In Palermo regnava un'anarchia selvaggia; era scoppiata una contesa tra i Siciliani e la legione straniera; il Parlamento si era disciolto, e più di 3000 persone si erano rifugiate nelle navi francesi ed inglesi. Filangieri rimase alcuni giorni fermo davanti a Palermo, annunziando un'amnistia generale, ad eccezione solo di 45 persone, tra le quali Ruggiero Settimo, Serra di Falco, il marchese Torrearsa, Mariano Stabile, il principe Scordia; ed alla fine, il 15 maggio, un anno giusto dalla controrivoluzione di Napoli, entrò nella città.

Così finì la rivoluzione di Sicilia; in modo veramente lamentevole se si pensa al modo come cominciò. Anche i Siciliani avevano calcolato male; quando le cose presero il 15 maggio un'altra piega, l'Inghilterra li abbandonò a loro stessi, ed il popolo ben presto si stancò della rivoluzione. La nobiltà ed il clero suscitarono viva diffidenza a causa delle loro mire egoistiche; mancavano inoltre i capi e i mezzi, perchè le campagne e le città erano esauste. E l'isola ripiombò più miseramente di prima sotto il giogo dell'odiata Napoli.

Lo stesso giorno in cui cadeva Palermo, re Ferdinando—così stranamente si svolgevano gli avvenimenti—si accampava col suo esercito ad Albano, nel territorio del papa ed in vista di Roma.

Nella primavera il papa aveva da Gaeta ordinato a tutte le potenze cattoliche di concorrere a domare Roma ribelle, e a rimetterlo nel suo trono.

Mentre i Francesi, in contradizione con la loro costituzione repubblicana, si accampavano davanti a Roma, sotto il comando di Oudinot, e gli Austriaci occupavano Bologna, e gli Spagnuoli sbarcavano a Porto d'Anzio, il re di Napoli si era avanzato con 16,000 uomini e 72 cannoni.

Questa campagna cominciò e finì tuttavia senza gloria; mancò poco che il valore di Garibaldi non annientasse del tutto l'esercito napolitano nei due scontri di Palestrina e di Velletri, il 9 ed il 19 maggio. Dopo la giornata di Velletri, il re si affrettò a ritirarsi nei suoi Stati, inseguito dai repubblicani romani che, più arditi e perseveranti dei Siciliani, furono costretti a tornare indietro per prepararsi ad una più seria difesa contro i Francesi.

Con la caduta della Sicilia il 15 maggio e quella di Roma il 3 luglio 1849, ebbe fine la rivoluzione nell'Italia meridionale, ed ora a noi non resta altro che accennare alle dolorose conseguenze che ne seguirono, come giudizi marziali, processi e misure di reazione.

Per quel che riguarda la Sicilia, non venne mantenuta nessuna delle promesse fatte da Filangieri ai Palermitani. Il re non volle sentir parlare di un principe reale come governatore di Sicilia; ma nominò invece il Filangieri stesso vicerè, conferendogli il titolo di duca di Taormina in premio delle sue benemerenze militari. Nunziante, il vincitore in Calabria e Statella, che aveva ricondotto indietro dal Po le truppe, rimase agli ordini del vicerè. Tuttavia un Siciliano, don Giovanni Carrisi, venne nominato ministro per gli affari dell'isola, con residenza presso il re, e per di più, conforme alla decisione presa il 27 settembre 1849, venne creata una Consulta siciliana che tenne la sua prima seduta il 28 febbraio 1850. Una terribile oppressione pesava ora sul popolo; non solo vennero ripristinate le antiche tasse, ma ne vennero imposte anche delle nuove, come una tassa generale di bollo, e perfino una sulle finestre. Tutti i commerci cadevano in rovina, le strade erano rese malsicure da numerosi briganti; l'agricoltura mancava di braccia, perchè quei che la guerra non aveva uccisi, dovevano fuggire o andare in carcere. Gran parte dei capi del movimento si era rifugiata nelle navi inglesi o francesi; Ruggieri Settimo era riuscito a fuggire a Malta, altri a Parigi, a Londra o a Corfù; ma molti furono raggiunti dalla polizia, che rovistava tutte le case e le campagne e perseguitava i deputati per costringerli ad emettere una dichiarazione in cui revocavano la deliberazione con la quale i Borboni erano stati dichiarati decaduti dal trono di Sicilia. Anche tutte le armi furono sequestrate senza misericordia. Le misere condizioni dell'isola durante il 1837 erano un nulla in confronto di quelle sotto cui gemeva ora, dopo l'ultima rivoluzione. Dopo che furono violate tutte le promesse, compresa quella dell'amnistia, la Sicilia divenne una semplice provincia del Regno di Napoli.

Anche a Napoli la costituzione finì miseramente; dopo che la Camera fu sciolta il 14 marzo 1849, essa non venne più riconvocata. La costituzione figurava oramai solo nel titolo del giornale ufficiale Giornale costituzionale delle Due Sicilie; ma il 21 maggio 1850, anche quella parola costituzionale disparve. Nonostante il solenne giuramento del 14 febbraio 1848, le cose tornarono allo stato di prima. Ci furono qua e là, in Abruzzo ed in Calabria, strascichi rivoluzionari, ma la polizia teneva gli occhi aperti e li soffocò.

Il governo assoluto riprese silenziosamente il suo sopravvento. Il re non dimorò più a Napoli ma a Gaeta, dove anche Pio IX rimase fino al 4 settembre 1849; giorno in cui si imbarcò per Portici. Le cose notevoli della permanenza del papa a Gaeta e a Napoli sono state già registrate negli annali ecclesiastici; noi accenneremo solo alla fondazione di un istituto che avvenne sotto gli occhi del papa. Già a Gaeta si era venuti nella decisione di fondare un organo universale della Chiesa che servisse di baluardo contro la stampa democratica e contro ogni tendenza sovversiva. E così nel 1850 sorse in Napoli la Civiltà Cattolica sotto la direzione del gesuita Curci, che già prima della rivoluzione pubblicava la rivista Scienza e Fede e dei gesuiti Bresciani e Trapello. Questo giornale, che l'anno dopo fu trasportato a Roma, vive ancora e combatte con tutte le armi contro la rivoluzione. È redatto con abilità e contiene corrispondenze da tutte le parti del mondo e si pubblica il primo ed il terzo sabato di ogni mese, ed ogni fascicolo contiene svariati argomenti, considerazioni di politica generale, una cronaca contemporanea degli affari del mondo ed anche romanzi, come L'Ebreo di Verona (il primo che vi apparve) del padre Bresciani, che ha per soggetto la rivoluzione del 1848. Sui primi del 1855 questa rivista dispiacque al re di Napoli, si dice, per un certo articolo, che fu stampato solo in poche copie, e di cui si ignora il contenuto. Il padre Curci dovette dare le dimissioni e per un momento parve che i gesuiti stessero per essere espulsi da Napoli; ma poi la cosa venne accomodata.