 nelle prigioni di Stato vi erano 2024 liberali.
Tra tutti questi processi ce ne fu uno che sollevò l'indignazione di tutta l'Europa, quello contro la setta detta dell'Unità Italiana. L'accusa era connessa con un fatto avvenuto a Portici, dove il 16 settembre 1849, davanti al palazzo reale, mentre il papa dava la benedizione, lo scoppio di un petardo aveva causato un grande scompiglio. Questa sciocchezza venne considerata come una dimostrazione da parte di una setta segreta, che si organizzava sotto il titolo accennato per diffondere le idee di Mazzini e per attentare alla vita dei principi. Anonime delazioni di agenti di polizia dettero i seguenti dettagli: la setta è suddivisa in cinque gradi, ed ha un gran Consiglio, alla testa del quale si trova il conte Mamiani, un Comitato generale, e poi Comitati provinciali, distrettuali e comunali, corrispondenti ai corpi amministrativi del reame. Esisteva in realtà una associazione che aveva per scopo di promuovere l'unità d'Italia, che un tempo era stata appoggiata anche dal governo napoletano; ma gli agenti di polizia denunziarono molte personalità spiccate come appartenenti ad una setta segreta, che si prefiggeva di sopprimere i sovrani; tra cui inclusero anche Carlo Poerio, quell'avvocato che nel 1848 era stato nominato prima direttore della polizia e poi ministro dell'istruzione, un uomo dalle idee assai temperate e che non aveva preso parte nemmeno al moto repubblicano del 15 maggio. In quella lista furono compresi anche Dragonetti ed il duca Caraffa d'Andria; gli accusati furono in tutto quaranta. La polizia era l'accusatrice, una speciale corte criminale, sotto la presidenza di Navarro, istruì il processo e giudicò. Il dibattimento cominciò il 1o giugno 1850, e la sentenza fu emanata il 5 dicembre: furono assolte solo quattro persone; tre, Francittano, Settembrini ed Agresti furono condannati a morte, tutti gli altri alle galere. I tre condannati a morte solo poche ore prima della esecuzione ebbero commutata la pena nelle galere. E' vero sì che il governo napoletano non mandava mai a morte i rei politici, ma bisogna anche dire che le prigioni napoletane erano assai peggiori di una morte rapida. Quei disgraziati, fra i quali Poerio che era stato condannato a 24 anni, legati coi ferri a due a due come volgari delinquenti, furono condotti al porto e trasportati su di una nave al carcere di Nisida. Da tutto il mondo si sollevò un grido d'indignazione per la barbarie con cui venivano trattati quei disgraziati. Il Risorgimento di Torino descrisse con grande esattezza di particolari le orribili prigioni sotterranee di Nisida, Ventotene e Tremiti, dove i condannati politici, uomini di grande mente e cultura, un tempo ministri, duchi e conti, furono rinchiusi in locali infetti e confusi con i malfattori comuni. Le note lettere di Gladstone a lord Aberdeen che confermavano le notizie del Risorgimento, sollevarono una vera tempesta. Il governo napoletano tentò, è vero, di giustificare con pubbliche dichiarazioni, ma anche se si tiene conto dell'esagerazione di quei rapporti, rimane pur sempre che la sorte di quei condannati politici era terribile. Legati due a due ad una catena lunga sei piedi, oltre le sofferenze fisiche, essi sopportavano entro quelle mura fetide, una ancor più insopportabile pena morale. Un giorno il mondo avrà da questa o quella vittima della rivoluzione napoletana del 1848 un libro di memorie dal carcere, che non rimarranno indietro per l'orrore che desteranno a quelle che Silvio Pellico scrisse sullo Spielberg.
Ed intanto i processi continuavano. Quelli che si facevano in provincia, più numerosi in Calabria che altrove, passavano inosservati agli occhi del mondo; solo quelli che avevano luogo a Napoli, facevano parlare di sè, come quello di cui abbiamo già parlato e l'altro contro la Setta carbonara militare. Ai condannati alle galere bisogna poi aggiungere altre migliaia di cittadini che, o venivano posti sotto la diretta sorveglianza della polizia, o venivano strappati dalle loro famiglie e esiliati in qualche isola lontanissima. Bastava per provocare queste misure, qualche parola sospetta o poco cauta, e perfino portare un cappello alla calabrese, o la barba a pizzo. Nel 1852 per le strade di Napoli venivano fermati perfino gli stranieri e si imponeva loro di farsi radere la barba se la portavano à la Napoléon.
Nuovo motivo di paura per il governo napoletano furono, nel 1852, il giuseppinismo e il murattismo. Dopo il successo del colpo di Stato a Parigi, e dopo la proclamazione dell'impero, che Napoli si affrettò a riconoscere prima delle altre Potenze, ogni manifestazione in questo senso creava nuovi timori. La situazione del Regno di Napoli è in vero terribile; esso si trova in continue apprensioni di sbarchi di mazziniani, di pretese murattiane e di permanenti agitazioni in Calabria ed in Sicilia, dove ora qua ora là, a Caserta, a Messina, a Palermo, a Girgenti sorgono società segrete, si tentano sollevazioni, e non è nemmeno il caso di pensare ad una pacificazione degli animi. Nel febbraio 1852 il governo tentò di calmare almeno Messina con la concessione di un porto franco; il re stesso facendo un viaggio in Sicilia, promise l'apertura di nuove strade, poi concesse un'amnistia per la quale furono liberate duecento persone e si cominciava di nuovo a vociferare che egli avesse in animo di concedere di nuovo la costituzione. Ma l'odio dei Siciliani è implacabile ed i partiti radicali di tutto il Reame sono indomabili. La situazione di Napoli è oggi la stessa se non peggiore di quella dopo il 1837. Il governo trascurando di soddisfare i bisogni di quella città ed accendendo sempre più le passioni politiche con la violenza della reazione, va incontro ad una nuova e più terribile rivoluzione che non può tardare.
NOTE:
[1] Nel 1906 lo storico monumento, nei di cui sotterranei tanti martiri dell'Indipendenza italiana languirono e morirono, fu liberato da quella cinta ibrida di vecchie e sporche casupole, e il meraviglioso arco di Ferdinando d'Aragona, intieramente restaurato, fu restituito all'ammirazione del pubblico. Oggi il maschio angioino è interamente isolato, mercè l'opera sapiente dell'architetto Adolfo Avena. (N. d. T.).
[2] La Fontana Medina mutò di posto cinque volte, e non già tre come affermò il Gregorovius. L'Auria la situò nell'Arsenale, da dove, essendo rimasta priva d'acqua, il duca d'Alba la fece trasferire nella piazza del Palazzo Reale, da dove passò quindi nella piazza di S. Lucia presso Castel dell'Uovo. Nel 1659 l'architetto Cosimo Fansaga trasportò ed ornò la storica fontana presso la chiesa di S. Gioacchino; nel 1664 fu innalzata in Piazza Medina, e di qui, in questi ultimi anni, per i lavori del risanamento edilizio di Napoli, nella nuova piazza della Borsa. (N. d. T.).
[3] Dopo il 1850, una grave eruzione si è rinnovata, come è noto, nel 1906. Ne rimase quasi distrutto il territorio di Ottaiano e Boscotrecase. (N. d. T).